The Visit, il nostro biglietto da visita

 

Penso che sia un fatto molto umano aver paura di essere abbandonati. E’ qualcosa presente anche nel chiedersi se si è soli nell’universo. Chiedersi se si è soli al mondo, chi sono i propri amici, se qualcuno ci conosce realmente o se si conosce realmente se stessi. Penso che questa domanda permei in tutti i livelli dell’esistenza umana.

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Queste le prime parole che l’artista danese Michael Madsen disse in un caldo pomeriggio di giugno nella piazzetta Pasolini durante il Biografilm Festival. Dopo la visione di The Visit io ed altri ragazzi sentimmo il bisogno di intervistare la mente che aveva ideato quel curioso film. Quest’esperienza non ci ha permesso di rendere nitido il ritratto di Madsen, semmai di capirne alcune ombre su cui tenterò di far luce.

Non ci troviamo davanti ad un regista e non ci troviamo davanti ad un film. Siamo difronte ad un docente di sviluppo delle idee, ad un pensatore che si serve del mezzo cinematografico per porre delle domande sul reale. Il cinema oggi è lo squarcio attraverso il quale il pubblico è addestrato a guardare e Madsen sceglie di mostrarsi in questo spazio. Lo fa nel 2003 con Celestial Night: A Film on Visibility, due anni dopo con To Damascus – a Film on Interpretation, nel 2010 con Into Eternity in cui comincia la trilogia sul genere umano riscuotendo una maggiore risonanza. Tanto è vero che tra gli spettatori a notarlo c’è anche il grande Wim Wenders che mentre lavora al progetto Cattedrali della Cultura 3D, gli chiede di partecipare.

Ma ecco che nel 2014 arriva The Visit al Sundance Film Festival nei cinema d’ Italia (dopo l’anteprima del Biografilm) il 3 Settembre 2015 con il titolo The Visit – Un incontro ravvicinato: un documentario su un evento mai accaduto, l’arrivo degli alieni sulla terra. Madsen intervista scienziati ed astrofisici, esperti della NASA e componenti dell’ Ufficio per gli Affari dello Spazio Extra-atmosferico dell’ONU: questi rispondono alle domande guardando in camera mentre le domande di Madsen si fanno sempre più filosofiche e sempre meno scientifiche. Innescano dubbi, sopratutto quando arriva il momento di auto-comprendersi. Ad alternare questo momento di confronto c’è la popolazione di una metropoli che cammina per strada, sola: ogni inquadratura è un modo di esprimere l’uomo, di presentarlo rallentandolo, isolandolo, scomponendolo.  Il suono è molto importante in questo procedimento e il sound designer Peter Albrechtsen sembra cucire un vestito perfetto per l’occasione.

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Più proseguiamo con questa visione più abbiamo l’impressione di essere guardati da un spettatore che non ci conosce. E l’incontro con altre forme di vita finisce per diventare un incontro con noi stessi. Madsen lo dice:

Ho sempre pensato che la paura verso “l’altro” o “l’alieno”, che siano esseri umani o extraterrestri, abbia a che fare con il sospetto che il vero alieno sia dentro di noi. […] E poi c’è anche l’interrogativo: ”Chi sono io come singolo individuo? Chi sono io Michael Madsen?” ed è forse la domanda più difficile a cui rispondere.

Questo documentario sembra essere il biglietto da visita per lo spettatore che non ci hai mai conosciuti e il cinema insieme a lui il linguaggio in cui questo biglietto è stato formulato.

Dunque forse mi sbagliavo, forse Madsen è proprio un regista e The Visit è proprio un film. Entrambi testimoniano e celebrano la potenza del mezzo cinematografico come linguaggio universale capace di connettere forme di vita diverse. Il cinema non è più un modo di comunicare una riflessione ma diventa il solo modo di comunicarla. Almeno per Madsen che si prepara al suo prossimo lavoro dal nome Odissea, ultima parte della trilogia sul genere umano.

Lascio le ultime parole a Madsen in persona ringraziando G. Yasas Navaratne, Letizia Cilea, Francesco Rubattu, Lorenzo Signore e Arianna Cuomo che hanno reso possibile questo meraviglioso incontro. Buon ascolto.

Roberta Palmieri

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