Addio Fidel, uomo e rivoluzionario

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“Addio Fidel oggi è l’atto conclusivo […] ignor Colonnello sono Ernesto il “Che” Guevara. Mi spari. Tanto sarò utile da morto come da vivo”

(Francesco Guccini – Canzone per il Che)

Ci si affida alle parole di chi sa usarle meglio di noi per ricordare una figura che nel bene o nel male ha fatto la storia non solo dell’isola Caraibica, Cuba, ma anche di un intero popolo, di un’intera nazione; che ha cercato di contrastare un pesce  troppo grande e troppo vicino: l’America; ma, con i suoi limiti e con umiltà Cuba è rimasta sempre fedele a se stessa a quella sua tradizione fatta di tabacco e agricoltura. Questo grazie a Fidel Castro che l’ha guidata negli anni più difficili della sua storia, gli anni dell’embargo, della guerra fredda, della crisi missilistica e infine della riappacificazione; lasciando il testimone al fratello Raul.

Castro, chi era costui?” Come un Don Abbondio indaffarato con il suo Carneade anch’io adesso voglio chiedermi chi fosse realmente Fidel Castro, voglio ripercorrere i pensieri del rivoluzionario cubano e vedere come essi si siano convertiti in realtà.

Ovviamente egli era un socialista, ha combattuto contro l’imperialismo americano portato avanti da governi-fantoccio come quello di Batista, combattuto dal Lider Maximo e da Ernesto Guevara. Fidel, mal tollerava che  la propria patria fosse un giocattolo in mano agli americani così come lo è stato per molto tempo gran parte dell’America Latina. Nonostante tutto, però ripresa Cuba egli cercò di creare un collegamento con i vicini dai quali non ebbe risposte. Da ciò scaturisce il suo avvicinamento all’URSS inizialmente con il petrolio importato e in seguito con le basi missilistiche.

“Perchè la morte dovrebbe spaventartmi? Prenderà me come ha preso molti miei compagni durante quel periodo . Non la temo, non la desidero: la evito, e penso che lei debba evitare me.”

Castro fu un combattente come pochi, rivoluzionario e patriota. Combatté affinché si potesse mettere un freno allo strapotere estero e si potesse ridare ai cubani ciò che era loro di diritto: la propria terra. Infatti vennero confiscate le proprietà estere e ridate ai contadi. Venne promossa una campagna di alfabetizzazione, di cui egli stesso si fece promotore in un discorso all’ONU. Nel 1961 il tasso di analfabetismo fu ridotto dal 20% al 3,9%.

“Le idee non hanno bisogno di armi, se sono in grado di convincere le grandi masse.”

Castro fu un promotore della ricerca e dello sviluppo scolastico. A Cuba, durante il suo mandato, durato circa mezzo secolo, il livello di istruzione aumentò molto di più rispetto a tutti gli altri stati dell’America Latina. Castro promosse anche una sorta di erasmus, quarant’anni prima che questo diventasse realtà europea, facendo si che studenti stranieri potessero studiare gratuitamente nell’isola. Il processo di ricerca fece sì che si raggiungessero straordinari traguardi anche nel campo della biotecnologia.

“Non c’è nulla di paragonabile alla shoah. (…) Nessuno al mondo ha ricevuto lo stesso trattamento riservato agli ebrei, sempre accusati di ogni male. Essi hanno condotto un’esistenza molto più difficile di chiunque altro.”

Sui diritti umani risuonano numerose controverse che identificano leader cubano da un lato benevolo ma dall’altro malvagio. Ha abbattuto i tassi della mortalità infantile (altro che mangiarli), ha reso la sanità accessibile a tutti e i “Jonh Q” che presidiavano gli ospedali statunitensi, a colpi di pistola, non si sono mai presentati, a Cuba, per recriminare il diritto alla vita. Dall’altro lato però gli si muovono contro le accuse di licenziamenti indiscriminati per cause politiche, uso di tortura e condizioni carcerarie disumane verso gli avversari politici.

