Il Renzi paroliere che dà nomi alle sue leggi

MATTEO-RENZI-1050x700Con Renzi, è vero, siamo definitivamente oltre. Sì, perché il premier fiorentino non si limita a fare le leggi, ma che perde anche del tempo a trovargli un nome. Quella che infatti era una mansione riservata a giornalisti e politologi, oggi è diretto compito dell’esecutivo e il risultato che ne viene fuori è particolarmente interessante e a tratti buffo.

Le leggi italiane sono state sempre ribattezzate con il nome del proponente o con il tema dell’argomento. Ad esempio la legge Bossi-Fini o legge sull’immigrazione, riporta nella prima forma i cognomi dei due che ne scrissero, o almeno così si presume, il testo. La seconda forma invece spiega di cosa si occupa questa legge. Poi c’è la dicitura da gazzettino ufficiale ovvero quella a codici e sigle, in cui si riporta la data e il numero della legge di quella legislatura.

Penso a Mattarellum e Porcellum e mi vengono in mente due soprannomi, due nomignoli non ufficiali attribuiti ai due testi elettorali dal padre della scienza politica Giovanni Sartori. Pensando a leggi elettorali mi torna a mente la Scelba del 1953, meglio nota con l’espressione del giurista Calamandrei “legge truffa”. Ce ne sono poi molte ribattezzate da giornalisti, come la legge sul “processo breve” o il “salvasilvio”. La cosa che chiaramente si nota subito è che questi nomi sono dati da osservatori esterni o al massimo da oppositori, ma mai da coloro che le leggi le promuovono.

Con Renzi questo è totalmente cambiato, infatti quella cha avremmo chiamato riforma del lavoro o decreto Poletti è diventata, dal nome dato da Renzi, il “Jobs Act”, la legge elettorale l’”Italicum” e la riforma sull’istruzione la “Buona Scuola”. Queste tre sono senza dubbio le più significative perché proponenti di una chiara strategia di comunicazione.

Jobs Act: Sono passati mesi e sfido chiunque a capire se si chiami Jobs Act o Job Act. Cambia poco, il fatto significativo è che job in inglese sta per mestiere, il lavoro nel senso sociale del termine è work. E già qui qualche problema si crea. Ma la cosa più strana è la seconda parola, Act. Nel linguaggio anglosassone questo suffisso va alle leggi che sono già state ratificate. Le proposte prendono il suffisso “bill”. In sostanza quella di Renzi è una riforma sui mestieri, che era già approvata prima di essere scritta. O almeno questo si deduce dal nome. Ma poi perché utilizzare un anglicismo ci chiediamo? È chiaramente più immediato, lascia spazio a poche interpretazioni e dà quel senso pragmatico di legislatore americano. O di Tony Blair, idolo indiscusso del nostro presidente.

Italicum: Prima che il premier proponesse questa legge si facevano tantissimi nomi ispirandosi alle leggi elettorali straniere. E allora leggi alla tedesca con il premio alla francese, maggioritario inglese con gli sbarramenti alla bulgara, legge tunisina con preferenze alla cinese, legge ispanica e così via. Renzi allora disse tra sé e sé: “Ma in Italia non siamo in grado di fare una legge senza per forza dover copiare gli altri?”. Così nacquero il Sindaco d’Italia, poiché ricalcava il sistema delle elezioni amministrative, e l’Italicum, poiché non ricalcava nulla ma detta così alla latina sembrava cool come uno dei nomi messi da Sartori. Ironia a parte, il nome Italicum è un chiaro riferimento alla nostra nazione, sottolineando come sia una legge nata da una nuova esperienza di riforma elettorale senza dover per forza ispirarsi a quella di un paese straniero.

La buona scuola: Considerando che ho iniziato la scuola sotto la riforma Berlinguer, per passare alla Moratti e poi alla Gelmini mi pare chiaro che si necessiti di una buona riforma della scuola. Renzi, per non saper né leggere né scrivere, l’ha chiamata direttamente la buona scuola, partendo già con il presupposto che sia una riforma fatta bene. Le proteste degli studenti mi fanno capire che non condividono in pieno quel buona, ma questa è un’altra storia.

Ho cercato alla fine di trovare analogie, domandandomi se governi di altri Paesi nella storia avessero avuto una tale spiccata propensione ad autonominarsi le proprie leggi. Mi è venuto in mente Lyndon Johnson e i suoi Medicare e Medicaid del 1965, nomi che sono sicuramente inventati dal presidente USA. Ma guardando meglio si scopre che quelli sono solamente dei programmi di assicurazione medica facenti parte di un emendamento alla nota legge del New deal di Roosevelt, meglio nota come Social Security Act, ovvero legge sulla sicurezza sociale. Un nome insomma che descrive ciò di cui si parla.

E allora bisogna rassegnarsi al fatto di avere per la prima volta un paroliere come presidente, che però, ridendo e scherzando, mostra una grande tattica comunicativa: anche dietro un semplice nomignolo possono nascondersi mondi, e di sicuro i suoi titoli sono più efficaci di quelli di tante canzoni viste all’ultimo festival di Sanremo.

Francesco Rossi

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