Il politicamente corretto ci sta uccidendo

Uno spettro si aggira per l’Europa dipinta di blu e di stelle cerchiata, e non è il comunismo, s’intende. Ben più pericoloso di quello avvolto nella bandiera rossa, il nostro spettro in bandiera arcobaleno si insinua nelle pieghe del pensiero collettivo e si sparge come il sale sulle ceneri di Cartagine, con i medesimi effetti. Dove passa il politicamente corretto non cresce più l’erba poiché i sacerdoti di quello che si può, senza fare torto alla realtà, chiamare pensiero unico, censori della lingua e dei suoi molteplici e magnifici usi, riconducono qualsiasi forma espressiva ad un unico comandamento, valido (così dicono loro) per tutti e in qualsiasi caso: si può parlare sì, la libertà di opinione non viene certo repressa, purché le opinioni non siano suscettibili di pregiudizi di razza, etnia, religione, genere, orientamento sessuale, età, disabilità. I lettori più attenti avranno notato che manca l’orientamento politico, quello sì che può essere vilipeso. Il risultato di questa aberrante e scellerata restrizione delle possibilità di comunicazione è devastante: si parli di tutto purché ne si parli tutti alla stessa maniera, con le stesse maschere, stesse parole, stesse finzioni, stesso pensiero modellato su un’unica categoria interpretativa, quella a priori considerata corretta.

Non si esagera sostenendo che oggi, nell’epoca che gli stessi pastori del politicamente corretto definiscono di democrazia, di pace e di diritti civili, la libertà di opinione sia un remoto ricordo. In realtà si tratta di un’epoca dal pensiero stagnante e monotono, dove chi osi divergere dal mainstream (letteralmente flusso principale) non è considerato controcorrente, quindi osservato con interesse, bensì viene trattato come una metastasi culturale, un cancro da estirpare prima che sia troppo tardi, per quale fine però non è dato saperlo. Il sospetto che si stia montando un gigantesco equivoco culturale iper-moralista è più che lecito, se alla retorica tutta confetto del buonismo e del multiculturalismo, alla melassa dei diritti civili, dell’eguaglianza e della tutela delle minoranze e dei deboli (sempre e solo a parole) fino alla patinata euforia della modernità imperante e precaria e all’isteria perbenista che vede discriminazioni ovunque nessuno per ora è riuscito ad opporre una contro-narrazione della realtà.

La polizia del pensiero esiste, solamente non vediamo più polizie politiche alla caccia di stampa clandestina, né un Silvio Pellico in manette, ma neppure un Pasolini cui vengono lanciate uova, e non perché la società sia diventata più civile e pluralista bensì semplicemente perché di stampa clandestina, di Pellico e di Pasolini oggi non sapremmo che farcene. Non c’è bisogno di censure perché non si saprebbe chi censurare, questo è il guaio. Qualcuno ebbe a dire che durante il Fascismo ci fosse meno censura che oggi, perché all’epoca si sapeva chi fossero i censori e come raggirarli, oggi invece ciascuno è censore di se stesso, e non se ne scappa. Un certo fenomeno che potremmo definire fazismo – dal re dei pol. corr. televisivi Fabio Fazio – dilaga nei mass media nostrani, discendente diretto di certa subcultura del piritollo, descritta dal principe dei politicamente scorretti italiani Pietrangelo Buttafuoco. Tutti quanti nessuno escluso preferiscono mascherare ciò che realmente pensano, col grottesco risultato di pensare una cosa, vergognarsi nel dirla e finire per prendere le distanze da chi coraggiosamente esprime quello stesso pensiero. Molti giornali evitano di lanciare determinate notizie, intellettuali rinnegano le proprie idee, politici cambiano bandiera; nel frattempo si mettono in discussione la storia, la letteratura, l’arte, i costumi sociali, le tradizioni e gli usi. Si è disposti a tutto pur di non mancare il frame delle categorie di pensiero che si presumono corrette e giuste, quelle del politicamente corretto che l’Europa ha assorbito da certa scuola radical-chic statunitense, e di cui sembriamo non poterci liberare.

