Perché il summit di Parigi sul clima è tardivo

In una Parigi militarizzata come non mai, si è aperto ieri (oggi la cerimonia inaugurale con i capi di stato) il summit sui cambiamenti climatici indetto dalle Nazioni Unite: si tratta della ventunesima conferenza delle parti, consesso ormai annuale che molto spesso si è concluso in un nulla di fatto. Ciò che rende quello francese un appuntamento diverso dagli altri è semplice: il ritardo con cui i grandi paesi hanno deciso di intervenire. Fiumi di belle parole hanno infatti per anni accompagnato vacui proclami, dimostratisi quantomai sterili sul piano pratico. La ragione dell’economia ha avuto sempre la meglio su quella della salvaguardia dell’ambiente, almeno sino ad ora. Le motivazioni sono facili da intuire, ma errate in una prospettiva di medio e lungo termine: i cambiamenti in atto potrebbero anche essere affrontati, tuttavia la rapidità attraverso cui stanno avvenendo da una parte, e la sostanziale impreparazione della collettività umana dall’altra, li rendono catastrofici anche dal punto di vista monetario.

Ma perché sarebbe troppo tardi? Il MetOffice britannico ha dichiarato in questi giorni che il 2015 si avvierebbe a chiudersi quale anno più caldo da quando sono iniziate le registrazioni. A meno di non voler mettere in discussione la buona fede delle agenzie scientifiche internazionali, che pure sono state coinvolte da scandali, ma mai riguardanti la misurazione delle temperature, c’è di che preoccuparsi. Sì, perché non si tratta del solito aumento dello zero virgola qualche cosa: questa volta gli inglesi sono pronti a scommettere che l’anno chiuderà con un’anomalia media di ben un grado centigrado tondo tondo al di sopra della media trentennale 1960 – 1990. Cosa vuol dire? Semplicemente che siamo a metà strada dalla soglia critica individuata dalla comunità scientifica, pari ad un aumento di due gradi della temperatura media globale: oltre tale limite si entrerebbe in uno scenario inesplorato e non facilmente prevedibile, in cui il caos climatico potrebbe farla da padrone, generando fenomeni estremi e, soprattutto, danni ambientali irreversibili.

Gli scettici sostengono che in realtà l’eccezionalità dell’evento sia da imputarsi all’altrettanto straordinario fenomeno di super Niño, ovvero un aumento inusitato delle temperature superficiali dell’Oceano Pacifico meridionale. Se questa affermazione potrebbe anche essere condivisibile, ci sarebbe però da interrogarsi sulle cause di un simile fenomeno: non sarà, signori scettici, che il calore degli oceani è anch’esso aumentato a dismisura?

Appurato tutto ciò è dunque facile comprendere la ragione per cui le belle parole di Parigi, Copenhagen, Kyoto e New York non solo risultano intempestive, ma per di più non permettono tutt’oggi di far fronte seriamente al problema. Passi avanti sono stati annunciati, a dire il vero: sia la Cina che gli Stati Uniti di Obama, hanno prospettato strategie di lungo periodo volte all’abbattimento dei gas serra, fra tutti CO2 in primis. Tali buone intenzioni, tuttavia, dovranno divenire misure concrete e, ora che dalla carta si passerà alla realizzazione effettiva, avremo perso altri anni preziosi. Nei quali le emissioni saranno continuate ad aumentare. Consentiteci d’altro canto di dubitare della fondatezza di tali progetti: visti i fallimentari precedenti, c’è da aspettarsi che qualora si riuscisse a fare un decimo di quanto previsto, si dovrebbe gridare al miracolo politico.

Un'immagine degli scontri di ieri a Parigi
Un’immagine degli scontri di ieri a Parigi

Eppure anche qualora queste proposte di abbattimento dovessero riuscire a vedere la luce nella loro interezza, si tratterebbe di pezze insufficienti a sanare il grave strappo. Per avere un’idea dell’ordine di grandezza prospettato, occorre ricorrere ad alcuni numeri: in natura il biossido di carbonio (che a scuola chiamavamo anidride carbonica) esiste di per sé, quale componente dell’atmosfera, e la sua quantità viene regolata da delicati meccanismi di scambio, essenzialmente tra foreste e oceani. Attraverso tali processi, in un anno sono naturalmente emesse ben 771 miliardi di tonnellate (GT) di CO2, assorbite totalmente nel medesimo arco di tempo. Onde evitare l’alterazione di tale sistema, l’International Panel for Climate Change (agenzia ONU dedicata allo studio dei cambiamenti climatici) calcolò quindi che le emissioni umane non avrebbero dovuto superare i 17 miliardi di tonnellate. Già nel 2004 le nazioni della terra nel loro complesso ne producevano 29 GT.

Tutti i piani sino ad ora propagandati non sono stati tesi, come sarebbe stato logico, al rientro entro tali margini: piuttosto si è portata avanti una politica di dilazione volta a ritardare il fatidico superamento dei 2 gradi di anomalia media. Come se non bastasse questi stessi piani sono stati del tutto disattesi, se si esclude l’esempio virtuoso dell’Unione europea, in prima linea in questa vera e propria guerra, portando le emissioni annuali ad aumentare ulteriormente. Il risultato lo si è visto quest’anno: la CO2 presente nell’atmosfera è giunta a quota 400 parti per milione, contro le 280 ppm registrate circa un secolo fa. Dinanzi a tali dati e all’inazione dei paesi extraeuropei, primi fra tutti i due più grandi produttori di gas serra, Stati Uniti e Cina, il dubbio che a Parigi si finirà con l’ennesimo nulla di fatto è alquanto fondato.

Cosa fare, dunque? Non rimane che prepararci al cambiamento, adottando strategie di difesa adeguate e tentando di raggiungere l’autonomia energetica nonché garantendoci quella alimentare. La strada del non ritorno è oramai stata imboccata, difficile dire dove ci porterà.

Francesco Gallo

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