«Lui si è spostato davanti a me e mi ha sfilato una gamba dei calzoni. Non riuscivo a muovermi. Ero sotto shock. Lui si era messo a pregare e io lo seguivo. Tremavo. Non ero in grado di reagire.» Chinandosi sul corpo del ragazzo, padre Geoghan gli praticò sesso orale. « D’improvviso Geoghan balzò in piedi. Un prete spalancò la porta e cominciò a urlare: “Jack, non ti avevamo detto di non farlo più, qui?”»

Partendo da testimonianze come questa, tra il 2001 ed il 2002, lo Spotlight Team, la squadra di giornalisti investigativi del Boston Globe, ricostruì una rete, impressionantemente vasta, di storie di bambini ed adolescenti, appartenenti a diverse parrocchie, che avevano subito molestie o stupri da parte degli stessi preti, nell’area metropolitana di Boston.

L’inchiesta, ricostruita nel film da Oscar Il caso Spotlight e vincitrice del Premio Pulitzer nel 2002, ha rivelato l’esistenza di un consolidato sistema di connivenza, omertà, insabbiamento da parte dei vescovi e totale mancanza di protezione e moralità nei confronti delle vittime: gli abusi sessuali in America erano una prassi frequente e addirittura documentata, di cui i vertici di ciascuna diocesi erano a conoscenza

La realtà ha faticato tanto ad emergere, perché i vescovi hanno volutamente adottato una politica di segretezza. Di fronte alle denunce di violenza o molestie sessuali da parte delle famiglie delle vittime, hanno optato quasi sempre per il patteggiamento. Questo rito, alternativo al dibattimento, consente che la discussione si svolga a porte chiuse, in segreto, tra accusa e difesa e che la causa non divenga di pubblico dominio e che i relativi documenti non siano accessibili a nessuno. Il patteggiamento, seguendo una logica premiale, si configura come l’offerta di una soluzione rapida e al ribasso, garantendo al colpevole una pena inferiore e alle vittime risarcimenti più bassi, rispetto a quelli ottenibili, optando per il rito ordinario.

Ma non è tutto: era talmente forte l’influenza delle istituzioni ecclesiastiche su quelle americane, che i fascicoli dei pochi casi discussi pubblicamente in tribunale, sui quali misero le mani i giornalisti di Spotlight, erano vuoti! Fatti sparire, benché dovessero essere pubblici e consultabili. Che la Chiesa volesse evitare uno scandalo è, facendo un grande sforzo, comprensibile. Quel che non è affatto condivisibile è che non abbia tempestivamente messo fine ad una prassi così indecente, consentendo che gli abusi si perpetrassero periodicamente.

Ad onor del vero, i vescovi presero dei provvedimenti disciplinari contro i preti accusati di pedofilia. Lo schema seguito in ogni diocesi era il medesimo: ricovero per un periodo più o meno breve in istituti psichiatrici, spesso interni alla Chiesa, seguito da un trasferimento in altre sedi. Ovviamente con la raccomandazione di tenersi alla larga dai bambini. La strategia si rivelò inefficace. In un rapporto confidenziale sull’abuso di minori, destinato alla Conferenza episcopale americana, redatto nel 1985 da T. P. Doyle, specialista di diritto canonico, M. R. Peterson, psichiatra, e dall’avvocato F.R. Mounton (difensore del reverendo Gauthe, accusato di molestie a danno di undici bambini), si legge: «la recidiva è talmente alta nei soggetti pedofili che tutti gli studi dimostrano che da soli i modelli di assistenza psicologica o psichiatrica ambulatoriale NON FUNZIONANO […] la pedofilia è una patologia cronica per la quale al momento NON ESISTE SPERANZA DI CURA». (Le scritte in maiuscolo sono una apposita scelta dei redattori). Ah, per inciso, uno dei principali propugnatori del rapporto fu Bernard Law, esattamente il cardinale che coprì tutti gli abusi denunciati da Spotlight.

Una scena de "Il caso Spotlight" (www.salteditions.it)
Una scena de “Il caso Spotlight” (www.salteditions.it)

Nonostante la soluzione adottata fosse fallimentare, i vescovi non cambiarono metodo per affrontare il problema. Le istituzioni ecclesiastiche erano a conoscenza dell’impossibilità di guarigione: nel 2002 l’istituto psichiatrico di Hartford, che ebbe in cura alcuna preti pedofili, accusò le autorità ecclesiastiche di aver ignorato le raccomandazioni cliniche degli psichiatri, restituendo al ministero sacerdoti che non persero tempo a commettere nuovi abusi, appena tornati in servizio.

L’inchiesta del Boston Globe innescò un effetto domino: non erano solo i vescovi statunitensi a coprire e lasciar agire, quasi indisturbati, i preti pedofili sottoposti alla loro autorità. Ben presto si levarono voci di denuncia anche in Canada, Australia, Nuova Zelanda ed infine Europa.

