Il Pulse, il terrorismo, e l’attacco allo spazio pubblico

La strage del Pulse di Orlando, locale LGBT, ha significato per l’Occidente forse nulla più che l’ennesimo atto di terrorismo internazionale perpetrato da un “lupo solitario”, secondo la strategia informatica e sociale dell’ISIS: radicalizzare persone ai margini della società per costruire un terrorismo di matrice complessa, senza veri centri di potere, incentrato sull’idea base e fondamentale di poter colpire in ogni momento, in ogni dove. In tal senso, l’ISIS è la forma finale, più completa di terrorismo, quello che il terrorismo è diventato sviluppando al massimo le potenzialità dell’era informatica. La cosa interessante, però, è come l’ISIS tragga profitto dalla marginalizzazione sociale, e di come in qualche modo la incoraggi sia ai fini del reclutamento – per poi ricomporla – sia ai fini di scompaginamento dell’avversario.

C’è una dichiarazione di un esponente della comunità gay di Orlando che può essere messa in relazione, costruendo un paradigma necessario da indagare, con questa tendenza. In sostanza, l’esponente diceva che per la sua comunità il Pulse era un punto di riferimento, un porto sicuro, uno spazio pubblico aperto dove potersi esprimere liberamente, uno dei pochi e uno dei primi locali gay di Orlando. Una mia amica che studia a Orlando, S., mi ha confermato via sms la stessa cosa: quello era stato il suo primo gay club, il primo luogo dove lei, proveniente da una famiglia pentecostale molto religiosa, si era sentita per la prima volta a casa. Questo è uno spazio pubblico: un luogo dove la libera espressione di sé stessi prende forma, dove la democrazia viene esercitata nella sua forma più radicale, sebbene all’interno di esso non si parli strettamente di politica, piuttosto di comunità.

L’azione terroristica punta a disgregare e a smantellare lo spazio pubblico. In modalità diverse, questa è una costante degli attentati terroristici in giro per il mondo, a partire dall’università attaccata a Garissa in Kenya, per finire con il più celebre attacco al Bataclan, passando per lo Stade de France e per lo spazio pubblico intellettuale, di satira anarchica e aperta a tutti che si trova su Charlie Hebdo.

È ben diversa, questa azione terroristica, anche rispetto a quella di Al-Qaeda che con le Torri Gemelle intendeva colpire un simbolo degli Stati Uniti e un centro finanziario, che con il Pentagono voleva colpire il potere governativo e militare USA, che ha sempre individuato un percorso nella sua azione che partisse da precise rivendicazioni politiche, in maniera piuttosto simile ad altri gruppi terroristici visti nel corso della storia – Brigate Rosse, RAF, NAR.

L’ISIS, invece, colpisce obiettivi comuni per istillare un senso di paura più generale, e colpisce spazi pubblici per accelerare un processo di disgregazione sociale che gli permetta di non ritrovarsi un nemico (il mondo intero, in questo caso) unito e di costruire marginalità tali da avere larghi spazi di manovra per il suo proprio reclutamento, sia di “lupi solitari” che di “foreign fighters”. In più, l’ISIS genera una reazione: il largo consenso della popolazione verso misure securitarie, ossia misure che tendono a restringere lo spazio pubblico, che sia quello istituzionale, democratico, o lo spazio inteso in senso più proprio, quello fisico.

Il caso più emblematico è quello francese: in Francia a seguito degli attentati di Parigi, il governo dichiara lo stato di emergenza, vietando le manifestazioni per i mesi a venire e di fatto bypassando il Parlamento nel suo potere legislativo. In questo caso, lo spazio pubblico ristretto è quello istituzionale, ma anche quello della politica in senso più ampio: l’impossibilità dei cittadini di esprimere dissenso, di costruire opposizione sociale attraverso la mobilitazione, genera una marginalità del tutto simile a quella generata dalla mancanza di uno spazio fisico, in quanto quello spazio fisico, ossia le piazze per le manifestazioni, oppure i banchi del Parlamento, viene militarizzato e messo a tacere attraverso strumenti di polizia e repressione; nessuna discussione politica è più possibile.

Una risposta muscolare dei sindacati al tentativo di varo della nuova legge sul lavoro, in questo senso, ha evitato il peggio, ossia ha evitato una completa frammentazione del tessuto sociale, sia attraverso la risposta della mobilitazione e dello sciopero, dell’irruzione nello spazio pubblico praticata anche dalla Nuit Debout, di stampo anarchico e assemblearista, quindi radicalmente democratico, sia attraverso l’opposizione attiva a una legge che genererebbe ancora più precarietà nel mondo del lavoro, attraverso una flessibilizzazione dell’impiego del tutto simile a quella del Jobs Act, un baratto, insomma, tra occupazione e stabilità di vita.

spazio pubblico

(via www.nuitdebout.fr)

 

In Italia, invece, questo processo è stato concluso e adesso si procede ad un attacco allo spazio pubblico inteso come fisico, nel quale vengono colpite realtà LGBT – le stesse colpite a Orlando – realtà culturali – le stesse colpite a Parigi – e realtà politiche – le stesse che potrebbero ricomporre le marginalità che il terrorismo brama di sobillare. Il comunicato di chi occupa questi spazi per lanciare la propria partecipazione al Roma Pride recita:

Sono questi i motivi [la repressione, la negazione delle relazioni sociali, ndr] che come frocie fuori norma ci hanno spinto a costruire uno spezzone per il Roma Pride 2016 con tutti quegli spazi sociali che in questi ultimi mesi hanno subito un forte attacco dall’amministrazione capitolina. Senza di loro, senza la politica fatta in questi spazi, i servizi offerti e l’idea di città diversa che hanno incarnato sarebbe venuto a mancare un pezzo fondamentale della politica e della vita di questa città.

