Dieta Veg e filosofia antispecista: cos’hanno in comune?

Quello del veganesimo (o veganismo) è un fenomeno recente e in continua crescita che, secondo alcuni, rappresenterebbe l’unica vera avanguardia del ventesimo secolo: il neologismo “vegan” è stato ideato solo nel 1944 dall’attivista inglese Donald Watson, e le statistiche mostrano come questa pratica nutrizionale aumenti – in Italia – almeno di un punto percentuale ogni anno, tanto da innescare una sorta di “moda” che, però, non piace a chi questa scelta l’ha presa da tempo. In effetti, per tante persone, quella “veggie” è un’opzione salutista più che la precisa scelta etica implicita in una filosofia di pensiero, quando è proprio quest’ultima, in realtà, a costituire l’aspetto più interessante del fenomeno, che – dal punto di vista filosofico – si rivela tanto interessante quanto controverso.

Come ho già accennato nel mio intervento blog di introduzione all’argomento, il veganismo è essenzialmente basato sui principi etici dettati dal pensiero antispecista, esemplificato nella posizione di Francione, Singer, e altri filosofi contemporanei. La speculazione antispecista nasce dalla denuncia del fenomeno dello specismo (termine introdotto dallo psicologo inglese Richard D. Ryder) inteso come la parte integrante di quella lunga serie di violazioni che hanno nel sessismo e nel razzismo le espressioni intra-specifiche più note; lo specismo, per la precisione, utilizza quelle differenze biologiche evidenti che ci sono tra animali umani e non, per accordare ai soli esseri umani uno statuto ontologico privilegiato, che è innanzitutto intellettuale e morale. Tramite il dispositivo “differenza = gerarchia”, il sistema specista opera la svalutazione – teorica e pratica – delle specie non umane, a meri oggetti disponibili, che pertanto divengono beni di proprietà e di consumo. Per i sostenitori dell’antispecismo, dunque, gli altri animali vanno riconosciuti (utilizzando un linguaggio kantiano) come fini in sé, e non come mezzi, in senso assoluto; in questa prospettiva si dissolve qualsiasi differenza qualitativa tra le caratteristiche peculiari delle specie: l’incredibile agilità del ghepardo e l’impercettibile passo felpato della pantera non avrebbero nulla da invidiare, dal punto di vista qualitativo, alle capacità dell’intelletto umano. Pertanto, il riconoscimento che almeno la maggioranza, se non la totalità, degli animali condivide con noi una serie di fondamentali e comuni caratteristiche sotto gli aspetti moralmente rilevanti – che sostanzialmente sono, secondo lo psicologo Jeremy Bentham, piacere e dolore – indica, aldilà di ogni ragionevole dubbio, che questi debbano rientrare nella sfera di considerazione morale.

Ammesso e concesso che l’argomentazione antispecista risulti oggettivamente interessante e suggestiva, può però sorgere una legittima perplessità: è davvero possibile pretendere di considerare gli animali non-umani moralmente agenti ed autonomi nella stessa misura in cui lo sono le persone? De facto, si definiscono agenti morali quegli individui in grado di giudicare la valenza morale delle proprie azioni: per gli animali non-umani, al contrario, sembrerebbe più opportuna la definizione di pazienti morali, che subiscono, cioè, gli effetti delle azioni, senza però essere realisticamente in grado di compiere scientemente azioni morali. Per di più, recuperando la nozione di razionalità, declinata come l’indiscutibile abilità di organizzare strutturalmente (e quindi, culturalmente) il mondo in cui si è “gettati”, notiamo come, nella storia della filosofia – in particolare, quella hobbesiana – ciò si traduca nella capacità di siglare una forma di accordo; nello specifico, un patto sociale. Non partecipando di questo contratto, gli animali non-umani ne sono necessariamente esclusi, ma vi rientrano – in qualità di pazienti morali – grazie alle regolamentazioni legislative degli uomini a tutela degli altri animali; tuttavia, per i sostenitori dell’antispecismo, queste leggi non solo sarebbero insufficienti, ma strumentali alla conformazione della norma di utilizzo e di sfruttamento degli altri animali. Di qui, la seconda perplessità: in questo modo, l’antispecismo non rischia di presentare una struttura logica univoca, proiettando la necessità – prettamente umana – di autonomia e libertà sulle specie non-razionali, e quindi non-morali? Di certo non serve essere dei conoscitori dell’etologia animale per riconoscere la necessità di un’etica di convivenza tra specie, ma è altrettanto vero che – a differenza di chi pretende di sciogliere la loro struttura “gerarchica” – l’unica etica di convivenza possibile è immaginabile solo in virtù della capacità e dell’efficienza organizzativa degli esseri umani, unici veri agenti morali. Dal punto di vista etico, infatti, sembrerebbe più ragionevole una regolamentazione etica degli allevamenti e della sperimentazione animale (che non sono direttamente proporzionali allo sfruttamento intensivo e al maltrattamento) più che un’utopica, anarchica libertà incondizionata che non tiene conto della necessità naturale degli scontri d’interesse tra specie.

