Perché il Sinodo è stato una rivoluzione “politica”

Lunedì scorso si è conclusa la XIV Assemblea generale ordinaria sul tema “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”, comunemente noto come “Sinodo sulla famiglia“. Istituito nel 1965 da Paolo VI, il Sinodo è un’assemblea costituita dai rappresentanti dei vescovi cattolici, presieduta dal Papa, che ha il compito di aiutarlo nel governo della Chiesa. In questo caso il tema era, appunto, la famiglia. Il documento redatto alla chiusura del Sinodo elenca tutti i punti di discussione con relativa votazione e mostra come questi fossero divisi in tre sotto-temi denominati rispettivamente “La Chiesa in ascolto della famiglia”, “La famiglia nel piano di Dio”, “La missione della famiglia”. In ciascuno di questi tre capitoli vengono effettuati sia riferimenti religiosi (dalle citazioni bibliche alle recenti dichiarazioni di papa Francesco), che socio-economici (facendo riferimento a immigrazione, crisi economica e alla tanto temuta “teoria gender”), fornendo di fatto un riassunto della posizione della gerarchia cattolica su tutti gli argomenti che ruotano attorno al tema della famiglia.

I contenuti espressi non sono particolarmente interessanti: spesso i problemi sollevati, nella loro banalità, sono condivisibili, molto meno lo sono le cause individuate e le soluzioni proposte, ma in tutti i casi si tratta di affermazioni già ampiamente note. Attira l’attenzione, invece, il metodo di ragionamento: non avviene un confronto con idee diverse e non si cerca di convincere un ipotetico interlocutore, le tesi vengono esposte in maniera pacata ma che non ammette replica. Nel testo del Sinodo, infatti, i punti di partenza sono ben saldi e talmente certi che non vengono nemmeno spiegati, figuriamoci messi in discussione e anche gli avvenimenti del mondo secolare citati vengono piegati per dimostrare i dei dogmi di partenza.

Nessuna riforma epocale quindi, né avvenuta né in vista: il pensiero della Chiesa sui principali temi etico-sociali resta il medesimo e pensare che uno stato che si definisce laico possa trovare un compromesso su di essi è privo sia di prospettive che di senso. Ciò che sembra sfuggire a molti è, infatti, che l’obiettivo della Chiesa non è quello di avvicinarsi alle “innovazioni” della società, ma piuttosto di comprendere le volontà del proprio “elettorato” (i fedeli) e agire di conseguenza in modo tale da mantenerne e possibilmente incrementarne il numero. Perciò è impensabile aspettarsi una rivoluzione su un qualunque tema, semmai piccoli ma sostanziali aggiustamenti, come d’altra parte è possibile constatare nella plurimillenaria storia della Chiesa in occasione del Concilio Vaticano II, precedentemente con l’enciclica Rerum novarum (1891) che prese atto della cosiddetta “questione sociale” cinquant’anni dopo rispetto alla società civile, ovvero alla pubblicazione del manifesto comunista del 1848 e prima ancora in occasione del Concilio di Trento.

Un vero e proprio cambiamento è però avvenuto sul piano “politico”. E’ vero che anche il punto che aveva creato la maggior discussione, cioè il n° 85 riguardante la comunione ai divorziati, non rappresenta chissà quale svolta sul piano pratico. In esso viene semplicemente affermato che «i pastori […] sono obbligati a ben discernere le situazioni» ovvero ad analizzare caso per caso «secondo coscienza»: molti divorziati facevano la comunione anche prima e quasi sicuramente avrebbero continuato a farla anche se il Sinodo avesse espresso parere negativo. Però, è stato mostrato, nel caso ci fossero dubbi, che le alte gerarchie ecclesiastiche Chiesa sono tutt’altro che compatte e abbiamo assistito ad un’aspra lotta tra correnti diverse, anticipata da una serie di schermaglie mediatiche come le voci sul presunto tumore al cervello di Bergoglio, il coming out di monsignor Krzysztof Charamsa e la lettera di critica al sinodo da parte di 13 cardinali e mostrata apertamente dal voto finale di 177 favorevoli su una maggioranza qualificata richiesta di 178. Chi esce vincitore da tutto ciò è sicuramente il papa che si è imposto sull’opposizione rendendo per di più manifesta la sua vittoria. Quello che prima era un fenomeno di fatto ora è stato ufficializzato e questo piccolo, microscopico atto segna la vittoria dell’ala disposta a dialogare con la società riprendendo il cammino intrapreso con il Concilio Vaticano II e interrotto da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI. Dialogo da effettuare, comunque, nei tempi e nelle modalità voluti dalla Chiesa: inutile aspettarsi, è bene ricordarlo ancora, aperture clamorose.

Enrico Toniolo

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