Il coraggio delle vittime e il ricorso ai tribunali non è sufficiente. Di fronte a un simile marasma delle istituzioni ecclesiastiche, è doveroso un profondo intervento riformatore.

Come ha reagito la Chiesa? O meglio: ha reagito?

La gran parte dei reati di pedofilia denunciati dal Boston Globe si è verificata durante il pontificato di papa Wojtyla. Ecco un elenco delle ammirevoli contromisure da lui adottate: silenzio. Nulla da ridire. Fu una scelta ottimale, perfettamente consona al modo d’agire delle autorità ecclesiastiche nordamericane. Solo quattro anni prima della sua morte, inviò una e-mail alle chiese cattoliche di tutto il mondo, per chiedere perdono per gli abusi dei sacerdoti.

Per valutare in termini di umanità ed utilità il gesto di Giovanni Paolo II, è sufficiente tener presenti i costi umani degli abusi perpetrati per anni dai medesimi sacerdoti. Fatte salve le poche vittime che hanno avuto il coraggio di reagire o che hanno operato una rimozione psicologica dell’evento, i più sono cascati nel tunnel dell’alcool o della droga. Altri si sono suicidati. Per calpestare ulteriormente la dignità delle vittime, Wojtyla offrì una dignitosa fine alla carriera, rovinosamente precipitata, del (ex papabile) cardinale Law, nominandolo arcivescovo della basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma. Le azioni del pontefice meritano di essere lodate per la loro coerenza: in fondo, tra i suoi storici amici annoverava il reverendo Marcial Maciel Degollado, celebre per aver fondato il potente ordine religioso dei Legionari di Cristo, nonché per essere un pedofilo e violentatore seriale.

L’onestà mi impone di rammentare che, nel 2001, Giovanni Paolo II promulgò il motu proprio “Sacramentorum sanctitatis tutela”. La legge attribuisce alla Congregazione per la dottrina della fede (CDF), ex Santa Inquisizione, la competenza a giudicare, nell’ambito dell’ordinamento canonico, una serie di delitti particolarmente gravi, tra cui quello di abusi sessuali su minorenni e soggetti deboli.

Riletto alla luce delle Linee guida emesse dal Vaticano nel 2011 (pontificato Ratzinger), il procedimento inaugurato dal motu proprio sembra essere caratterizzato da una eccessiva discrezionalità: in primo luogo il vescovo deve vagliare la verosimiglianza dell’accusa. Se la ritiene tale, procede ad un’indagine preliminare, al termine della quale, se l’accusa risulta credibile, si chiede che il caso venga deferito alla CDF. Altrimenti l’intera documentazione dovrà essere secretata. Anche la CDF esercita un certo potere discrezionale: laddove non ritenga il caso talmente grave da riservarlo alla competenza del pontefice, può «dettando opportune norme, procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale».

Le misure canoniche applicabili consistono nella limitazione del ministero pubblico, talvolta escludendo i contatti con minori, o nella più grave dimissione dallo stato clericale. Su richiesta dello stesso chierico, può essere concessa, per il bene della Chiesa, la dispensa dagli obblighi inerenti allo stato clericale, incluso il celibato.

L’intera procedura deve svolgersi «con il dovuto rispetto nel proteggere la riservatezza delle persone coinvolte e con la debita attenzione alla loro reputazione». Soprattutto quella del prete pedofilo: «dovrà essere adottata ogni idonea cautela intesa a evitare che quei provvedimenti pongano in pericolo la buona fama del chierico. Dei provvedimenti assunti, in particolare, non sarà necessario rendere pubblici i motivi, salvo che ne sussistano valide ragioni».

Art. 30 del motu proprio: «Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio». Però, nelle Linee guida si sollecita la collaborazione con le autorità civili. Eccellente forma di collaborazione il silenzio! Al di là del contrasto delle prescrizioni, i vescovi di Asia, America Latina e Africa si sono opposti al contenuto delle Linee guida, dichiarando di non voler riferire alla polizia locale le segnalazioni di abusi sessuali.

Perché percorrere ancora la strada della segretezza? Risponde Monsignor Bertone: «Se un fedele non ha più nemmeno la possibilità di confidarsi liberamente, al di fuori della confessione, con un sacerdote, se un sacerdote non può fare lo stesso con il suo vescovo perché ha paura anche lui di essere denunciato, allora vuol dire che non c’è più libertà di coscienza». Scacco matto! Quando si chiama in causa la libertà di coscienza, si alzino le mani e si taccia. Soccomba pure la difesa della personalità del minore.

Ma Bertone non ha neppure tutti i torti: l’art. 4 dell’Accordo di Villa Madama, firmato nel 1984 tra la Città del Vaticano e la Repubblica Italiana, per modificare i Patti Lateranensi, prevede che gli ecclesiastici non siano tenuti a dare ai magistrati o ad altre autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero.

Wojtyla e Ratzinger hanno trattato i crimini di pedofilia solo come peccati: pensate che spretare un sacerdote sia una pena adeguata? È stato punito per il peccato. E il reato? La giustizia ecclesiastica non è quella dello Stato. E la vittima ha il diritto che il suo Paese la difenda.