Da un punto di vista prettamente logico, poi, la prospettiva antispecista sembra paradossale: essa,  nell’analisi critica delle dinamiche speciste, non utilizza la medesima struttura razionale, possibile proprio e solo in virtù dell’intelletto umano, per poi dissolverlo? E così facendo, non incappa nella contraddizione di ristabilirlo come l’unico strumento possibile capace di capire quali sono il posto e le necessità degli animali non-umani nel mondo?

Martina Patriarca

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2 risposte a “Dieta Veg e filosofia antispecista: cos’hanno in comune?”

  1. “Da un punto di vista prettamente logico, poi, la..” Mi spieghi cosa cazzo vuoi dire da qui in avanti? Il resto dell’intervento è poco interessante e si traduce nelle consuete banalità (come la sottolineatura dell’utopia di un mondo senza allevamenti). Comunque molte contraddizioni esistono solamente nel tuo cervello.. P.S. E’ utopistico sperare in un mondo in cui esisre la perfetta parità tra l’uomo e la donne, puoi scrivere queste robe dal senso equivoco solo perché non sei sotto la tirannia dei talebani.

  2. Nonostante nel tuo commento sia stato capace esclusivamente di insultare, offendere, e fare considerazioni presuntuose, proverò a risponderti compiutamente. Ciò che ho scritto, che tu lo trovi interessante o meno, è chiarissimo (tant’è che sei stato l’unico a non capirlo) : la logica è quella disciplina della filosofia e della matematica che studia la struttura formale delle proposizioni, per cui, dal punto di vista logico, le proposizioni espresse dall’antispecismo tentano -tramite la propria analisi del fenomeno dello specismo- di dissolvere le gerarchie che quest’ultimo ha stabilito tra le specie utilizzando, però, quella stessa struttura analitica dell’intelletto che è propria (solo) dell’essere umano, e in questo modo -sempre agli occhi della logica- rischiano di cadere nel paradosso di contraddire il concetto secondo il quale l’intelletto sia pari alle caratteristiche peculiari delle altre specie animali (sarebbe difficile immaginare che un animale non-umano abbia spirito critico…) e, soprattutto, contraddicono l’idea secondo la quale non è possibile che l’uomo stabilisca cosa è meglio per gli altri animali: infatti, durante tutta la speculazione, l’antispecismo rischia tanto di proiettare la prospettiva umana su quella animale, quanto di finire, effettivamente, per decidere che tipo di vita “libera” gli animali delle altre specie vogliano vivere.
    Quanto alla tua infelice “considerazione” riguardo la parità tra donna e uomo, ti invito caldamente a fare “ragionamenti” più pertinenti e, se ne hai voglia, a leggere l’articolo sulle filosofie femministe “Corpi e persone”.
    Buona domenica.
    M.

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