La guerra a 7 ore di auto

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Se aveste la guerra a meno di 7 ore, il tempo del tragitto dalla vostra città a una linea di confine del vostro Paese, forse capireste come si sente Julia e milioni di ucraini. Su Versus, vi abbiamo già raccontato altre volte come il tempo obblighi l’uomo ad adattarsi e abituarsi anche all’emarginazione o persino alla guerra, a vederla come una situazione di fatto, fuori dalla propria portata decisionale. La situazione ucraina rischia di avviarsi a quello stato di limbo: dopo la continua battaglia a Kiev, lì sembra rimasto tutto immobile e sospeso, in attesa che vengano risolti i problemi da guerra civile al confine.

Per ora, Julia vive normalmente a poche ore dalla morte, va all’università, chatta con noi su facebook, ci parla su viber e ci scrive tramite email. Il reportage sulla capitale che ci ha gentilmente inviato è di una bellezza inquietante: da un lato l’immobilismo delle macerie, dall’altro uomini e donne che passano, posano un fiore, si stringono e marciano. Ma tutto pare, ancora, dover essere inesorabilmente in attesa. Quando le chiedo, infatti, come si è sentita a vedere Kiev così, la risposta è immediata: “sembra che ogni cosa sia stata lasciata come un ricordo, un terribile ricordo, da migliaia di persone che ora stanno combattendo, se non sono già morte, al confine Est”.

Parla spontaneamente, come se avesse l’ansia di raccontare. “Ovviamente a Chernovtsy [dove abita, ndr] non c’è guerra, ma ogni giorno arrivano immagini, notizie di persone che muoiono, ucraini, alcune volte anche persone che conosciamo. E queste notizie non sono sempre affidabili, soprattutto quelle date dalla televisione; magari internet è di aiuto, e riesci a cogliere qualcosa su quello che sta succedendo… Non riesco davvero a capire davvero cosa ha fatto l’Ucraina per guadagnarsi un vicino come la Russia. E, onestamente, sono delusa dalla diplomazia internazionale: capisco che il loro lavoro è risolvere il conflitto pacificamente, ma non possono farlo. Quante persone sono morte? Naturalmente, prima di tutto è colpa del nostro governo. Ma il sangue di bambini innocenti che muoiono perché la Russia non rispetta la sovranità del nostro Stato, è disgustoso. Sento la morte di tutte queste persone sulla mia coscienza di ucraina e, tanto più, dev’essere su tutte quelle persone che lo stanno ancora permettendo.”.

Mentre parlo con lei, mi balena in mente l’immagine di un arto infetto  ma senza sensibilità: dalle sue parole, sembra così l’Est Ucraino, abbandonato a se stesso, ignorato dal sistema nervoso centrale e privato di assistenza medica. Cerco di ritornare a una delle genesi della situazione e le chiedo se è tra le filo europeiste; come prima, la risposta è fulmineamente decisa. “Certo, altrimenti la rivolta della Maidan sarebbe stata inutile. Noi vogliamo godere dello standard di vita europeo. Ma ora la priorità è far tornare le persone vive e sane da Est. Inoltre, i motivi degli indipendentisti non hanno senso. La storia della lingua, per esempio: in più di 24 anni di storia dell’Ucraina Indipendente nessuno si è preoccupato che avessimo una sola lingua ufficiale. E’ solo un motivo stupido, un pretesto, come i presunti pericoli che vivrebbero i russofoni, l’Ucraina è sempre stata democratica in materia. In generale, se una persona non è soddisfatta della vita in un Paese, può andarsene: se amano la Russia, che comprino un biglietto per Mosca come centinaia di migliaia di persone hanno sempre fatto. Andatevene e non preoccupatevi degli altri che rispettano il proprio Paese.”.

A cura di Fabrizio De Gregorio,
foto di Julia Shkvarchuk 

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