Degli Zu ve ne ho già parlato qui ma ho avuto il privilegio di scambiare un paio di chiacchiere virtuali con Massimo Pupillo, bassista del trio sperimentale (sarà giusto?) di Ostia, circa il gruppo e i suoi due ultimi lavori: un EP (“Goodnight, Civilization”) e un album (“Cortar Todo”).
Senza perdermi in ulteriori miei noiosi fronzoli vado direttamente all’intervista; che’ sicuramente è più interessante sentir parlare Zu che me.
Buona lettura.

Partendo dagli albori: Ostia e la sua realtà cosa vi ha dato come artisti? Mi interessa capire in quale realtà affondano le radici di Zu.

Ostia è un quartiere dormitorio da 500 mila persone senza un club musicale e con un solo cinema multisala, un posto dove l’eroina, notoriamente, di sera si trova più facilmente delle patatine fritte. Un posto dove l’unica cosa mai successa è stato l’omicidio di Pasolini, quindi a me personalmente ha dato un grande impulso verso la fuga.

Stilisticamente parlando avete una vostra identità molto marcata e abbastanza personale. E’ mai stata fonte di problemi per voi? Vi è mai capitato di sentirvi pesci fuor d’acqua in qualche club e/o festival?

Ovviamente, ma essere un pesce fuor d’acqua non è necessariamente un problema. Si tratta solo di abbracciare la propria stranezza e percepirla come un valore invece che come un difetto, che è come il mondo la guarda.

Negli anni avete fatto la muta un sacco di volte. Cos’è cambiato, nel tempo, nel modo di scrivere e nell’approccio alla musica e al mondo musicale?

È una domanda molto ampia! Forse troppo. Ci sono correnti che restano le stesse, ma il letto del fiume si approfondisce col tempo. Se questa immagine ti dice qualcosa!

Con l’arrivo di Gabe cos’è cambiato?

Abbiamo premuto un pulsante con su scritto “brutalità”. Ma devo dirti che stiamo uscendo sempre più fuori da questa costrizione tipica del rock per cui una band è una cosa identitaria, faremo sempre più progetti con persone diverse e anche con batteristi diversi.

Com’è stato tornare a suonare e comporre dopo una pausa di 3 anni?

Eccitante, come essere tornato teenager. E anche normale, come rimettersi un paio di scarpe che hai avuto per anni e che sono ancora molto comode e molto tue.

Che sensazioni vi ha dato scrivere “Goodnight, Civilization”?

GC è stato scritto in Usa, credo sia una reazione a quello che quel sistema provoca sulle persone. Alla pretesa che quella sia l’unica idea di civiltà possibile, basata sulla guerra permanente e sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse terrestri. Se quella è la civiltà e l’unico modello possibile in cui tutto quello che devi fare è entrare e competere a chi fa più soldi o successo, allora > inserisci titolo dell’EP !

Parlando, invece, di “Cortar Todo”: siete molto più incazzati di come vi ricordavo. E’ “colpa” del nuovo arrivato o è proprio un comune sentire del gruppo?

Non è solo incazzatura, è un comune sentire rispetto allo stato del pianeta e riflessioni che si sono formate nel corso degli anni sia grazie ai viaggi che alle letture. James Hilmann dice che oggi chiunque non sia depresso è uno psicopatico. Perché se sei legato a quella che un tempo veniva chiamata l’anima del mondo non puoi non soffrire per quello che stiamo facendo.
Parte delle persone vivono ancora in un paradigma che non gli permette di sentirlo, come nel dopoguerra i nostri genitori o nonni: “la guerra è finita, evviva, ora possiamo inquinare tutto e distruggere la natura fin dove riusciamo ad arrivare!”, e vai con l’ottimismo!
Secondo me viviamo immersi in un’ipnosi collettiva, per cui dobbiamo cercare di svegliarci, anche con la musica come allarme. Tirare delle bombe su questo sonno.

Il nuovo album è stato definito il punto d’arrivo del “trittico metal”, della svolta heavy degli Zu: voi cosa ne pensate di questo trittico e questa svolta? E poi, cosa vi ha portato, a partire da “Carboniferous” ad appesantire il sound?

Non sono scelte coscienti, davvero. Abbiamo sempre avuto una caratteristica con Zu, il nostro lusso non sono i soldi o le folle, ma il poter contare su un pubblico particolarmente attento e speciale che ci permette di andare a sperimentare dove vogliamo e sentiamo di dover andare. Che ci permette, come dicevi tu prima, di fare la muta periodicamente.

Una curiosità personale: che rapporto avete con i vostri brani? Mi piacerebbe sapere cosa provate nel riascoltare i vostri cd ma soprattutto vorrei capire come concepite la fase di composizione, se per voi il momento espressivo termina li o prosegue anche nell’ascolto successivo dei vostri lavori. E’ una fase abbastanza intima e ognuno ha la sua filosofia in merito, la vostra qual è?

Personalmente posso dirti che non riascolto mai un nostro lavoro una volta finito ed uscito. Non sono il tipo che si crogiola e non vedo proprio su quali allori dovrei farlo. Il presente è molto più interessante del passato e se uno riempie la propria testa con quel che è stato non ha abbastanza spazio per ricevere i segnali e le ispirazioni su dove andare dopo.
Comunque posso dirti che suonare i nostri brani dal vivo mi piace sempre molto.

Chiudiamo con una domanda un po’ scontata e forse un po’ fastidiosa: c’è un aneddoto curioso che ti va di raccontare su “Cortar Todo”?

Questa è la classica domanda in cui la mente diventa un foglio A4 bianco per me! Come quando ti chiedono di raccontare un aneddoto curioso avvenuto in tour, magari ne hai 200mila ma così non viene proprio in mente! Per cui ti dirò solo che il titolo dell’album è una frase che mi è stata detta in Amazzonia da una vegetalista, ovvero una maestra delle piante tradizionali.

Giacomo Guidetti
© riproduzione riservata

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Io sono il mio corpo e al mio corpo piace ascoltare la musica, interessarsi d'arte e scienza e studiare filosofia a Bologna. Il mio corpo ha avuto una vita pressoché simile alla vostra, nulla di più e nulla di meno, e ha aspirazioni incongruenti, evanescenti e facilmente influenzabili. Questo è quanto.