Cascano critiche anche sui trattamenti degli omosessuali, famosa l’intervista di Giangiacomo Feltrinelli in cui viene chiesto perché avesse paura dei gay. Egli rise inizialmente ma dopo qualche anno si scusò per il trattamento riservato agli LGBT e rese gratuiti anche gli interventi di attribuzione del sesso.

Giunti alla fine di questa straordinaria (perché fuori dall’ordinario) vita si può dire di Fidel Castro che sia stato un leader di certo non lindo in ogni suo aspetto; ma da un lato amatore del proprio popolo, orgoglioso della libertà da lui raggiunta, sofferta, combattendo contro un nemico molto più grande ma dall’altro ha cercato di reprimere una libertà di stampa e di pensiero che in Europa aveva raggiunto i massimi livelli. Fidel è una figura dalle mille sfaccettature di certo entrerà nella storia come uno dei capi, dei condottieri che hanno cambiato il mondo, almeno il loro.

Per gli animi nostalgici indelebile è la sua immagine sopra una jeep verde militare che alza la mano salutando il suo popolo con accanto il fidato amico Ernesto Guevara. Armati di basco e sigaro, pronti a riportare attraverso lo scontro e la guerriglia la libertà o, per lo meno, l’identità di un popolo calpestato dalla potenza a stelle e strisce. Hanno rivendicato un loro diritto, hanno chiesto il riconoscimento prima come nazione e poi come popolo. Non si sono cullati su favoritismi internazionali ma hanno voluto una terra e l’hanno ottenuta.

Si possono muovere le peggiori critiche a Fidel Castro ma tutti devono riconoscere che egli senza vittimismo ha ottenuto ciò che voleva. “Cuba ai cubani“. L’ha difesa, l’ha salvaguardata, per certi aspetti l’ha anche comandata col pugno di ferro; ma l’ha amata come pochi. Quest’amore di Fidel verso la propria terra non deve essere dimenticato.

Addio Fidel.

© riproduzione riservata

 

Gaetano Gatì

@Gaetanogati

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Carne e ambiente: due facce della stessa medaglia

[vc_row][vc_column width=”1/6″][/vc_column][vc_column width=”2/3″][vc_column_text]Dal 1971 al 2010 la produzione mondiale di carne è triplicata intorno ai 275 milioni di tonnellate mentre la popolazione globale è cresciuta del 81% (US Census Bureau, International Data Base). Qualcuno potrebbe pensare che siano quantità necessarie per sfamare 7 miliardi circa di persone ma un terzo del cibo viene sprecato e gli alimenti sono responsabili per più di un quarto (il range dalle ricerche esistenti varia dal 18-51 %) di tutti i gas serra di cui l’80% sono associati all’allevamento; inoltre, a questo ritmo, la produzione raddoppierà nel 2050 a 550 milioni di tonnellate di carne l’anno, richiedendo più acqua, terra, energia, pesticidi e fertilizzanti e causando danni significativi al pianeta e alla salute globale  (Elam 2006). Analizziamo in dettaglio la situazione.

Si sa, carni diverse sapori differenti e questo vale anche per sistemi di produzione ed effetti su ambiente e salute: agnello, manzo, formaggio (dato che alcuni animali sono usati sia per la carne che per latticini questi ultimi sono da considerare nel calcolo dell’impatto ambientale), maiale e salmone allevato generano la maggior parte dei gas serra e, ad eccezione del salmone, tendono a causare i peggiori effetti sull’ambiente perché per produrli sono richieste molte risorse – principalmente fertilizzanti sintetici (si parla di prodotti legali, cioè che hanno passato dei test di tossicità, che seppur variano da nazione a nazione e seppur ci siano controversie su ciò che è legale o meno e non tenendo conto di zone dove la sicurezza alimentare è l’ultimo dei problemi, possiamo dire che, in questo caso, la quantità conta più della qualità), mangimi, energia, pesticidi e acqua – e kg per kg , rilasciano più letami inquinanti. Sul fronte della salute si hanno sempre maggiori evidenze che mangiare troppe di queste carni e derivati aumenti sostanzialmente l’esposizione a tossine e al rischio ad un ampio spettro di problemi di salute come cardiopatie, certi tumori, obesità e, secondo alcuni studi, diabete. Qualcuno si chiederà come è possibile che i precedentemente citati alimenti siano, tra tutti gli altri, i maggiori ad emettere gas serra, e la risposta in parte è contenuta nella biologia degli animali da cui derivano; infatti, i ruminanti generano costantemente metano (CH4) attraverso il processo digestivo, chiamato fermentazione enterica, e questo è un gas serra 25 volte più “potente” dell’anidride carbonica (su un periodo di 20 anni il CH4 ha 86 volte più influenza della CO2). La restante parte di emissioni è dovuta all’elevata quantità di energia richiesta per gli allevamenti intensivi e per al grande quantitativo di letami rilasciato. Per capire meglio ecco alcuni numeri:

