La guerra all’IS non si vince con gli aerei

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La Gran Bretagna ha votato a favore dei bombardamenti in Siria contro l’IS. La camera dei Comuni si è espressa con ben 397 voti favorevoli contro 223 contrari, con una maggioranza rinforzata anche dalle spaccature interne al partito labourista. Ma ora le dinamiche interne del malandato partito di sinistra britannico sono decisamente irrilevanti. Occorre invece notare come abbia prevalso una linea interventista in Gran Bretagna, frutto certo della consapevolezza che lo stato islamico non si bombarderà da solo. Eppure questa non è la strada da percorrere per ottenere risultati duraturi. 

Il recente passato delle imprese libiche avrebbe dovuto insegnarci lezioni alle quali pare invece che siamo restii a comprendere e a recepire. La prima considerazione che viene da fare è che le guerre, nel ventunesimo secolo, non si vincono dall’aria. Se allarghiamo il campo della nostra osservazione poi notiamo come il voto della House Of Commons sia figlio di un sentimento di isteria diffuso in Europa dopo gli avvenimenti di Parigi. La Germania potrebbe imitare Londra a giorni. Eppure, se da un lato è normale e comprensibile che si sviluppi una sorta di psicosi tra la popolazione, ci si aspettano reazioni di ben altro tenore dai decision makers. Se c’è una funzione per la quale lo stato viene investito di poteri esclusivi, questa è quella difensiva. Prendere una decisione così “di pancia” e che porterò scarsi risultati nel breve (come nel lungo periodo) è un grave errore che rischiamo di pagare tutti.

Questo non significa che non bisogni muovere una guerra vera e propria al sedicente califfato. Una giustificazione, seppure parziale, della decisione di Westminster, può essere data dal fatto che questa se non altro è una reazione alla barbarie, un deciso cambio di direzione rispetto all’inerzia con cui tutto il continente ha osservato il diffondersi di questa minaccia così vicino ai propri confini. E non si può certo sperare che lo stato islamico imploda su se stesso, come auspica il delatore di Wikileaks Bradly/Chelsea Manning. L’ex militare, in un articolo tra il visionario e il delirante pubblicato dal Guardian lo scorso settembre, sosteneva che lo stato islamico, una volta diventato “stato” a tutti gli effetti, sarebbe crollato rapidamente sotto i colpi che la realtà sferra a tutte le entità statali, in special modo le difficoltà umanitarie e finanziarie. Vista la lista dei finanziatori internazionali che foraggiano il Daesh, che si fa di giorno in giorno più lunga, questa sembra una ipotesi molto remota. Per non parlare dei diritti umani, che non sembrano in cima alla lista delle priorità di Al-Baghdadi e compagni.

Occorre piuttosto innanzitutto mettere a punto una strategia comune. L’occidente dispone infatti della più longeva alleanza militare che la storia ricordi, la NATO. Muoversi singolarmente quando sarebbe possibile fare uso di una simile forza contundente sarebbe folle. Eppure le cose non sono così semplici. Lo scambio di accuse tra Turchia e Russia di questi giorni, le stesse mosse di difficile comprensione dell’alleanza atlantica (come la questione montenegrina) mostrano come il quadro sia lungi dall’essere chiaro all’interno della stessa alleanza e del mondo occidentale (allargato ad est).

Fino a che non sappiamo neppure chi sia a combattere davvero lo stato islamico non possiamo permetterci di compiere mosse incaute che rischiano di non minare in alcun modo la presunta forza dell’IS. Gli attacchi vincenti (dei Curdi ad esempio) sono troppo poco strutturati e rischiano di rivelarsi vittorie di Pirro, utili solo a generare nuovi martiri per galvanizzare i terroristi e soffiare nel mantice della propaganda. Per non parlare del fatto che si manderebbero al macello presumibilmente quantità ingenti di soldati, gli stessi che i più assetati militaristi poi venerano alle parate patriottiche e piangono ogni volta che questi muoiono servendo paesi più o meno ingrati. La posizione del governo italiano, per fortuna, è per ora la più cauta e ragionevole. Affermando di non voler creare una “nuova Libia”, Renzi e Gentiloni dimostrano di aver forse chiari i rischi di due teatri così instabili che si affaccino su un mediterraneo dal quale l’Italia rischia di essere sempre più estromessa, specie se si occupasse di affari così distanti e poco profittevoli come un bombardamento nel vuoto (con una flotta aerea così antiquata come la nostra, per giunta). Inutile poi ricordare che le guerre costano, le guerre aeree particolarmente, e che nazioni con finanze così in bilico come la nostra non hanno certo soldi da impiegare per operazioni che non siano di vitale importanza. Impiegare gli stessi soldi per la difesa e l’intelligence avrebbe ritorni infinitamente superiori, sia sul piano strategico che su quello psicologico.

Dunque né una guerra per procura, fatta presumibilmente da chi ha interessi differenti dai nostri, né tantomeno drolè de guerre, per usare una espressione derivata da un conflitto iniziato proprio un secolo fa. Una guerra vera si dovrà fare, ma non ora. Nel frattempo, piuttosto che sganciare ordigni nel vuoto, l’unica azione che un governo responsabile deve fare è quella di tranquillizzare la popolazione e evitare il diffondersi del panico, senza soffiare sul vento della propaganda anti-islamica, oro per i reclutatori. Ma neppure dando adito ad una retorica del buonismo altrettanto deleteria. Se questo verrà accompagnato da un lavoro di intelligence coordinato e serio, come l’Italia e l’occidente si sono dimostrati più volte in grado di fare (e l’operazione J-Web ne è esempio), allora avremo poco da temere per la nostra sicurezza. Ciò non toglie che interrogativi più profondi sulla nostra identità culturale non vengano risolti. Ma questo, si spera, non è affare di governo.

 

Filippo Simonelli

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