Le piccole cose: in memoria di Lucia Ottobrini

Settantuno anni fa finiva la seconda guerra mondiale, lasciando gran parte dell’Eurasia cosparsa di rovine e con decine di milioni di morti da piangere. In Italia festeggiamo la sconfitta della barbarie nazi-fascista il 25 aprile, giorno dell’insurrezione in Nord Italia contro l’occupazione nazista, liberazione che è stata nuovamente celebrata alcuni giorni fa. La Resistenza e la sua retorica sono sempre stati un campo di lotta politica nel nostro paese: non solo, ovviamente contro la retorica repubblichina del neofascismo italiano, ma anche all’interno del fronte antifascista, nel tentativo di avocare a sé la “Resistenza migliore”. Lo scontro centrale fu tra la rivendicazione comunista di essere stata la principale formazione armata e l’accento opposto del mondo cattolico sulla resistenza non-violenta. È significativo che in entrambi i casi l’uso della violenza non fosse problematizzato, ma accettato o rifiutato a priori. Per questo anniversario mi piace perciò ricordare Lucia Ottobrini, partigiana cattolica dei Gap romani, che ci ha lasciato l’autunno scorso. Intervistata da Sandro Portelli, ricorda le stragi partigiane, tragicamente necessarie, dei giovanissimi soldati tedeschi a Roma in questo modo: «Sono cose che non passano mai. Io li ricordo sempre, per tutta la vita. È un dolore, una cosa tremenda, terribile, glielo posso dire. Per me anche un nemico era un uomo. E mi dispiace infinitamente, tanto». Può sembrare un caso isolato, ma non lo è. È invece espressione di una sensibilità, che spesso è connessa alla propria cultura politica. È dentro la consapevolezza radicale che i mezzi non sono neutri, che il fine non li giustifica a prescindere. Discorso che vale in ogni ambito e in maniera particolare per la violenza. Un vecchio compagno degli anni Settanta, a proposito dell’antifascismo militante, mi ha insegnato che, poiché la violenza è a volte necessaria, dobbiamo imparare a odiarla mentre la utilizziamo.

È qualcosa di simile a quello che ho avuto l’onore di imparare da Lidia Menapace, partigiana e femminista, ascoltandola alcuni anni fa all’Ex Cinema America occupato. Alla bella e intensa iniziativa, “Donne in resistenza”, erano state invitate, oltre alla partigiana, donne parenti di vittime di abusi delle forze dell’ordine per raccontare la loro terribile esperienza. Dopo che una di queste aveva parlato, scorata, di una “battaglia senza fine”, la partigiana, rivolgendosi, le ha detto, più o meno: “io, che le battaglie le ho fatte, so che quando la guerra finisce bisogna parlare di lotta”. È una lezione che ancora ricordo. È per questo che ritengo che inneggiare, come fatto anche nei giorni scorsi, ai fatti di Piazzale Loreto sia terribile. E non è una posizione presa con il “senno del poi”, a guerra finita. Dirigenti partigiani di primissimo livello, come Sandro Pertini e Ferruccio Parri, espressero dure critiche contro quello scempio. È invece una posizione che ha a che fare con lo sforzo di non inquinare i pozzi, con il tentativo, anche nella lotta più dura, di tentare in tutti i modi di “restare umani”, prestando grande attenzione al linguaggio e alla grammatica della violenza. Scrive bene Adriano Sofri nel suo libro sulla strage di Piazza Fontana: «Le parole non sono pietre. Ma sono anche esigenti, e perfino esose, e a furia di sentirsi pronunciare e scandire e gridare presentano un loro conto»: basti pensare al conto che ha presentato lo scandire “Piazzale Loreto” per tutti gli anni Settanta, anni che si concludono con il terribile omicidio a freddo di due militanti neofascisti ad Acca Larentia nel gennaio del 1978.  È per questo che dà speranza scoprire, dentro un diario sul Rojava scritto da un giornalista italiano, che a Kobane i miliziani e le miliziane seppelliscono i corpi dei loro nemici in fosse comuni, segnandone il luogo affinché i loro cari possano poi recuperarli. Perché il fascismo, come ci mostrano ancora oggi le stragi del Daesh, è anche culto per la morte, odio per la vita: ai fascisti che, cercando la “bella morte” durante la guerra di Spagna, gridavano “Viva la muerte”, i curdi ci aiutano a rispondere “!Viva la vida, muera la muerte!”.

FOTO: Miliziane curde dell’YPJ di Maryam Ashrafi via www.vice.com

LC

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