  • L’agnello ed il manzo hanno livelli comparabili di quantità di metano emesso e di mangime necessario, ma il primo ha un impatto maggiore con 5 kg di diossido di carbonio equivalenti per kilo mangiato, 50% in più del manzo, in parte perché produce meno carne edibile rispetto al peso relativo in vita;
  • Il manzo al secondo posto genera 1 kg di CO2 per kilo consumato. Due volte maggiore dell’emissione del maiale, 4 volte rispetto ai polli e 13 volte rispetto a fonti di proteine vegetali come fagioli, lenticchie e tofu;
  • Al formaggio la medaglia di bronzo con 5 kg di anidride carbonica equivalente per kg mangiato; i vegetariani che mangiano molti latticini hanno quindi responsabilità simili agli onnivori e carnivori.

Ovviamente non tutti i prodotti animali hanno un così notevole impatto: carni, uova e derivati con certificazione organica, non- industriale, da allevamento grass-fed (trad. nutrito da erba) sono quelli con impatto ambientale minore (anche se alcuni studi mostrano risultati misti tra allevamenti estensivi ed intensivi). In ogni caso, questi prodotti sono quelli meno dannosi, e più eticamente tollerabili. In alcuni casi, allevamenti estensivi e l’uso di pasture selezionate hanno evidenziato un alto profilo nutrizionale e un minor rischio di contaminazione batterica.

Arrivati fin qui si può subito intuire la vastità del problema ed infatti altri fattori importanti sono la produzione del mangime, il letame, lo spreco di cibo ed il trasporto, gli antibiotici, gli ormoni, le tossine.

Per quanto riguarda il mangime è esemplare il grano che negli U.S. prende 603 miliardi di metri quadri di terreni agricoli, 76 milioni di kili di pesticidi e 7,7 miliardi di kili di fertilizzanti azotati. Quest’ultimi nel suolo generano protossido di azoto (N2O) che ha un effetto riscaldamento 300 volte superiore rispetto la CO2. Altri elementi come l’energia necessaria hanno un impatto minore (introno al 15-20 % delle emissioni totali per la coltivazione).

Poi c’è il letame che è buono per le piante quando non ha alte concentrazioni di azoto, fosforo, antibiotici, e metano che inquinano sia acqua che aria. Nei soli U.S. 874 milioni di metri quadri di laghi e riserve e più di 55 mila km di fiumi sono stati degradati dai rifiuti di allevamenti intensivi (EPA 2009). Come se non bastasse la decomposizione dei liquami rilascia gas tossici, come l’ammoniaca, ed è la fonte di emissione più in crescita di metano arrivando al 60% dal 1990 al 2008 (EPA 2010).

In accordo con ciò un analisi di EWG (Environmental Working Group) ha trovato che il 90% delle emissioni di manzo, 69% di maiale, 72% di salmone e 68 % di tonno sono generati nella fase di produzione. Nel caso del salmone il livello è così alto perché i consumatori ne buttano via molto più del disponibile; i polli invece hanno un 50% di emissione in produzione non tanto per il mangime necessario ma per il processo intensivo che richiede più energia e acqua rispetto le altre carni.

nytimes.com
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In contrasto alla carne la maggior parte delle emissioni dovute proteine vegetali sono rilasciate dopo che le colture hanno lasciato il terreno quindi nelle fasi di trasformazione, trasporto, cottura e smaltimento di rifiuti; ad esempio il 65% delle emissioni di fagioli disidratati ed il 59% delle lenticchie sono dovuti all’energia necessaria per cucinarli, 98% per i pomodori.

