La ginestra: i movimenti e la tempesta che viene

Domenica 15 maggio 2016 è stata il quinto anniversario del movimento degli Indignados, che da quella data ha preso il nome di 15M. Un movimento che ha avuto come modello di mobilitazione la piazza Tahrir egiziana delle primavere arabe, con l’occupazione della Puerta Del Sol a Madrid. È in questa data, 76 marzo secondo il suo calendario, che il movimento francese della Nuit Debout (Notte in Piedi) ha, non a caso, lanciato il Global Debout, la mobilitazione globale di occupazione delle piazze per riprendere la parola: il movimento francese si vuole infatti in forte continuità con quello spagnolo, tanto che  l’Assemblea di Place de la République gli ha dedicato per l’anniversario il canto “cumpleaños feliz”. All’appello hanno risposto quasi trecento città di ventotto paesi di tutto il mondo. La Nuit Debout si mostra dunque capace di parlare a livello globale, non dà quindi «l’idea di denunciare uomini al balcone di un solo maggio, di un unico paese», sebbene solo Madrid e Barcellona abbiano riempito le piazze attivando una volontà di mobilitazione e di azione al di fuori dei giri stretti di militanza. L’aspetto più significativo rimane però la ripresa delle parole d’ordine francesi come l’opposizione fra alto e basso e tra 99% e 1%, la pratica della democrazia in piazza, l’attenzione all’azione diretta. Si tratta di parole d’ordine comuni anche al 15M e al suo fratello d’oltreoceano, Occupy Wall Street del 2011, e che hanno come matrice comune il movimento dei movimenti di Genova 2001, con il tentativo di alcuni sue parti di fuoriuscire dalla cultura politica novecentesca.

La speranza è che possa essere l’inizio di una messa in questione di alcuni luoghi comuni che ancora pesano, soprattutto in Italia, sulle analisi e sulla capacità di allargamento delle mobilitazioni: essenziale è evitare il rischio che il vecchio inglobi il nuovo e fare in modo che sia invece l’inizio della costruzione di una nuova grammatica delle lotte di cui, oggi più che mai, si sente l’esigenza. O quantomeno che le piazze non si riducano a intergruppi mascherati e possano essere invece luogo di confronto di esperienze di vita, di sfruttamento, di oppressione, di solitudine, nel tentativo di reagire collettivamente in un mondo che restringe sempre più gli spazi di confronto reale e di ascolto. In un momento di crisi politica, come quello che stiamo vivendo, c’è bisogno di mettersi in ascolto del nuovo: dobbiamo imparare a saper pensare e agire in maniera eretica, non pensando, come spesso viene fatto, che quello che facciamo è buono e giusto solo perché “lo abbiamo fatto fino a ieri”. Se veniamo sconfitti non è solo responsabilità del nemico che è più forte, ma anche dei nostri limiti, delle nostre debolezze, delle nostre mancanze.

Acampada a Puerta del Sol del Movimento 15M via www.huffingtonpost.es

Acampada a Puerta del Sol del Movimento 15M via www.huffingtonpost.es

Dunque mettersi in discussione, anche nel tentativo però di non prendersi troppo sul serio, di non irrigidire noi e le nostre certezze. Anche perché i movimenti che auspichiamo sono qualcosa che non può essere costruito, forse può essere seminato, ma rimane qualcosa di spontaneo e che risponde a regole sue proprie, che eccedono dall’ambito della politica in senso stretto, aprendo invece brecce e nuove prospettive che ci mostrano il tempo che viene e da cui dobbiamo imparare. I movimenti sono diversi dalla politica tradizionale perché, a differenza dei partiti che possono essere paragonati a macchine, si comportano come un’organismo: contagiano, si allargano, si restringono, scompaiono, riappaiono. Il movimento dei movimenti di Genova 2001 in Italia è molto rappresentativo al riguardo: dopo essere stato duramente sconfitto in piazza, riappare con l’enorme movimento per la pace contro la guerra in Iraq del 2003, sta dentro tutti i movimenti studenteschi per la scuola pubblica (2005, 2008, 2010) e ottiene l’egemonia su uno dei temi che portava avanti da anni, arrivando alla maggioranza assoluta con il referendum sull’acqua bene comune del giugno 2011. È proprio per questo motivo che è interessante seguire i percorsi di vita e di lotta dei partecipanti, parte del tentativo di ricordare Genova che il Festival di storia del Nuovo Cinema Palazzo farà il prossimo week-end a Roma.

Importante anche perché i movimenti ricordano «la ginestra nata sulla pietra lavica», secondo la bella immagine di Giacomo Leopardi. Nascono infatti in maniera del tutto inaspettata, anche per chi si occupa di politica, e spesso in situazioni di grande debolezza sociale e contro un nemico che è più forte che mai: basti pensare alla rivolta del Luglio ’60 contro il governo Tambroni, dopo almeno dieci anni di debolezza delle sinistre in Italia; all’Onda, movimento universitario di massa dopo più di dieci anni di assenza che ha come avversario un Berlusconi alla sua massima forza elettorale; alla Nuit Debout che combatte per la sua stessa sopravvivenza contro la chiusura di spazi di democrazia e partecipazione dopo le decretazione dello Stato d’emergenza avvenuta in seguito degli attentati del novembre 2015.

I movimenti che verranno saranno, dunque, una delle “vie di fuga” contro la tempesta che sta arrivando, nella loro capacità di essere orti nell’asfalto,  cioè di seminare solidarietà e coscienza politica e di creare tanto spazi di partecipazione quanto luoghi di condivisione contro la solitudine,  raccogliendo la marea di “cani sciolti” che appaiono a ogni movimento. Centrale sarà loro capacità di essere zone di costruzione del presente, come è stato detto alla Nuit Debout di Roma, cioè spazi di speranza con pratiche che già realizzino pezzi di società post-capitalista. Ai movimenti venturi non bisognerà dunque chiedere conto della linea politica, degli obiettivi raggiunti, degli errori tattici: bisognerà invece guardarli cercando nuove prospettive, nuove possibilità ed esempi di luoghi di r/esistenza contro la tempesta che viene.

LC

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