Repressione, autoritarismo e democrazia; Italia docet

Guardando ai tumulti contro la “LoiTravail”– il Jobs Act in salsa francese – che caratterizzano la Francia da ormai più di un mese, tra piazze occupate e scioperi di cui non si prevede la fine, tutti si chiedono: “Quando in Italia facciamo come in Francia?”, oppure: “ Che abbiamo fatto noi contro la nostra legge sul lavoro?”.
Domande legittime, se si elimina la malizia che possono celare. Domande che cercano una similitudine tra il Belpaese e i cugini transalpini, la quale però manca, almeno dal punto di vista del conflitto sociale. Tuttavia, di similitudini ce ne sono, eccome. Quella più eclatante è che, in entrambi i paesi, si sta passando sempre più ad uno stato sociale minimo e uno stato penale massimo. La repressione, infatti, è ormai la regina indiscussa della politica “istituzionale”.
Anzi, se per la Francia sono occorsi gli attentati del novembre scorso per dichiarare lo stato d’emergenza, in Italia l’emergenzialismo ha caratterizzato la prima Repubblica quanto caratterizza la seconda. Si pensi, ad esempio, alla condanna culturale, oltre che di Stato, dei movimenti del lungo ’68 italiano, periodo che compare sui libri come “gli anni di piombo”, quando fu uno dei momenti più importanti per potenza del conflitto sociale e per produzione di immaginario politico – sempre supportato da emergenzialismo giuridico.

Nel discorso che segue, si vuole mostrare come, attraverso casi specifici, come la repressione istituzionale del nostro paese, a partire dal 1 maggio NoExpo, non solo stia aumentando sempre di più, ma stia acquisendo nuove forme, che vanno oltre “i manganelli in piazza” – sempre presenti, sempre più frequenti, sempre più indiscriminati – per poi provare a capire come poter disinnescare l’attuale dispositivo repressivo.

 

Il laboratorio pisano;

Pisa, a partire dall’inizio di quest’anno, è diventata uno dei principali laboratori di sperimentazione di nuove forme di repressione del dissenso e del diritto a manifestare le proprie idee. Città delle grandi incrinature: dalla Torre, alla democrazia.
Due i fatti più eclatanti. Il primo riguarda la fideiussione (!) richiesta per l’evento del Canapisa, street parade contro le restrizioni sull’uso e consumo di sostanze stupefacenti. In sostanza, una polizza chiesta dal comune a garanzia di eventuali danni provocati dal corteo: “Se non ci date questi soldi, che poi magari vi restituiamo, voi non manifestate.” Un’azione preventiva, questa, che non ha precedenti storici.
Fortunatamente il comitato organizzatore non ha ceduto a questo ricatto del comune, che comunque resta un fatto gravissimo. Se il tentativo contro il Canapisa fosse andato in porto, questo avrebbe costituito un precedente molto grave, che avrebbe potuto mettere in difficoltà tutte le realtà politiche auto organizzate che non dispongono di somme ingenti come quelle richieste, andando a ledere l’agibilità politica generale.

Il secondo è il cosiddetto “Daspo di piazza”, introdotto dalla modifica dell’agosto 2014 alla legislazione sul Daspo, secondo cui d’ora in avanti il divieto potrà essere disposto dal questore (salvo convalida dell’autorità giudiziaria), non solo per i cosiddetti “reati da stadio”, ma anche contro “tifosi” denunciati o condannati per delitti contro l’ordine pubblico o comunque legati a comportamenti violenti. Insomma, partecipando attivamente ad una manifestazione che si conclude con scontri (che la celere con sempre più facilità e senza discrimine va a generare), si rischia di ricevere l’interdizione dagli stadi e dalle zone limitrofe agli eventi sportivi, venendo giudicati “soggetti pericolosi”. Una azione inquietante per come cerca di limitare la partecipazione politica dei singoli cittadini. Si pensi che a Pisa ne sono stati notificati otto (interdizione effettiva per almeno un anno) in seguito un’occupazione del comune per richiedere legittimamente la riqualificazione di un quartiere popolare e per la manifestazione contro i Giovani Padani del 14 Novembre scorso.