Sempre l’analisi di EWG ha trovato che il cibo sprecato è responsabile di almeno il 20% dell’emissione media di tutte le fasi della filiera di carne e derivati e, mentre ci sono fattori inevitabili come la perdita di grasso durante la cottura e l’umidità, altri sono facilmente modificabili in quanto legati al buon senso. Dato interessante è che i consumatori sprecano quantità diverse di vari alimenti come il 40% di pesce fresco e congelato ma “solo” il 12% del pollo, il 16% di manzo, 25 % di maiale. Da appuntare che, in media, i venditori sprecano il 5% della carne che vendono. Tutto si somma. Continuando nell’ambito di rifiuti, lo smaltimento tramite decomposizione ha un impatto dei gas serra minore per la carne che per i vegetali con un emissione di metano del 2% per il maiale, 3 % per il tacchino ma 22% per broccoli e pomodori.

Anche per il trasporto la carne ha un impatto minore (in quanto ha già emesso gran parte dei gas durante le fasi antecedenti) rispetto alle verdure ma il risparmio che se ne ottiene comprandoli localmente è di un insignificante 1-3% per i primi mentre di una media del 20% dei secondi (il massimo per i broccoli). Poi c’è la fase della trasformazione che ha un influenza molto variabile a seconda del tipo di carne (maggiore per il pollo minore per l’agnello) ma qui entrano in gioco i mattatoi che rilasciano in quantità enormi inquinanti nelle acque, soprattutto dei pericolosissimi nitrati.

Tra gli elementi più subduli della carne ci sono infine gli antibiotici, gli ormoni e le tossine. I primi sono usati per le tipiche condizioni non igieniche degli allevamenti intensivi per prevenire malattie, promuovere una crescita più veloce e quindi per incrementare i profitti ma, mentre le tasche di qualcuno si riempiono, finiscono nell’ambiente e una volta nell’acqua possono arrivare alle persone direttamente o indirettamente; nel secondo caso tramite batteri dell’acqua che sotto l’esposizione continua possono diventarne resistenti e ridurre l’effetto del farmaco. Un dato sconvolgente di un analisi della FDA è che l’80% degli antibiotici venduti (nel 2009) sono stati usati per allevamenti e pollame ed il restante 20% per uso medico umano.

Degli ormoni, che servono principalmente per velocizzare la crescita, fortunatamente non c’è molto da dire perché sono stati proibiti nella maggior parte delle nazioni in quanto tossici a più livelli ma negli U.S. sono ancora usati per bovini da carne, pecore e vacche da latte. Infine ci sono le tossine che si accumulano nei tessuti animali come i composti simili alla diossina, che prediligono il grasso e che secondo la FDA il 95% dell’esposizione umana ad esse avviene proprio tramite i grassi animali. E poi ci sono anche i PCB (Policlorobifenili) ed il metilmercurio che ormai sono onnipresenti a inaccettabili livelli in pesci e crostacei soprattutto, per ovvie ragioni, in quelli grandi come il tonno ed il merluzzo. A tutto ciò che è stato esplicato si aggiunge in coda che gli allevamenti sono la causa del 75% della deforestazione. Così, giusto per rendere più cristallina la problematica.

