a67974e3f18aa96f73fbd894d0c3e722Credo sia responsabilità di chi scrive una recensione mettersi in contatto con la realtà, al fine dell’analisi stessa. Oggi ho scelto di parlarvi di Eau argentée – Autoritratto siriano (2014), un sussurro  tra le grida mediatiche diffuse negli ultimi giorni.

Mentre in Siria si sta consumando la guerra civile, Ossama Mohammed, regista siriano, è costretto all’esilio a Parigi. Lontano dalla sua terra, non gli rimane che seguire le vicende attraverso il mondo virtuale dando vita ad una sorta di found fotage che al posto della pellicola monta il materiale youtube come un collage: sono infatti le persone comuni a registrare la quotidianità della realtà siriana. Alcuni perdendo la vita, altri uccidendola. In questa ricerca Mohammed incontra su facebook la voce di Wiam Berdirxan che in chat gli domanda: “Se tu fossi qui con la tua telecamera cosa riprenderesti?” La risposta è tutta condensata in questo documentario.

EA7Inizialmente Ossama Mohammed vuole lavorare ad un progetto che sfrutta esclusivamente il materiale proveniente dal web. La scarsissima qualità dei filmati amatoriali che è riuscito a reperire rende la sua operazione ancor più forte agli occhi dello spettatore, che si ritrova a dover guardare immagini senza nessuna manipolazione o censura. Il regista sceglie di non selezionare cosa possiamo vedere e cosa non possiamo. Ecco montati uno dopo l’altro un bambino che nasce, un cadavere trascinato dai propri familiari, un bimbo ucciso, una anziana signora che si dispera. Davanti ai nostri occhi il quadro mostruoso incensurato che l’occhio (da lontano) si rifiuta, anestetizzato, di guardare. L’uso della voce fuori campo di Ossama contribuisce a dare al racconto dei 1001 siriani uno stampo quasi diaristico: mentre le gocce di pioggia scendono lente sul finestrino, il regista si confessa:

“Volevo essere in pericolo per essere uno della mia gente. Di notte mi dico: tornerò domani”

Ossama Mohammed è lontano dalla sua terra, crede di non poter sopravvivere alla distanza. E proprio quando sente di poter morire, sente la voce di Wiam Simav (dal curdo acqua argentea, titolo del film) proveniente da Homs:

“Ho una storia. Ti piacciono le storie della buonanotte?”

Da qui in poi un dialogo via chat terrà in piedi il film stesso, diventando per entrambi i registi motivo di sopravvivenza. Da una parte c’è un uomo che sopravvive alla distanza dalla sua terra, dall’altra c’è una donna che sopravvive alla guerra. Eau argentée – Autoritratto siriano è il loro punto d’ incontro. Il suono delle notifiche Facebook accompagna questo dialogo per immagini in una realtà che, dal momento in cui entra in scena la voce fuori campo di Simav, assume un tono sempre più intimo. Havalo (in curdo amico) è il nome con cui Wiam chiama Ossama nelle corrispondenze: “scrivi, scrivi, scrivi” gli ripeterà il regista da Parigi. E Wiam comincerà a scrivere e a filmare. La vediamo coraggiosa aprire una scuola, registrare i volti per strada, seguire gli animali. La sentiamo sola al buio dentro un armadio, di notte. E poi vediamo il volto di Omar che corre tra le macerie per prendere un fiore.

Questo documentario, nonostante possa essere considerato un esperimento audio-visivo che si distanzia al modus operandi cinematografico, è cinema a tutti gli effetti: l’anti-censura è una scelta consapevole che non cerca compassione ma mostra la realtà così com’è, nuda e cruda. Vedere questo documentario è un’ opportunità di conoscere la realtà di cui si chiacchiera tanto in questo momento, dopo l’attentato di Parigi.

(Film prodotto e distribuito dalla Francia, Eau argentée – Autoritratto siriano (2014) lo trovate con i sottotitolo in italiano
on demand sul sito di mymovies: http://www.mymovies.it/film/2014/eauargenteesyrieautoportrait/live/)

Roberta Palmieri

© riproduzione riservata

CONDIVIDI
Articolo precedentePerché ci sono tensioni sulla riforma della giustizia
Prossimo articoloQuella con l’Isis non è una guerra tra culture
Nasce a Chieti con telecamera alla mano. Diffida dalla cinefilia che nasce dall'urgenza di collezionare visioni e affida al cinema uno spazio esclusivo e smisurato. In teoria oggi studia cinema al DAMS di Bologna, in pratica lavora ai suoi progetti. Da quando ha scoperto il cinema documentario non riesce più a fare a meno di esplorarlo. A Versus Roberta sceglie di dare in custodia le sue esperienze visive dal 2013.