La statua dedicata a Rhodes nell'Oriel College di Oxford

La statua dedicata a Rhodes nell’Oriel College di Oxford

 

Qualche esempio della perfetta efficienza di questa implicita polizia del pensiero chiarirebbe tutto. Inghilterra, Università di Oxford, 2016. Un gruppo di studenti guidati dal sudafricano Ntokozo Qwabe chiede la rimozione della statua che raffigura Cecil Rhodes, celebre uomo politico e filantropo dell’800, fondatore di un’associazione che concede borse di studio a Oxford, ma colonizzatore d’Africa, quindi razzista, quindi «malvagio come Hitler», dice Qwabe. Il bello giunge quando tale pretesa non viene seppellita dalla sonora risata che dovrebbe colpire come un pugno chiunque tenti di negare la storia, bensì viene seriamente considerata e rilanciata dai quotidiani britannici. Lo scorso novembre, dopo gli attacchi di Parigi, lo stesso Qwabe giunse a comparare la bandiera francese a quella nazista (!), chiedendone la rimozione da tutte le università in quanto simbolo di oppressione dei popoli africani. Come possa un tipo del genere godere ancora di credibilità è tutto da spiegare. Da notare infine come la reductio ad Hitlerum, indice di una ben scarsa fantasia, sia l’espediente preferito dai pol. corr. per silenziare gli avversari d’opinione: troppe volte si sente dare del fascista a chiunque pur di delegittimarne il pensiero, tanto che ormai al termine fascista non si può più dare un chiaro significato.

Attraversiamo l’oceano, Stati Uniti. Ad Harvard i rettori, da febbraio, non si chiamano più Master, titolo che suona come “padrone” e ricorda il passato coloniale, quindi razzista. Via con un più pol. corr. Dean. Il massimo però lo ha raggiunto Stanford perché pare che i docenti abbiano discusso se rivedere i programmi contenenti Platone, Dante, Omero, Aristotele e Shakespeare, ritenuti «razzisti, sessisti, reazionari, repressivi», per sostituirli con autori meno noti di minoranze etniche. Per chi non si fosse aggiornato, infine, è tornato anche l’indice dei libri proibiti: molte biblioteche di campus americani appongono i “trigger warnings”, avvisi che indicano pericolo di contenuti discriminatori delle opere. Scopriamo quindi quanto siano ingiuste le Metamorfosi di Ovidio, Il mercante di Venezia di Shakespeare e Il buio oltre la siepe di Harper Lee, e chissà quanti altri pericolosissimi libri ancora insidiano le vergini menti dei collegiali americani! Negli Usa già si inizia a discutere di “politica della paranoia”, e sembra il minimo, se cancellare le vestigia della storia e dell’arte pur di non offendere chi si ritiene discriminato è ormai la norma. Siamo giunti all’autoflagellazione, al definitivo “liberi tutti” di fronte al senso di colpa, come se essere stati la culla del diritto, della filosofia, del cristianesimo, del colonialismo, dei regimi totalitari e di tanta e ottima arte debba farci vergognare di noi stessi per aver vessato, nel passato, altri popoli e altre culture.

Rientriamo in Italia. A un partigiano che le propone di abbattere l’obelisco realizzato nel 1927 con su scritto “Mussolini Dux”, sito nel Foro Italico, la presidente della Camera Boldrini risponde che è ora «perlomeno di togliergli la scritta» (incisa nel marmo!). Fortunatamente una risposta di sdegno è giunta uniforme, da destra e da sinistra. Non si dimentichi inoltre che la Camera dei deputati ha istituito la “Commissione parlamentare di studio sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio”, presieduta dalla stessa Boldrini (e chi, se no?), che ha come primo obiettivo la redazione di un “Rapporto sull’odio”. Cosa rientri tra i non meglio specificati “fenomeni di odio” non si capisce, potenzialmente si potrebbe decidere di ascrivervi tutti gli “anti” e le “fobie” a piacere. Dal monitorare l’odio al gettare chiunque dica “ma” nel calderone degli omofobi, razzisti, sessisti o islamofobi il passo è breve. Nulla vieta alla Commissione di considerare chi nutra perplessità nei riguardi di temi sensibili e di scottante attualità come “odianti”. Il tracotante politicamente corretto si compie allora nel paradosso dei paradossi odierni: se non ci si sente discriminati, allora ci si sente discriminati. Nell’era del pol. corr. ognuno avrà i propri quindici minuti di discriminazione – per parafrasare Warhol – così da sentirsi vivo e integrato nella società della lacrimuccia collettiva.

