Anche Israele attacca in Siria. Cosa succede ora?

Israele potrebbe aver mosso un passo decisivo per complicare ulteriormente la situazione in medioriente. Ieri è giunta la notizia che gli F-15 israeliani hanno compiuto un raid aereo nei pressi dell’aereoporto di Damasco. Obiettivo dichiarato dell’attacco era un arsenale di armi destinate ad Hezbollah.

Secondo fonti israeliane si tratterebbe di ben 150.000 missili che i fornitori più disparati avrebbero tentato di fornire al gruppo terroristico libanese. Tra di esse spiccano una gran quantità di missili a lunga gittata provenienti dall’Iran. Questo potrebbe essere sufficiente a gettare nuove ombre sul Deal che garantirebbe a Teheran la possibilità di sviluppare una propria tecnologia nucleare, per fini non militari. I falchi americani, repubblicani in particolare, sostengono (in funzione anti-Obamiana) che l’accordo spianerebbe la strada per una futura distruzione dello stato di Israele grazie al nuovo arsenale atomico. Questo spiegherebbe le ragioni dell’attacco preventivo portato avanti dalle forze israeliane. O no?

Se ci allontaniamo per un attimo dal discorso dietrologico, si profila un quadro ben più complesso del previsto e di quanto la retorica bene vs male tipica del dibattito sul caos mediorientale lascerebbe intravedere. Che Israele soffra di un complesso di accerchiamento è fuor di discussione. E che gli altri attori della zona, quasi per guadagnare consenso, dichiarino sempre una crescente ostilità verso lo stato ebraico è un dato di fatto. Si potrebbe anche aggiungere che la nazione di Sion non gode neppure di buona fama presso gran parte dell’opinione pubblica e le istituzioni occidentali, e gli ultimi provvedimenti dell’Unione Europea lo dimostrerebbero. Eppure gli ultimi giorni hanno visto il disgelo dopo quasi un’anno delle relazioni tra Obama e Nethanyau, nonostante le prese di posizione difficilmente condivisibili del presidente del Likud e l’atteggiamento cauto di Washington in medio oriente dopo la nascita della minaccia dello stato islamico.

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Secondo molti analisti si sta profilando una nuova linea di foreign policy nei pressi dello studio ovale. Una linea che includerebbe la possibilità di creare nuove alleanze con potenze tradizionalmente ostili (non ultima la Russia) per evitare la affermazione di una nuova egemonia nella regione. Una possibilità simile si è persino palesata durante l’ultimo dibattito repubblicano, con Donald Trump che invitava gli States a non comportarsi come cane da guardia del mondo, e con Rand Paul che batteva sul tasto di evitare un nuovo Iraq.

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Presumibilmente anche Israele potrebbe rientrare in questo disegno. Damasco a settembre ha visto arrivare alle proprie porte le forze del sedicente califfato, che avevano tra l’altro giustificato l’intervento russo nei pressi della città, formalmente proprio in funzione anti-califfato. Molti in realtà sostengono che la Russia si sia mossa solo per sostenere lo storico alleato Assad, ma questo poco importa. Alla luce degli incontri Kerry-Lavrov, rispettivamente segretario di stato americano e ministro degli esteri russo, non è impossibile ipotizzare lo sviluppo di accordi paralleli per il contenimento delle minacce locali almeno nel breve periodo. E Israele avrebbe solo da guadagnare da questa situazione sul piano strategico globale, riabilitandosi anche agli occhi dell’opinione pubblica internazionale nel caso in cui decidesse un più massiccio intervento contro un rinato asse del Male, salvo rischiare di rendersi oggetto di nuovi attacchi terroristici sul territorio anche da membri dello stato islamico oltre che dalle organizzazioni paramilitari palestinesi. Ma questo sembrerebbe essere il male minore, e vista la preparazione degli israeliani contro gli attacchi terroristici è ragionevole che il pericolo non sia tenuto in gran considerazione. L’occasione per compiere poi degli attacchi contro i propri storici nemici, per giunta sfruttando il casus della minaccia dello stato islamico, è indubbiamente molto appetibile.

Una cosa sola è facilmente immaginabile. L’ingresso in scena di un nuovo attore così pesante nel già complesso panorama del medioriente costituisce un nuovo ostacolo per la riappacificazione della zona. Ammesso che questo sia l’obiettivo di qualcuno.

Filippo Simonelli

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