Where pain becomes beauty

Luglio. Meriggio. A Firenze. Un’aspirante matricola in cerca disperata di case per poter fare il suo studio fa fuori sede, nel mentre si perde a visitare quello che gli capita lungo la via, a comporre un puzzle che definisce sempre di più la percezione della città.
A Firenze, l’arte sembra bloccarsi alla morte di Michelangelo, nel 1564. Di barocco c’è poco, dall’Ottocento in poi ancora meno (i Macchiaioli, pur assai produttivi, se li sono presi fuori Toscana). Nella sua vitalità, la città in realtà cela talvolta un sonno sereno sulle glorie artistiche passate. Un artista contemporaneo, se deve esporre in Italia, preferisce Roma, o Milano, o anche Venezia.
Athar Jaber no. Lui ha scelto Palazzo Medici Riccardi.
‘Si ma scusa chi è Athar Jaber?’ Lo so, ve l’ho spiattellato senza preamboli così vi farà lo stesso effetto sorpresa che ho avuto io.
Scendendo nei sotterranei del palazzo, si trovano i busti greco-romani un tempo della collezione della famiglia Riccardi. Accanto a loro ci sono altre sculture in marmo, bianche, ma diverse, irrispettose dei canoni classici. Quelle sono le opere di Athar Jaber.
Non è italiano, direste. Invece lo è. È nato a Roma nel 1982, da genitori iracheni, intellettuali fuggiti a causa del regime di Saddam Hussein, ma è poi cresciuto a Firenze. “Parlo e sogno in italiano”, dice l’artista, che pure ha completato la sua formazione in Nord Europa, Rotterdam, L’Aia, Anversa, e che pur insegna alla Royal Academy of Fine Arts di quest’ultima città.
Il suo cuore è rimasto nel Bel Paese e in particolare nella città del giglio: ecco perché l’esposizione è qui.
Ma guardando queste opere, sembra rintracciarsi anche qualcosa di quella sofferenza di quel Paese, l’Iraq, che lui non ha mai conosciuto.
La piccola ma interessante esposizione si chiama Where pain becomes beauty: quanto il dolore diventa bellezza.
Le sculture, in prevalenza teste umane, sono tutte mutilate, deformate, violentate. Jaber le ha scolpite con dolore, con violenza. Pannelli esplicativi indicano in quale modo lui ha agito su di loro, contro di loro. Gli strumenti del mestiere sono sempre quelli, ma dopo lui ci è andato giù con proiettili, bastoni, acidi.

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Opus 5 n°4 – Head

Opus 5 nr. 7 – Head , ad esempio, è un pezzo di marmo che nella forma dovrebbe simulare una testa, ma è totalmente irriconoscibile perché crivellato da proiettili; così Opus 5 nr. 4 – Head, raffigurante un volto femminile, presenta un colore rosato e una particolare aspetto ‘sciolto’ dovuto all’acido che vi è stato buttato addosso (non vi ricorda niente?).

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Opus 5 – Child’s Head

Ancora, Opus 5 – Child’s Head presenta il volto di un bambino completamente devastato da quelle note deformazioni che troppo affliggono i nascituri nei Paesi sottosviluppati.

Si tratta dunque di una riflessione sul dolore e sul male che lo causa: avvenimenti iracheni, ma anche una sofferenza universale, al di là delle contingenze. Secondo Jaber, l’opera d’arte, oggi, non può non esprimere questo male perché tale è il mondo: lui stesso afferma che la natura umana non gli piace, in quanto autrice e vittima del dolore. Rimangono comunque manufatti artistici e, pur nella violenza dello stile, non fanno ripugnanza, ma generano quel godimento estetico fine a sé stesso che in fondo è il principale scopo dell’Arte.

Traspare un effetto di sospensione e leggerezza, accentuato dall’oscurità dell’ambiente e dal semplicissimo e ripetitivo titolo che accompagna le opere, opus, seguito dal numero di serie (in mostra vi sono Opus 4, serie realizzata tra il 2009 e il 2013, e Opus 5, immediatamente seguente).
Pain becomes beauty. Come?
La testa femminile succitata è esposta vicino al busto di Vibia Sabina, moglie dell’imperatore Adriano. Un torso maschile, della serie Opus 4 (più classicistica nella ricerca artistica), è nella sala con il ritratto frammentario dell’imperatore Caracalla. Così le altre sculture, tutte vicine a opere antiche, scheggiate e frammentate, anche loro vittime di un male (dispersioni, furti, crolli…), eppure per noi eterni paradigmi estetici. L’opera d’arte non necessariamente è perfetta se raggiunge la perfezione formale.
Jaber sembra quasi voler esasperare e personalizzare in forme nuove la ricerca sul ‘non finito’ del suo concittadino, Michelangelo (esposto proprio lì a due passi, alla Galleria dell’Accademia), applicandola allo stesso materiale, il marmo, simbolo della scultura toscana.  Una visione innovativa dell’Arte, che si inserisce nella tradizione accademica ma riusando una tecnica che tale tradizione ha cercato di oscurare perfino dal catalogo di Michelangelo.

Spesso sento dire che quello che faccio è anacronistico perché uso il marmo e uso figure umane. Ma anche la musica classica contemporanea fa ancora uso di orchestre, violini, flauti, pianoforti.
(Athar Jaber).

P.s.: brutta notizia, la mostra è stata aperta fino al 31 Luglio. Ma non disperate, il nostro giovane scultore ha un sito personale. Andateci, vedrete altre sue opere e le date di nuove esposizioni.

Gioele Scordella

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