Se qualcuno avesse la malsana idea di pensare che l’ambiente abbia generalmente leggero impatto sulla salute umana ci sono uno tsunami di ricerche ormai consolidate che legano alimentazione, ambiente e salute e soprattutto sui maggiori lati negativi della carne rispetto ai minimi benefici (maggiori rischi di cardiopatie, cancri, mortalità, ecc). Siccome non è l’intento esplicito di questo articolo ma necessita di almeno un appunto, basti sapere che la carne se mangiata in moderazione – e qui si potrebbe aprire la discussione tra limiti e non e tra livelli di tossici comunque presenti anche se la carne non proviene dalla terra dei fuochi- può essere una buona fonte alimentare di tutti gli aminoacidi essenziali, vitamine (peculiare la B-12 e la D) e minerali chiave (ferro e zinco) ma che è un dato di fatto che in media gli italiani ne mangiano più del dovuto, soprattutto rossa – più dannosa rispetto alla bianca, ma anche qui si potrebbe parlare del pollo che ha sì poco colesterolo ma è ricco di antibiotici e farmaci per la crescita – e non accoppiata a un vasta gamma di vegetali (l’utopia della dieta equilibrata). Sempre più ricerche mostrano quindi un impatto maggiormente positivo su più livelli delle diete vegetariane e plant-based, sempre equilibrate (quindi principalmente moderazione per i latticini nel primo caso e integrazione di B-12 nel secondo), ma il consiglio che più si evince è di variare l’alimentazione, moderazione e buon senso. Facendo bene a voi stessi e a noi tutti (la salute è un bene sociale) farete del bene anche alla natura e quindi nuovamente a voi stessi!

Per dovere di cronaca, una ricerca della Carnegie Mellon University sostiene che i vegetali abbiano un impatto negativo sul clima studiando e che ci voglia un’energia maggiore per produrli rispetto a delle determinate carni (come è stato detto sopra riguardo ai pomodori) e che c’è una maggior riduzione di gas serra con la perdita di peso (ovviamente) ma mettere a paragone il più dispendioso, gas serra parlando, dei vegetali come i broccoli e paragonarlo ad un prodotto animale con emissione inferiore mi sembra fuorviante in quanto i rari prodotti vegetali con impatto non trascurabile sono molto minori rispetto ai rari prodotti animali con impatto trascurabile (analisi EWG); in aggiunta a ciò la ricerca è stata finanziata anche dalla Colcom Foundation che è la fondazione di riferimento della Colcom Foods Limited, ovvero una influente industria di trasformazione della carne in Zimbawe, quindi il sospetto di un azione discriminatoria è plausibile.

Davide Talamonti

© riproduzione riservata[/vc_column_text][/vc_column][vc_column width=”1/6″][/vc_column][/vc_row]

Tutto quello che dovete sapere sul caso Guidi

[vc_row][vc_column width=”1/6″][/vc_column][vc_column width=”2/3″][vc_column_text]Federica Guidi si è dimessa. Il Ministro dello Sviluppo Economico del governo Renzi, in una lettera inviata al premier, si è detta certa della sua buona fede e della correttezza del suo operato, ma ritiene sia necessario rassegnare le dimissioni “per una questione di opportunità politica”. Tutto è precipitato nel primo pomeriggio di oggi, quando si è diffusa la notizia dell’avviso di garanzia per Gianluca Gemelli, compagno del ministro, con l’accusa di traffico di influenze.

Ed è proprio per questo che la Guidi, non indagata, è entrata nell’occhio del ciclone. Gemelli, infatti, “sfruttando la relazione di convivenza che aveva con il ministro allo Sviluppo Economico, indebitamente si faceva promettere e quindi otteneva da Giuseppe Cobianchi, dirigente della Total, vantaggi patrimoniali”. Prova di questo sarebbe un’intercettazione presentata nell’ordinanza del gip di Potenza, che vede coinvolti proprio Gemelli e Guidi. Si parla di un emendamento che, scrive il giudice, “era volto a inserire le opere relative al trasporto e allo stoccaggio di idrocarburi”. La storia di questo emendamento è piuttosto tormentata: prima inserito nel testo originario del decreto “Sblocca Italia”, viene bocciato alle 5 del mattino in commissione. Ed è qui che entra in gioco l’intercettazione che ha portato il ministro alle dimissioni. Federica Guidi tranquillizzava il compagno che quell’emendamento sarebbe stato reinserito grazie alla legge di stabilità. in tal modo sarebbe stato sbloccato Tempa Rossa, campo di estrazione petrolifera in Basilicata, fortemente contrastato da associazioni ambientaliste, interessato da un piano di potenziamento della raffineria Eni di Taranto. L’inchiesta in cui è coinvolto Gemelli ha portato agli arresti domiciliari cinque funzionari e dipendenti del centro oli dell’Eni di Viggiano, considerati dalla Procura responsabili a vario titolo di “attività organizzate per il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti”.