Lo sgombero dello Spazio Atlantide, a Bologna, è in questo senso altrettanto emblematico: la lotta agli spazi LGBT si fa non solo con il terrorismo, ma anche con chi il terrorismo proclama di combatterlo, facendo fuori i suoi stessi anticorpi, spazi pubblici “antisessisti e antirazzisti” che possono riaggregare chi sta ai margini delle città e ricostruire il tessuto sociale.

Un altro esempio è quello del circolo Dal Verme, a Roma, luogo di concerti anche di calibro internazionale, associazione che si occupa di promozione culturale in quella che una volta era una periferia e adesso è un quartiere gentrificato, ossia il Pigneto, a pochi minuti da Torpignattara, da Centocelle, da Piazza Vittorio e dall’immensa Casilina, luoghi ad alta concentrazione di stranieri e di persone dal reddito basso. Il Dal Verme ha ricevuto, da un giorno all’altro, un’ingiunzione basata su una legge risalente ai tempi del fascismo, senza nessun tipo di consultazione o verifica delle accuse mossegli e soprattutto senza una vera analisi del ruolo sociale del suo spazio. Stessa cosa dicasi per il ben più noto Teatro Valle, luogo addirittura di autogestioni di quartiere, quindi di democrazia radicale, oltre che di cultura alta e bassa, innovatrice e classica, di cui nulla è rimasto più che un magazzino.

Il Baobab, invece, accoglieva migranti, rappresentando l’unico spazio a Roma dove ricomporre le esistenze delle persone in fuga dalla guerra e integrarle realmente col tessuto cittadino attraverso la grande umanità del volontariato; probabilmente il migliore atto di prevenzione del terrorismo messo in campo finora. Anch’esso è stato sgomberato, a dicembre del 2015.

Durante la gestione commissariale di Roma, poi, le cosiddette “letterine” di Tronca, ossia le richieste di adeguamento dell’affitto (con pagamento degli arretrati) all’attuale prezzo di mercato di immobili adibiti a spazi sociali e assegnati alle associazioni hanno lasciato in ginocchio vari spazi pubblici, e sono state inviate sia per esigenze di bilancio che per una malcelata avversione alle esperienze di riaggregazione presenti in quegli spazi: possono essere fonte di alcuni problemi per il governo di una città, in quanto generatrici di proposta e dissenso.

Si delinea insomma una correlazione quantomeno pericolosa tra austerity, ossia fiscalità restrittiva, stato di emergenza, ossia repressione attiva, e terrorismo, vale a dire sfruttamento delle marginalità. Da un lato il meccanismo per il quale esigenze di bilancio portano ad un taglio alla spesa sociale, eseguito per mano di commissariamento e stato emergenziale, e dall’altro la giustificazione dello stato d’emergenza per smantellare lo spazio pubblico, portano senza dubbio alla marginalità sociale di molti elementi che non sono più aggregabili, costruendo dunque, attraverso quella che dovrebbe essere una risposta, il campo più fertile per il terrorismo.

Agendo peraltro nello stesso modo: la repressione securitaria attacca lo spazio pubblico con la paura tanto quanto lo fa un’azione terroristica, lo distrugge svuotandolo, di fatto tagliando le gambe a quella che potrebbe essere l’unica risposta che possa stare in piedi, che può permettere di vincere la guerra contro il terrore.

Il filosofo Slavoj Zizek, all’indomani dell’attentato alla sede di Charlie Hebdo, già scriveva sul New Statesman: “Il liberalismo ha bisogno dell’aiuto fraterno della sinistra radicale”. Quel che intendeva, con sinistra radicale – oltre ai riferimenti alla cultura laica, all’interesse per i ceti più bassi, al welfare – era anche il concetto di spazio pubblico che secondo lui è più appartenente al campo della sinistra rispetto a quello della destra, considerata paladina della proprietà privata e di uno spazio, di conseguenza, individuale. È un riferimento più sottile, rispetto alle rivendicazioni materialiste di cui sopra, quello allo spazio pubblico, e risiede nella possibilità di costruire una comunità di esistenze che sia solida, che accetti la diversità anche quando irriducibile, e che quindi porti a benessere psicologico, coesione sociale e soddisfazione esistenziale.

La domanda del nostro tempo, specie quella che ci si pone all’interno di contesti di grande marginalità è sempre la stessa, ossia per quale scopo si vive; saper dare una risposta a questa domanda, diversa da quella del consumismo e del mito del successo che – abbiamo visto – è per pochi, è la sfida cruciale fatta anche al terrorismo, e passa per lo spazio pubblico. Pare per il momento che la governance occidentale abbia scelto la strada opposta, forse non capendo quanto sia controproducente, e quanto finiscano per assomigliare a coloro che cercano di combattere.

Jacopo Tramontano

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