Della creatività, ovvero del non prendersi troppo sul serio

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I primi di giugno sono tornato a Padova. L’occasione è stata la quindicesima edizione del Je t’aime, il Summer Student Festival che si svolge ogni anno in un posto davvero suggestivo, la golena di San Massimo sulle rive del Piovego. Lo organizzano il Sindacato degli studenti e l’Asu, con la direzione artistica di Pulse. All’interno del Summer, un festival di musica indipendente tutto eco-sostenibile, iniziative culturali di vario tipo. Mi piace ricordare di quest’anno il workshop di giocoleria creativa con Alì Ghost, la caccia al tesoro scientifica per bambini e l’incontro di autonarrazione come risposta alla difficoltà di «trovare un luogo dove potersi confrontare e poter fare ascoltare la propria voce e il proprio vissuto.».

Ogni volta che vedo queste iniziative del Sindacato degli studenti mi ritorna in mente l’idea cardine dei circoli del proletariato giovanile di Milano, occupazioni di stabili inutilizzati contro l’emarginazione giovanile dei quartieri dormitorio e contro la prima, tragica, diffusione dell’eroina nella seconda metà degli anni Settanta.  L’idea che in politica la creatività debba essere sostanza. Nozione che va intesa non solo in senso artistico, e dunque anche come attenzione all’importanza del bello, ma soprattutto come fantasia, cioè come capacità di pensare e praticare cose nuove. È ciò di cui c’è maggiore esigenza in tempi, come quelli che stiamo attraversando, caratterizzati da crisi, incertezze, fine di paradigmi classici.

Abbiamo bisogno di inventiva, novità che facciano saltare tavoli e schemi consolidati e non ripetano copioni antichi, sperando di arrivare a sedersi a capotavola. La crisi come possibilità, dunque, come ci racconta l’interessante inchiesta di Raùl Zibechi sulle iniziative dal basso in Spagna. Ma non sono solo i momenti di difficoltà, di disordine, di “grande confusione sotto il cielo” che devono spingerci a essere innovativi e eretici. È una spinta che dovremmo avere sempre, seguendo l’idea che esprime il compagno anarchico Franco Lattanzi, dialogando con altri quattro compagni sul loro movimento, quello del 1977: l’idea cioè che sia necessario cambiare sempre quello che facciamo, per fare in modo di essere già altrove quando il potere capisce quello che stiamo facendo.

Ma anche, va aggiunto, per non innamorarci di quello che facciamo, nella consapevolezza che rivoluzione vuol dire continua trasformazione di tutta la vita. Essere creativi è qualcosa che può permettere alla politica di essere trasformazione del mondo e non solo amministrazione delle cose. Una politica che per prima cosa crea il suo stesso spazio politico. A sinistra, si ragiona spesso e volentieri di posizionamenti traslando in politica il detto scientifico per cui “la natura rifiuta il vuoto.” Se si libera uno spazio, basta arrivare in tempo, prima di altri, per occuparlo. Paradigma durevole ma da rovesciare del tutto: se la politica è davvero trasformazione, crea, invece di occupare spazi politici.

È quello, infatti, che sono riusciti a fare movimenti capaci di attivare una larghissima partecipazione e di portare temi all’altezza dei tempi nell’agone politico. Chi ha creato spazio politico è stato il movimento operaio delle origini con la rappresentazione di interessi sociali, cioè di una classe non rappresentata, a differenza di quella al potere. Egualmente il femminismo degli anni Settanta, che pone al centro la condizione di genere invece di quella sociale: affermare la politicità della condizione femminile vuol dire ampliare lo spazio tradizionale della politica, rimettendo al centro ciò che politico non è mai stato considerato, la vita, in particolare quella delle donne; significa, a sinistra, che esiste una contraddizione, quella uomo-donna, che non è, tecnicamente, sussumibile sotto quella tradizionale di capitale-lavoro. Infine, il movimento ecologista degli anni Ottanta, che si definiva, ben prima del MoVimento 5stelle, “né di destra né di sinistra”: le proprie parole d’ordine, diceva, non potevano essere racchiuse in questa dicotomia, cioè, nuovamente, non potevano essere ricondotte semplicemente alla cultura politica di sinistra, come ben scriveva Alexander Langer.

