I muri del XXI secolo

The wall marking the border between theL’essere umano ha bisogno di definire cosa è qui e cosa è di là, cosa è suo e cosa no, ha bisogno di capire chi è amico e chi nemico, dove è al sicuro e dove è escluso.  Alla base di molte e molto fortunate teorie della politica e della sociologia c’è questa convinzione, e il muro nasce anche da qui. Ma, con la modernità, non è solo una barriera per dividere, il muro ha imparato a essere punitivo; penso ai muri delle celle del grande internamento definito da Foucault, come ai muri dei ghetti o a quelli che corrono per grandi e lunghe frontiere tra paesi.

Se con la modernità, in questa rapida e solo suggestiva ricostruzione, le cose sono peggiorate, i muri del XXI secolo – il XXI secolo dove ostinatamente si tenta di promuovere confronti tra culture perché è trendy, dove la paura impone il dialogo per puro marketing e senza che si dica nulla – i muri del XXI secolo sono addirittura terrorizzanti. Nascosti da una ragnatela d’informazioni, di scambi che li aggirano, li sovrastano, sembrerebbero ormai inutili o minati, ma ci sono e ben saldi.

Andiamo alla frontiera India Bangladesh, andiamo al muro di migliaia di kilometri. Ho chiesto a un mio amico del Bangladesh, Faisal, di parlarmi di quel muro, della violenza della polizia di frontiera indiana, dei viaggi mortali che migliaia di persone dal Bangladesh tentavano pur di superare un confine tracciato a caso sulla cartina. Non mi ha voluto rispondere, liquidandomi con un “sono questioni politiche”. All’inizio pensavo fosse per paura, ma affrontando il discorso con un altro amico indiano Kiran -più disposto a parlarne, eppure sorpreso del mio interesse-, mi sono reso conto che il punto è un altro.

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Foto di Gaël Turine

L’indifferenza e l’abitudine. Il muro è lì, ideato dal 1993 e finito di innalzare nel 2007, è un’eredità storica che né Faisal né Kiran hanno voluto, ma c’è: muore qualcuno, non è esteticamente carino, ma pazienza, infondo anche la vecchiaia è mortale e non è di bell’aspetto. Il muro è un assetto morfologico del territorio, non importa che sia artificiale o ingiusto, io vivo in Bangladesh e io vivo in India, speriamo che un giorno le cose cambino -certo-, ma non possiamo farlo noi e la vita quotidiana deve andare avanti nonostante ogni tragedia. E così per la maggioranza degli altri, in un clima che non è affatto surreale, lo è solo per noi che non abbiamo una cortina piantata per il centro storico, ma che è realissimo e quotidiano per milioni di persone, dal Messico alla Palestina.

Questa fatale abitudine finisce per svuotare completamente ogni speranza di ribellismo e lotta, ed è più di una semplice autoconservazione dei vigliacchi, specie da quando rischia di avere la complicità dello strumento potenzialmente più idoneo per abbattere barriere: il web. Dobbiamo metterci in testa che internet non è l’alternativa alla libertà violata di poter varcare o meno un confine, non è uno strumento quotidiano per aggirare un muro quotidiano, dovrebbe essere il mezzo tramite cui far alzare un coro di voci che dicano “Voglio condividere la mia diversità nel mondo reale, non qui”. E’ questa la grande punizione dei muri del XXI secolo, concederci di vincere battaglie inutili con un messaggino su whatsapp o con un tweet, per poi costringere chi ha quel muro accanto a conviverci. Dominio fisico e anestesia mentale.

Certo, è molto facile scrivere “usiamo internet nel mondo reale”, molto difficile uscire a demolire pezzo per pezzo ogni muro, educare donna per donna uomo per uomo ad allargare le proprie frontiere mentali. L’unica certezza – perversa e incredibilmente consolatoria – è che il muro è costruito dagli insicuri. Sparta non ne aveva.

Fabrizio De Gregorio

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