Pur attendendo lo sviluppo delle indagini e l’eventuale rinvio a giudizio degli indagati, le dimissioni del ministro, ricordo non indagata, a mio avviso, erano doverose. Difficile non immaginare, anche leggendo le parole, seppur di circostanza, contenute nella lettera del ministro Guidi, la regia del premier Renzi nella decisione. Il caso Lupi accadeva poco più di un anno fa: anche questa volta la questione di opportunità politica era abbastanza evidente. Quello che ora bisogna approfondire è anche il ruolo del ministro Boschi. Il ministro Guidi infatti diceva testualmente al telefono con Gemelli: “E poi dovremmo riuscire a mettere dentro al Senato se…è d’accordo anche “Mariaelena” la…quell’emendamento che mi hanno fatto uscire quella notte, alle quattro di notte…! Rimetterlo dentro alla legge… con l’emendamento alla legge di stabilità e a questo punto se riusciamo a sbloccare anche Tempa Rossa…ehm…dall’altra parte si muove tutto”.

Il ministro delle Riforme e dei rapporti con il Parlamento era dunque consapevole di tutto ciò? Era consapevole che reinserendo quell’emendamento veniva favorito il compagno del ministro Guidi? Ma, soprattutto, perché quell’emendamento era stato in un primo momento stralciato? Sono tutte domande a cui il governo sarà chiamato a rispondere. Tutto questo si inserisce, tra l’altro, in una duplice polemica. La prima è l’annosa questione sulla mancanza in Italia di una legge vera e funzionale sul conflitto d’interessi. L’altra è la protagonista della cronaca di questi giorni: il referendum sulle trivellazioni, visto che Tempa Rossa era appunto coinvolta nell’estrazione petrolifera. Non è un caso che più di qualcuno ha guardato con occhio malizioso (e, concedetemelo, un po’ complottista) ad una giustizia ad orologeria, visto che mancano meno di venti giorni al tanto discusso referendum.

Luca Musio

© riproduzione riservata


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La guerra all’IS non si vince con gli aerei

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La Gran Bretagna ha votato a favore dei bombardamenti in Siria contro l’IS. La camera dei Comuni si è espressa con ben 397 voti favorevoli contro 223 contrari, con una maggioranza rinforzata anche dalle spaccature interne al partito labourista. Ma ora le dinamiche interne del malandato partito di sinistra britannico sono decisamente irrilevanti. Occorre invece notare come abbia prevalso una linea interventista in Gran Bretagna, frutto certo della consapevolezza che lo stato islamico non si bombarderà da solo. Eppure questa non è la strada da percorrere per ottenere risultati duraturi. 

Il recente passato delle imprese libiche avrebbe dovuto insegnarci lezioni alle quali pare invece che siamo restii a comprendere e a recepire. La prima considerazione che viene da fare è che le guerre, nel ventunesimo secolo, non si vincono dall’aria. Se allarghiamo il campo della nostra osservazione poi notiamo come il voto della House Of Commons sia figlio di un sentimento di isteria diffuso in Europa dopo gli avvenimenti di Parigi. La Germania potrebbe imitare Londra a giorni. Eppure, se da un lato è normale e comprensibile che si sviluppi una sorta di psicosi tra la popolazione, ci si aspettano reazioni di ben altro tenore dai decision makers. Se c’è una funzione per la quale lo stato viene investito di poteri esclusivi, questa è quella difensiva. Prendere una decisione così “di pancia” e che porterò scarsi risultati nel breve (come nel lungo periodo) è un grave errore che rischiamo di pagare tutti.