Papas-Francisco-e-Bento-XVI

Benedetto XVI, il rinunciatario, aveva già abdicato alle sue responsabilità quando nel 2005 fu chiamato, dal Tribunale del Texas, a rispondere di cospirazione contro la giustizia. L’accusa si riferiva a quando, in qualità di prefetto della CDF, aveva coscientemente nascosto numerosi casi di pedofilia, come provano documenti da lui approvati e divulgati. In una lettera, Ratzinger cita un documento del 1962, il Crimen sollicitationis, che papa Giovanni XXIII inviò a tutti i membri della Chiesa, per dare precise direttive sui comportamenti da tenere, una volta venuti a conoscenza di molestie e abusi: «Quello che nel trattare queste cause deve essere curato e osservato in misura più grande è che le medesime si svolgano segretissimamente e che, dopo che siano state determinate e affidate ad esecuzione, siano vincolate da un perpetuo silenzio […] sotto pena di incorrere nella scomunica». Nel 2005 Ratzinger era già salito al soglio pontificio, per cui poté avvalersi dell’immunità diplomatica, in quanto capo di Stato, che George Bush gli concesse, per ragioni di politica estera. Leggasi: non voleva incrinare i rapporti col Vaticano.

La svolta di Bergoglio?

Solo con papa Bergoglio si respira vera aria di cambiamento: «Cose del genere non possono rimanere segrete: mi impegno a un’attenta supervisione, affinché i giovani siano protetti e tutti i responsabili siano tenuti a rispondere delle loro azioni.» Pochi mesi dopo la sua elezione, nel 2013, ha modificato il codice penale, inasprendo le pene previste per i reati di abuso sessuale sui minori e possesso di materiale pornografico, e nominato una commissione di consulenti che si occupi della questione.

Ha dato una dimostrazione forte delle sue intenzioni di radicale riforma della Chiesa, sottoponendo a processo canonico e riducendo allo stato laicale l’arcivescovo Josef Wesolowski, accusato di aver abusato di bambini, nel corso dei cinque anni del suo mandato come ambasciatore nella Repubblica Dominicana. La morte per infarto gli ha risparmiato un processo penale dinanzi alla corte vaticana.

La decisione di Papa Francesco è incredibilmente innovativa: Benedetto XVI riservò al reverendo Maciel Degollado (il suddetto amico di Wojtyla) un trattamento assai più blando, limitandosi ad estrometterlo da ogni ministero pubblico.

Nel 2014, il Comitato ONU sui diritti dell’infanzia ha duramente criticato il Vaticano per aver adottato, fino ad ora, politiche e pratiche che hanno concesso ai preti pedofili di perpetrare gli abusi su decine di migliaia di bambini, restando impuniti, perché «difficilmente i casi sono stati riferiti alle autorità giudiziarie nei Paesi in cui sono stati commessi», a causa di «un codice del silenzio imposto a tutti i membri del clero, sotto la pena della scomunica».

Ancora una volta il Papato ha tentato di difendere l’indifendibile, sostenendo di essere responsabile dell’applicazione della ratificata Convenzione sui diritti dell’infanzia solo entro i confini della Città del Vaticano e non nelle chiese del resto del mondo. Ha inoltre voluto rendere noto che, tra il 2004 e il 2013, ha privato delle funzioni sacerdotali 848 preti pedofili e sanzionato altri 2572.

Nel giugno del 2015, papa Francesco ha introdotto il reato canonico di abuso d’ufficio episcopale, per i vescovi che hanno coperto o facilitato i preti colpevoli di abusi sessuali, ed ha autorizzato l’istituzione di un’apposita sezione della CDF, che giudichi i vescovi. Se veramente si avranno dei risultati concreti dal funzionamento di un simile tribunale, sarebbe la prima volta che la Chiesa intraprende contromisure giuridiche contro i principi della Chiesa, responsabili di aver alimentato quel sistema di connivenza, insabbiamento e reciproca copertura dei misfatti, che hanno rivelano il lato immorale dei santi pastori.

Bergoglio si è dato «un periodo di cinque anni in vista di ulteriori sviluppi delle proposte presenti e per il completamento di una valutazione formale della loro efficacia».

Ciò che più sconvolge dell’intera questione è questo: sapevano e non denunciavano. Anzi occultavano. Hanno abbandonato le vittime, ignorando i principi del cristianesimo stesso. Le hanno pagate per tacere, non hanno offerto il dovuto conforto. I vescovi, con la loro condotta omertosa, dovendo esercitare un controllo sui preti sottoposti alla loro autorità, sono responsabili tanto quanto chi ha direttamente commesso l’abuso. Ed anche di più, perché hanno consentito il perpetrarsi di un delitto, prevedibile e prevenibile, in un numero indefinito di casi. Indefinito perché non tutte le vittime, né i protettori dei carnefici vogliono uscire allo scoperto.

Michela Tremolizzo

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