Le statue coperte nei Musei Capitolini

Le statue coperte nei Musei Capitolini

 

Altri mille esempi potrebbero essere illustrati, tutti accomunati dall’autolesionismo di certa sinistra rosé che, abbandonata qualsiasi velleità di lotta di classe, ha trovato la sua ragion d’essere nei diritti civili, diventando una sorta di movimento radicale di massa più liberista, più ottuso e con molta meno fantasia del partito radicale vero. Vietato professare fierezza per le tradizioni, vietato discutere liberamente di immigrazione, gender culture, omosessualità (ricordate la campagna per boicottare D&G?), multiculturalismo, religioni, identità culturali e memoria storica (l’ipocrita “scandalo” del Giornale che pubblica il Mein Kampf). Si copra allora tutto con un velo, magari un hijab, che fa più chic, oppure con una bella scatola bianca, come il governo ha ben pensato di nascondere le statue di nudi ai Musei Capitolini in occasione della visita di Rohani.

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Leo Longanesi a lavoro

 

Quanto sarebbe liberatorio tessere, di fronte al dilagare del moralismo più opprimente, l’elogio della cattiveria! Viva il desiderio e ben vengano i personaggi controversi e le tesi controcorrente di libertari e politicamente scorretti; i mass media ospitino gli anti-moralisti e gli anarchici del pensiero invece dei soliti intellò perbenisti. Sembra impossibile accettare le idee di chi guarda alle cose da una prospettiva traversa, di chi mai liscia il pelo dal verso giusto, di chi sempre ci spilla nelle orecchie parole stridenti ma vere, che mai vorremmo sentirci dire, eppure sarebbe costruttivo e ci costringerebbe a metterci sempre in discussione. Solo così si cresce culturalmente, non di certo seguendo l’ortodossia cieca di chi pretende di aver trovato la Verità e di poter decidere quali opinioni sono giuste e quali sbagliate, e guarda caso la Verità coincide il più delle volte con quella del “potere”. Recuperiamo dalla vilipesa storia la fantasia di uomini straordinari che fecero della libertà e dell’arte uno stile di vita: stupendi giocolieri del pensiero come Céline, Papini, Pound e Pasolini e D’Annunzio – perché no, tutti guardati con diffidenza per i loro difficili trascorsi personali; o i futuristi, superbi artisti che si azzuffavano in furibonde risse con chi osasse denigrare le loro opere; o la magnifica finezza intellettuale di Leo Longanesi che fondando Il Borghese nel 1950, gli affida il motto “imparate a disprezzare la democrazia con rispetto”. Tanti altri da cui imparare potrebbero essere elencati, tutti più o meno dimenticati o emarginati dal surrogato di cultura che i media di oggi, dalla scuola alla tv, ci propinano. Ribelliamoci alla resa senza condizioni al pol. corr.: oggi un pensatore come Nietzsche non sarebbe mai discusso, rendiamocene conto, soppresso dallo sdegno contro il filosofo “razzista, elitario e reazionario”.

Il rischio è reale, non si tratta di speculazioni sul sesso degli angeli: se l’andazzo non muta, se la polizia di cui sopra continua a macinare teste, a violentare cervelli e capacità di immaginazione, a reprimere il ventaglio di analisi e di comunicazione, non risulterà difficile lasciare in eredità alle generazioni future solamente il vuoto artistico, culturale e giornalistico. Cosa ospiteranno tra cinquant’anni le biblioteche? Conserveremo memoria di un certo spessore giornalistico e di un certo livello di dibattito pubblico e parlamentare? Saremo in grado di raccontare ai nipoti gli attriti tra varie correnti culturali o sapremo solo dir loro che i fighetti stavano con Renzi e i razzisti con Salvini? L’appiattimento del desiderio, dell’avventura intellettuale, del godimento nello sberleffo e nella controversia, della dolce soddisfazione cinica che si gusta nello stare dalla parte sbagliata, non sono conquiste di una civiltà che progredisce, sono solo campanelli d’allarme di un mondo che sta diventando culturalmente povero e intellettualmente disonesto. Il politicamente corretto ci sta uccidendo e neppure ce ne accorgiamo.

Alessio Trabucco
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