canapisa7

 

Nuove manette, obiettivo repressione;

Da queste due vicende sono tantissimi i dati che ci vengono restituiti, quasi si fa fatica a contarli. Innanzitutto, si vede benissimo come la città o metropoli stia diventando sempre di più laboratorio di sperimentazione delle nuove forme repressive, e come la città sia il luogo privilegiato dove viene agita la repressione del dissenso. Non è solo l’estrazione capitalistica ad essersi diffusa da un unico centro, la fabbrica, a tutti i nodi della città e della vita; ma anche la repressione: dal centro che era il tribunale, a tutto il “pubblico”. È il “pubblico” tutto, nella figura di un sindaco o amministratore comunale, nella figura del questore senza passare per un giudice (per non parlare dei presidi scolastici che sospendono per la non consegna degli INVALSI), che esercita direttamente e preventivamente, senza che per forza ci siano accuse, la limitazione della democrazia e del dissenso attraverso la coercizione amministrativa ed economica.
Ciò è reso possibile innanzitutto dalla “depenalizzazione”, dalla categoria di “reato amministrativo”, cui il Daspo rientra. La sanzione amministrativa si differenzia da quella penale innanzitutto perché non richiede il processo classico: entra immediatamente in atto secondo arbitrarietà. Sono gli enti istituzionali a decidere, non un processo. Non ci sono accuse comprovate, quanto valutazioni. Inoltre l’accusa per un reato del genere ha un dispendio economico non di poco conto. Infatti, non essendoci un processo classico, non c’è nemmeno la possibilità che venga assegnato un avvocato d’ufficio. Il ricorso è attivato a discrezione del colpito, che deve caricarsi di tutta la spesa, la quale non è quantificabile data la lunghezza di questi iter. E intanto l’interdizione va avanti, e non è detto che il ricorso venga vinto.
Non occorre dilungarsi troppo sul caso della fideiussione. Fare prevenzione sulla possibilità di azioni che intacchino il panorama cittadino diventa dispositivo per rodere la democrazia. E ancora una volta, da parte del “pubblico”, sulla base di semplicissime (e infamanti) valutazioni aprioristiche.
È nella “rapidità” che si cela la massima portata repressiva. È sconvolgente vedere l’inghippo semantico che si cela dietro “depenalizzazione”. Infine, queste nuove forme mostrano come la repressione sia “repressione di classe”. Oltre al solito attacco alle marginalità create dal capitale sui cui le norme vengono costruite, le nuove forme puntano sulla scarsa disponibilità economica di chi viene colpito, sia esso un singolo o un collettivo, per far sì che la repressioni divenga effettiva e maggiormente stringente.

 

Nuovi nemici;

Un altro dato interessante è vedere come ad essere colpiti sono tutti quei singoli e quelle realtà auto organizzate che hanno un rapporto diretto con la città. La città diviene protagonista in un doppio senso. Si vede come, al fianco della criminalizzazione di tutti coloro che hanno partecipato a manifestazioni nazionali o transnazionali, stiano aumentando gli attacchi alle autonomie cittadine. Il “Daspo di piazza” funziona contro chi va allo stadio, quindi contro chi solitamente è residente. E a Pisa non è di poco conto se si pensa alla alta politicizzazione della curva Nord, che sostiene, con striscioni e cori, chi subisce sfratti o pignoramenti, e che quindi partecipa attivamente alla politica in città. Evidenziare questo ulteriore elemento – colpire le autonomie cittadine – permette di ampliare lo sguardo e meglio capire in che direzione stia andando la repressione nostrana. Sono tutte le autonomie del nostro paese che sempre di più vengono colpite: i centri sociali e le realtà autogestite di Roma, a cui sono state notificati avvisi di sgombero da parte di un’amministrazione commissariale, eletta da nessuno, perché gli spazi occupati “sono pubblici”, quando in realtà erano in stato di abbandono e sono stati recuperati costruendo welfare e cultura dal basso, solidarietà e mutualismo; il commissariamento del quartiere Bagnoli di Napoli con la scusa della bonifica, quando invece si vuole solo privatizzare un’area su cui i cittadini napoletani non possono più decidere. E tante altre sono ancorale realtà cittadine colpite da repressione preventivo-amministrativa ed economica. La democrazia è sempre più “commissariata”.

