Non può esistere una cura universale per il cancro

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Ormai ci siamo abituati, non ci facciamo quasi neanche più caso. Ogni settimana su qualche giornale o rivista troviamo scritto che è stata trovata una cura per il cancro, sembra che ogni giorno viene fatta la scoperta del secolo, che può permetterci di sconfiggere definitivamente quella che forse è la malattia caratteristica della nostra epoca. Anche se si muore di più per quelle cardiovascolari, il tumore mantiene un’aurea più spaventosa, fa paura quasi solo il nome. Eppure, nonostante gli annunci altisonanti dei giornali, non sembrerebbe proprio che questa cura miracolosa, il Santo Graal della medicina, sia stata ancora trovata. E allora ci viene da chiedere: perché? Saranno forse notizie inventate? No, nella maggior parte dei casi non sono notizie inventate, anche se mi è capitato diverse volte di leggere notizie che riportavano scoperte fatte in realtà molti anni prima. E allora, perché non abbiamo ancora la cura definitiva? Il motivo è semplice: il cancro non è una malattia, ma un insieme eterogeneo di malattie. Per capire cosa vuol dire questa affermazione, dobbiamo conoscere l’origine dei tumori.

Il cancro è sostanzialmente una malattia genetica, in quanto causata da alcune mutazioni dei geni che controllano la proliferazione delle cellule (questi geni sono gli oncogeni e gli oncosoppressori), per cui queste si riproducono in maniera incontrollata, generando la massa tumorale. Affinché ciò avvenga, non è sufficiente la comparsa di una sola mutazione, ma se ne devono accumularsi un certo numero in diversi geni. Ma nel nostro DNA sono presenti tantissimi oncogeni e oncosoppressori, per cui ogni tumore può essere caratterizzato da diverse combinazioni di mutazioni su di essi (o anche mutazioni diverse sugli stessi geni). Dato che ogni tumore avrà un suo set di mutazioni, avrà anche delle caratteristiche specifiche derivanti da queste, è quindi sbagliato pensare ai tumori come se fossero tutti uno stesso ammasso di cellule.

Alcuni tipi di tumore presentano sempre o quasi una mutazione caratteristica, ad esempio in tutti i casi di leucemia mieloide cronica si ha uno scambio di un pezzetto di DNA tra il cromosoma 9 e il cromosoma 22 (che viene chiamato cromosoma Philadelphia), con la formazione di una gene alterato chiamato Bcr-Abl. I geni BRCA sono invece responsabili delle forme ereditarie di tumori alle ovaie e al seno. Ma questi, nonostante siano i casi più famosi, rappresentano una fetta piuttosto piccola dell’enorme numero di casi esistenti, e il numero e le combinazioni possibili di mutazioni sono enormi.

Tutto ciò rende ogni tumore un discorso a se stante, e ci impedisce di generalizzare e di curare tutti i tipi di tumori con una stessa medicina. E la chemioterapia allora? Quella viene data a tutti i malati no? Beh, il motivo per cui si fa questo è che agisce su una caratteristica comune di tutte le cellule, tumorali e non, ovvero la capacità di replicarsi. Questo la rende uno strumento molto pericoloso, poiché si attacca le cellule tumorali (che hanno un alto tasso di replicazione), ma va ad uccidere anche tutte le cellule sane in replicazione, dando tutti gli effetti collaterali che conosciamo. Se una terapia è abbastanza generalista da agire su tutti i tipi di tumore, probabilmente attaccherà anche le cellule sane.

Per questo gli sforzi della ricerca si stanno concentrando sempre più sulle terapie mirate, che puntano ad attaccare le cellule tumorali portatrici di una specifica mutazione. Ma fare ciò è tutt’altro che facile, alcuni farmaci mirati sono stati già sviluppati e sono in commercio, ma i tumori curabili in questo modo sono, al momento, una percentuale ancora molto piccola. Gli articoli a cui mi riferivo prima parlano quasi sempre dello sviluppo di una nuova terapia mirata, ma si “dimenticano” di dire che funziona su un solo tipo di tumore.

Proprio in questi giorni è uscita la notizia di un team di ricercatori tedeschi che avrebbe ideato un vaccino” per curare qualsiasi tipo di cancro. Questo è formato da una nanoparticella che trasporta una molecola di RNA, la quale entra in un tipo particolare di cellule del sistema immunitario chiamate cellule dendritiche, che traducono l’RNA in una proteina (che deve corrispondere al gene mutato nel tumore) che scatena la reazione immunitaria nei confronti delle cellule tumorali. Dal discorso appena fatto dovrebbe apparire subito chiaro che, anche in questo caso, si tratta di una terapia mirata, che va adattata paziente per paziente, in base alla mutazione presente nel tumore, poiché da questa dipenderà la sequenza della molecola di RNA che verrà inserita nelle nanoparticelle.

Francesco Starinieri

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Nasce alle Idi di marzo del 1993, cresce a Pescara dilettandosi prima nello sport del baseball e successivamente nel suonare la chitarra in un gruppo locale, con il quale incide un album, e vive nella sua città natale fino al conseguimento del diploma al liceo scientifico G. Galilei. Nell’estate del 2012 appende la Stratocaster al chiodo per trasferirsi a Bologna, dove si laurea in Biotecnologie. Curioso ed appassionato di scienze, si propone per collaborare con questo sito, nonostante lo scrivere sia un esperienza del tutto nuova per lui, nell’attesa di essere costretto ad emigrare all’estero per trovare lavoro (spera) come ricercatore.