Questo non significa che non bisogni muovere una guerra vera e propria al sedicente califfato. Una giustificazione, seppure parziale, della decisione di Westminster, può essere data dal fatto che questa se non altro è una reazione alla barbarie, un deciso cambio di direzione rispetto all’inerzia con cui tutto il continente ha osservato il diffondersi di questa minaccia così vicino ai propri confini. E non si può certo sperare che lo stato islamico imploda su se stesso, come auspica il delatore di Wikileaks Bradly/Chelsea Manning. L’ex militare, in un articolo tra il visionario e il delirante pubblicato dal Guardian lo scorso settembre, sosteneva che lo stato islamico, una volta diventato “stato” a tutti gli effetti, sarebbe crollato rapidamente sotto i colpi che la realtà sferra a tutte le entità statali, in special modo le difficoltà umanitarie e finanziarie. Vista la lista dei finanziatori internazionali che foraggiano il Daesh, che si fa di giorno in giorno più lunga, questa sembra una ipotesi molto remota. Per non parlare dei diritti umani, che non sembrano in cima alla lista delle priorità di Al-Baghdadi e compagni.

Occorre piuttosto innanzitutto mettere a punto una strategia comune. L’occidente dispone infatti della più longeva alleanza militare che la storia ricordi, la NATO. Muoversi singolarmente quando sarebbe possibile fare uso di una simile forza contundente sarebbe folle. Eppure le cose non sono così semplici. Lo scambio di accuse tra Turchia e Russia di questi giorni, le stesse mosse di difficile comprensione dell’alleanza atlantica (come la questione montenegrina) mostrano come il quadro sia lungi dall’essere chiaro all’interno della stessa alleanza e del mondo occidentale (allargato ad est).

Fino a che non sappiamo neppure chi sia a combattere davvero lo stato islamico non possiamo permetterci di compiere mosse incaute che rischiano di non minare in alcun modo la presunta forza dell’IS. Gli attacchi vincenti (dei Curdi ad esempio) sono troppo poco strutturati e rischiano di rivelarsi vittorie di Pirro, utili solo a generare nuovi martiri per galvanizzare i terroristi e soffiare nel mantice della propaganda. Per non parlare del fatto che si manderebbero al macello presumibilmente quantità ingenti di soldati, gli stessi che i più assetati militaristi poi venerano alle parate patriottiche e piangono ogni volta che questi muoiono servendo paesi più o meno ingrati. La posizione del governo italiano, per fortuna, è per ora la più cauta e ragionevole. Affermando di non voler creare una “nuova Libia”, Renzi e Gentiloni dimostrano di aver forse chiari i rischi di due teatri così instabili che si affaccino su un mediterraneo dal quale l’Italia rischia di essere sempre più estromessa, specie se si occupasse di affari così distanti e poco profittevoli come un bombardamento nel vuoto (con una flotta aerea così antiquata come la nostra, per giunta). Inutile poi ricordare che le guerre costano, le guerre aeree particolarmente, e che nazioni con finanze così in bilico come la nostra non hanno certo soldi da impiegare per operazioni che non siano di vitale importanza. Impiegare gli stessi soldi per la difesa e l’intelligence avrebbe ritorni infinitamente superiori, sia sul piano strategico che su quello psicologico.

Dunque né una guerra per procura, fatta presumibilmente da chi ha interessi differenti dai nostri, né tantomeno drolè de guerre, per usare una espressione derivata da un conflitto iniziato proprio un secolo fa. Una guerra vera si dovrà fare, ma non ora. Nel frattempo, piuttosto che sganciare ordigni nel vuoto, l’unica azione che un governo responsabile deve fare è quella di tranquillizzare la popolazione e evitare il diffondersi del panico, senza soffiare sul vento della propaganda anti-islamica, oro per i reclutatori. Ma neppure dando adito ad una retorica del buonismo altrettanto deleteria. Se questo verrà accompagnato da un lavoro di intelligence coordinato e serio, come l’Italia e l’occidente si sono dimostrati più volte in grado di fare (e l’operazione J-Web ne è esempio), allora avremo poco da temere per la nostra sicurezza. Ciò non toglie che interrogativi più profondi sulla nostra identità culturale non vengano risolti. Ma questo, si spera, non è affare di governo.

 

Filippo Simonelli

© riproduzione riservata

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