 

Che fare?

“Da qui in avanti dovremo iniziare a scavare nel substrato ontologico delle alternative concrete spinte in avanti dalla res gestae, dalle forze soggettive che agiscono nel contesto storico. Ciò che allora appare non è tanto una nuova razionalità, ma un nuovo scenario di molteplici atti razionali – un orizzonte di attività, resistenze, volontà e desideri che rifiutano l’ordine dominante […] tracciano itinerari alternativi e costitutivi. […] L’evento storico consiste nella potenzialità”
(Impero, Negri e Hardt)

Come disarticolare questi nuovi dispositivi? Urge provare a dare una risposta.
Innanzitutto praticare disobbedienza verso queste pratiche, non accettando i ricatti e costruendo campagne che facciano informazioni sulla deriva verso cui stiamo andando. Sostenersi collettivamente, condividere con la comunità gli attacchi che il singolo subisce. Mostrare che, ad esempio, il Daspo non riguarda solo chi va allo stadio, ma è un tassello con mire molto più larghe, che implica molteplici relazioni. È già nell’aria il “Daspo urbano”, interdizione da alcune zone della città. Una sorta di confino.
Poi, e qui si potrebbe vedere l’arma più forte cui disponiamo, accrescere l’autonomia e l’autogestione all’interno degli spazi di rivendicazione sociale. Questo significa rendersi conto che non solo il privato, ma anche “il pubblicoè qualcosa che bisogna superare, riconoscere come nemico. Il superamento è possibile solo attraverso la riappropriazione del “comune”, cominciare a decidere sulla città, dire che la democrazia non può essere commissariata: far sì che la moltitudine diventi principe, guardare alla “potenza”. Perché non è neppure vero che lo spazio italiano sia vuoto: le esperienze di autogestione qui sono solo invidiabili. Roma e Napoli sono solo due esempi. Bisogna che l’autorganizzazione si espanda e, dove essa c’è già, si radicalizzi.
Concludere un corteo con una assemblea cittadina di tutte le realtà, più che funzionale per la circolazione dei motivi, è sia riappropriazione dello spazio urbano, sia messa in luce tutte le realtà che costruiscono la città quotidianamente. Mostrare i “corpi” è fondamentale.
Auto-narrare sempre di più le proprie battaglie, farle circolare in rete, su tutti i social, perché, almeno ad oggi, quello è lo spazio privilegiato per abbattere la censura mediatica che tutti tocchiamo con mano.
Infine (la si butta lì, ma certamente il discorso è da approfondirsi) se proprio vogliamo dire NO al prossimo Referendum, che si costruisca un “no” che sia di qualità. Un “no” che combatta l’accentramento vertiginoso del potere non richiamando vecchi fasti, ma un “no” che difenda e costruisca altre parole d’ordine: autonomia, autogestione, autogoverno.

(Si ringrazia Tilla per il consulto tecnico-giuridico, Lorenzo per la lettura, e ExploitPisa tutta. Perché un’analisi o un racconto, non sono mai un fatto privato.)

 

Camillo Chiappino

© riproduzione riservata

Questo sito usa cookie  per offrirti la migliore esperienza possibile. Accetta l'uso o cambia le tue impostazioni dei cookie.