Summer alla Golena San Massimo via padovando.com
Summer student Festival alla Golena San Massimo via padovando.com

Lo sforzo di creare spazio politico è anche il tentativo di evitare forme dannose di identitarismo politico: è qualcosa che, va detto, prova a fare oggi il Movimento 5 stelle con il suo rifiuto degli schieramenti ideologici precostituiti. L’innamorarsi del proprio posizionamento è politicamente dannoso perché è l’altra faccia dell’idea che in politica paghi la purezza, gli steccati, l’ideologia, che sia meglio, cioè, essere “pochi ma buoni” e non attivare invece una larga, e dunque difficilmente controllabile, partecipazione: la storia ci insegna però che ci sono stati mutamenti radicali quando si sono poste questioni nuove, ampie, dirompenti. Ma non si tratta solo di questo.

Bisogna imparare anche a non prendersi troppo sul serio, ad essere laici e sopratutto autoironici. Ogni identità che diventa identitarismo è pericolosa, perché diviene integralismo, riduce cioè la complessità della realtà a un’unica chiave di lettura, ad un’unica opposizione (noi/loro); scrive bene Franco Bifo Berardi in Heroes: «Se vuoi evitare il pericolo di diventare fascista rilassati quando ti chiedono di identificarti». Vent’anni prima lo stesso autore aveva scritto un libro davvero significativo, Come si cura il nazi. Iperliberismo e ossessioni identitarie. La grande intuizione è caratterizzare il fascismo come ossessione identitaria, cioè come psico-patologia. Il fascismo dunque come qualcosa che ci appartiene, che non ci è affatto estraneo. Ciò che va curato è l’irrigidimento fisico-mentale nei confronti dell’altro, la durezza che deriva dalla paranoia della purezza: «Il fascismo, la violenza, la guerra nascono dalla paura del contatto erotico, della contaminazione, del divenire-altro», scrive Bifo, ricordando, nell’anno della morte, le riflessioni di Alexander Langer, che contro questo modo d’essere si è opposto tutta la vita.

Bisogna superare quindi la logica dei blocchi, che, come ci ha insegnato il movimento pacifista degli anni Ottanta, “blocca la logica”. Diffidare sempre degli integralismi di ogni colore, di chi pensa che la trasformazione avverrà solo a patto di allargare il proprio campo, le proprie idee, i propri obiettivi: metodo e obbiettivo devono essere invece la pluralità, non l’uniformità, da sempre cifra degli eserciti. Costruiamo insieme «un mondo che contenga tanti mondi» (Subcomandante Marcos), tenendo a mente ciò che diceva un vescovo croato, Franjo Komarica, durante la terribile guerra in ex-Jugoslavia: «un prato con molti fiori diversi è più bello di un prato dove cresce una sola varietà di fiori».

LC

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Luca Cirese, nato e cresciuto a Roma, ha studiato prima filosofia per poi concentrarsi sullo studio della storia contemporanea italiana. Ha partecipato ai movimenti studenteschi per l'università pubblica del 2008 e del 2010, per poi militare nei gruppi universitari. È tra i creatori del Seminario sulla storia dei movimenti di ieri e di oggi che si svolge al Cinema Palazzo di Roma. Al momento è un cane sciolto. Ha scritto la tesi magistrale sul periodo che precede il Movimento del '77, con particolare attenzione al tema del rapporto tra vita e politica e a quello dell'innovazione politica, e alcuni articoli storici sui movimenti politici e sociali italiani dal '68 a oggi. Ha una grande passione per il Kebab, che forse gli deriva dal suo aspetto medio-orientale. (ph Martina Cirese)