Per una nuova politica radicale: in morte di Marco Pannella

Il 19 maggio scorso se ne è andato Marco Pannella, una settimana dopo il doppio anniversario del 12 maggio del 1974 e del 1977. Vi cadevano due ricorrenze fortemente legate ai radicali: la grande vittoria del fronte  divorzista e insieme la tragica morte della giovane studentessa femminista Giorgiana Masi in occasione della festa di anniversario per la vittoria. Non a caso il funerale laico del leader radicale, a cui ho partecipato, si è svolto a Piazza Navona, luogo simbolo di questi due eventi. Cosa rimane di Marco Pannella? Il co-fondatore del Partito radicale ci lascia molto in eredità e già è interessante notare come sia difficile distinguere tra forma e contenuti, tra questioni di merito e questioni di metodo. Penso che tre aspetti penso vadano ricordati con forza. Innanzitutto la laicità, intesa come indipendenza da confessioni  e ideologie, dunque tanto come lotta contro l’ingerenza che queste possano avere in ambiti privati ed extraconfessionali, quanto come libertà di pensiero e azione. In secondo luogo, la cultura della nonviolenza, che non è il rifiuto della violenza quanto la consapevolezza che i mezzi non sono neutri, hanno cioè conseguenze politiche profonde: come scrive splendidamente Pannella già nel 1973, «alla lunga ogni fucile è nero, come ogni esercito ed ogni altra istituzionalizzazione della violenza, contro chiunque la si eserciti, o si dichiari di volerla usare». Infine, il garantismo, come difesa dei diritti civili, politici e costituzionali dei cittadini nei confronti dello Stato, lotta che il Partito radicale ha portato giustamente avanti con persone con cui non condivideva nulla, da Toni Negri, alle Brigate Rosse torturate dallo Stato, ai mafiosi.

Ma l’aspetto più significativo dell’agire radicale rimane, come ha ben scritto Alessandro Gilioli, il coraggio di essere minoranza, di andare contro-corrente rispetto alle culture politiche tanto di destra quanto di sinistra, rifiutando così un pensiero liscio precostituito in cui tutto rientra a sfavore della complessità. Vi ritrovo lo stesso insegnamento di Alex Langer, i cui insegnamenti risuonano alla casa-laboratorio di Cenci, luogo di educazione ecologica e inter-etnica, dove ho imparato che “essere radicale” significa “andare alla radice”. Mi sembra che questo sia un atteggiamento che Pannella ha portato avanti per tutta la sua lunga battaglia politica.

Marco Pannella di Piero Martinello via Twitter

Marco Pannella di Piero Martinello via Twitter

In vari ricordi per la sua scomparsa torna l’attenzione che il Partito radicale rivolgeva alla vita e al corpo in politica: mi piace segnalare, in particolare, i pochi, ma densi minuti in cui Luigi Manconi rende omaggio al leader radicale. L’attenzione per il corpo significava, come ha meravigliosamente scritto Adriano Sofri, far entrare la notte, gli umori, i sentimenti nella politica di per sé diurna: è una lettura talmente significativa che ci permette di seguire l’agire politico radicale dall’aborto fino alle carceri.

Far entrare nella politica ciò che politico non è mai stato è il tema centrale del femminismo degli anni Settanta, come ci ha ricordato Lea Melandri in occasione del convengo femminista a Paestum del 2012. Nasce infatti, federato al Partito radicale, uno dei primi gruppi femministi, il Movimento di liberazione della donna, come anche il FUORI (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), il cui fondatore Mario Mieli ha testimoniato il debito politico al coevo femminismo. La centralità del corpo, della vita, dell’individuo all’interno della politica è uno dei lasciti più significativi che la cultura politica radicale e che riempie un vuoto lasciato dalla politica tradizionale, anche di sinistra. Il Novecento infatti si chiude con una questione ancora aperta, nonostante alcuni tentativi della sinistra, dal Pci di Berlinguer ad alcune parti del Movimento del ’77: la capacità di tenere insieme libertà e uguaglianza. Parte dell’opposizione a Pannella, che è stata espressa nei necrologi dei giorni scorsi, deriva proprio dallo schierarsi sul lato sociale di questa dicotomia. La speranza è invece che si riesca a uscire da questa sterile opposizione e che si riesca innovare la politica tramite il superamento di questa antitesi. Una possibile risposta forse si può trovare nel concetto di autodeterminazione, sempre di matrice femminista: concetto che significa tanto “libertà di azione” quanto “libertà dai condizionamenti”, siano essi culturali o economici, che impediscono una vita degna. La sfida è ovviamente ancora tutta da portare avanti, con la consapevolezza, però, che anche su questo si giocherà la possibilità di ridare senso a forme di agire comune.

LC

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