Recita l’articolo 34 della nostra Costituzione:

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. 

Non è propriamente vero, non nel qui e ora almeno. Che quello allo studio sia un diritto fondamentale trova generalmente tutti d’accordo: lo scostamento d’opinione nasce  quando si osserva il passaggio dalla teoria alla prassi. Evidentemente i nostri legislatori devono aver interpretato in maniera peculiare il diritto costituzionale all’istruzione, coniugandolo ad un’interpretazione maliziosa (se non meschina) di un altro articolo fondamentale della nostra Carta, il 53esimo:

Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività. 

Il risultato è un mix spregevole: un’università povera finanziata con una tassazione (de facto) regressiva, che pesa economicamente di più sugli studenti meno abbienti. Il massimale per legge è fissato, ad oggi, al 20% dell’importo trasferito dallo Stato all’università: ciò significa che il massimo che un ateneo può richiedere in tasse ai suoi iscritti è pari al 20% delle risorse complessive stanziate da Roma, con aliquote che vanno dal 23% al 43% per redditi superiori ai  75.000 euro annui (senza distinzione con chi ne guadagna anche molti di più). E’ evidente che i ceti medi e bassi siano maggiormente colpiti da questo sistema, che fa pagare a milionari e classe medio-alta la stessa cifra, peraltro relativamente irrisoria. In nessun ateneo italiano, infatti, la retta massima supera i 2000 euro annui, il che genera una disparità sociale non da poco: il figlio d’insegnanti e impiegati, inquadrabile nel ceto medio-basso, paga tra i 500 e i 900 euro di retta, il figlio di avvocati e medici ne paga invece fino a un massimo di 2000, tanto quanto il figlio degli industriali. Questa è giustizia sociale? Questa è tassazione progressiva?

Nota giustamente Maurizio Ferrera, sul Corriere del 3 settembre: “Vi è innanzitutto il problema dei costi. Le rette sono troppo basse per i ricchi e troppo alte per i poveri. Molti vorrebbero un’università quasi totalmente gratuita, come in Germania o nei Paesi scandinavi. Le nostre finanze pubbliche ora non ce lo consentono”. E comunque non dovrebbero, mi sento di aggiungere. Chi può, concorra al finanziamento di un servizio pubblico. Mi pare un principio più che moralmente sostenibile. Altrimenti, la gratuità universalista dei servizi scade nello scarso rispetto che l’utenza ha degli stessi e di rimando nella loro efficienza; magari non succede nelle austere terre scandinave e teutoniche, ma la diffidenza anti-statalista tipicamente italiana ci rassicura del fatto nostro.

Un’interessante ricerca condotta dall’ARWU ha provato a sfatare il mito dell’eccellenza accademica anglo-americana: mettendo in rapporto produttività e risorse a disposizione dei vari atenei emerge che ben 8 delle prime 10 università del mondo sono italiane. La stessa ARWU sottolinea che si tratta di un esercizio pedagogico che spazia nell’Iperuranio: l’Università di Ferrara non è migliore di Cambridge e Oxford, l’ateneo di Pisa non batte davvero quello di Princeton in qualità e competitività. Però in efficienza sì: al netto delle spese, le università italiane sono le migliori al mondo. Facciamo tanto con poco: cosa succederebbe dunque se il Politecnico di Milano avesse le stesse risorse economiche del MIT e la Sapienza potesse contare su finanziamenti pari a quelli ricevuti da Harvard?ImageSenza necessariamente sognare la luna, ci si potrebbe “accontentare” di un massiccio aumento della spesa pubblica destinata a scuole e università (oggi è pari al 4,6% del PIL per la scuola, appena l’1% per l’università e la ricerca: ben al di sotto della media europea, ovviamente). L’aumento di spesa si potrebbe coprire parzialmente con le maggiori entrate fiscali derivanti da rette universitarie più alte e più scaglionate, con differenziazioni marcate a seconda del reddito dell’utente.

Da rigettare, a mio avviso, la proposta avanzata dai pur autorevoli Alesina e Giavazzi in “Il liberismo è di sinistra“, secondo cui creare un canale di finanziamento diretto utenza-ateneo favorirebbe l’efficienza delle università: gettare l’istruzione nel macello del darwinismo sociale mi pare una tesi poco saggia, è ovvio che così facendo le università di Milano, Venezia e Bologna avrebbero molte più risorse di quelle di Bari, Palermo e Napoli, perchè gli studenti iscritti nel primo gruppo di atenei provengono solitamente da ambienti più benestanti. Una redistribuzione centralizzata delle risorse ovvierebbe al problema del grande divario tra Settentrione e Mezzogiorno: “I ragazzi ricchi del Nord vanno all’estero; quelli del Sud, che possono permettersi di studiare fuori, vanno al Nord; quelli poveri restano qua” nota tristemente Antonio Felice Uricchio, rettore dell’Università di Bari, in un’intervista all’Espresso. Atenei meridionali in grado di offrire borse di studio ai meritevoli privi di mezzi e una preparazione equiparabile a quella offerta altrove rilancerebbero il territorio e fermerebbero la “diaspora intellettuale” che tanto spaventa i demografi (ma non abbastanza i politici).

alesinagiavazzi

Dunque, ricapitolando: più spesa pubblica e più progressività delle imposte, a cui corrisponderebbero più risorse, più ricerca, più prestigio. E tuttavia la rivoluzione dell’istruzione deve poggiare anche su una nuova filosofia del merito, che impregni tutto il sistema educativo dalle elementari in poi. Solo così nasce lo stimolo, si sostiene la creatività e si ottiene il massimo dagli allievi. La selettività dei corsi di laurea dev’esserci, ma a favore degli studenti: un orientamento serio che inizia alle superiori e una selezione più “intima” che consapevolizzi lo studente sul corso accademico che va ad affrontare possono essere soluzioni al recente rincaro dell’abbandono degli studi, spesso dovuto a mancanza di risorse da parte delle famiglie, ma a volte anche a scelte d’indirizzo sbagliate sin dal principio e di cui ci si accorge troppo tardi.

Va ripensato tutto il nostro sistema, insomma, senza inutili orgogli reazionari ma accantonando anche il nostro tipico auto-razzismo, evidente nella svenevole retorica filo-estera a tutti i costi che affligge l’opinione pubblica da decenni a questa parte.

Tutti hanno diritto allo studio. Si tratta solo di rendere questo bel principio una bellissima verità.

Tommaso Alberini

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