E’ calato il sipario su una delle più imprevedibili edizioni dei Championship, che ha consegnato ai libri di storia il secondo successo di “History Man”, al secolo Andy Murray e che ha sancito l’onnipotenza di Serena Williams, semplicemente disarmante.
Wimbledon 2016 ha forse rappresentato il canto del cigno del re Roger Federer, incapace di difendere la finale colta l’anno scorso mostrando gli inevitabili segni dell’età. L’erba inglese ha tradito le ambizioni di Grande Slam di Novak Djokovic, incappato nella classica giornata negativa contro il bombardiere Sam Querrey. Insomma Rod Laver, unico giocatore nell’era professionistica a vincere tutte e quattro le prove dello slam nello stesso anno, può dormire sonni tranquilli.

Nonostante tecnologia e modernità tentino di cancellare tradizioni e prassi consolidate, Wimbledon insiste a mantenere le proprie caratteristiche peculiari
, non rinnovandosi praticamente mai. Dai più è visto come un limite, ma la realtà è che l’aria di tennis che si respira lungo i viali dei Championship è qualcosa di magico, di unico che rapisce cuori e menti. Quindi lunga vita ai completi rigorosamente bianchi, alle fragole con la panna e alla royal box e a tutti quei “convenevoli” che fanno di Wimbledon il tempio del tennis.

HISTORY MAN

“God save the grass”. Il suddito di sua maestà ha retto il peso di essere il maggior indiziato alla vittoria finale, dopo la precoce eliminazione di Novak Djokovic e la sconfitta in semifinale di Federer. In una finale a senso unico, sebbene il punteggio racconti altro, Murray è stato bravo a non distrarsi nei propri turni di servizio, consapevole che un break di ritardo contro Milos Raonic significa soccombere alle bordate del canadese.

Abbiamo assistito ad una finale che ha contrapposto due stili diametralmente opposti, dato che si si sono sfidati probabilmente il più forte ribattitore e il più forte servitore del circuito, in cui ha fatto la differenza la maggiore esperienza di Murray che gl’ha permesso di essere più lucido nei momenti chiave. Andy al cospetto di Kate e William non poteva tradire le attese, diventando a tutti gli effetti lo scozzese più inglese di sempre. Il fondamentale che più di tutti permette ad Andy di essere così competitivo sui prati dell’All England Club è sicuramente la risposta, in quanto lo scozzese grazie alla sua formidabile reattività riesce ad impattare la pallina sia sulla prima che sulla seconda molto avanti, fattore che gli consente di mettere pressione fin dal primo scambio all’avversario.

Raonic infatti pur essendo dotato di una prima di servizio potente e precisa si è ritrovato in molti game di battuta in estrema difficoltà, proprio perché Murray grazie a quel passettino in avanti in risposta ha tolto il tempo al canadese, incapace di porre rimedio a questa situazione di gioco. Murray ha vinto, ha stravinto e finalmente si è in parte tolto la nomea di perdente di lusso, sfruttando al meglio gli “acciacchi” altrui. Un dato che fa riflettere: era dal 2004 che un vincitore di slam non incontrava nella sua strada Djokovic, Federer o Nadal. Per Djokovic si è trattato di un incidente di percorso, mentre per Federer e Nadal potrebbe trattarsi della fine di un’era.

RESTRICTED TO EDITORIAL USE Canada's Milos Raonic returns against Japan's Kei Nishikori during their men's singles fourth round match on day eight of the 2014 Wimbledon Championships at The All England Tennis Club in Wimbledon, southwest London, on July 1, 2014. AFP PHOTO / ANDREW COWIE - RESTRICTED TO EDITORIAL USEANDREW COWIE/AFP/Getty Images

L’ERBIVORO MILOS

Wimbledon 2016 ha messo in luce la definitiva crescita di Milos Raonic, che è “quasi” pronto per entrare impianta stabile nel gotha del tennis mondiale. Ad un servizio e un dritto devastanti, Milos ha aggiunto una maggiora copertura a rete e una cura maniacale dei dettagli, fattore che gl’ha permesso di alzare il livello di concentrazione durante i suoi match.
La collaborazione ad hoc con John McEnroe ha portato i suoi frutti, garantendo a Milos maggiore consapevolezza dei propri mezzi. L’incontro fra il genio e sregolatezza di John e la metodicità di Raonic è stata accolta con scetticismo dagl’addetti ai lavori, in quanto il canadese era già seguito da un ex giocatore come Carlos Moya. Il rischio era che troppe teste potessero condizionare in negativo il gioco del canadese, creandogli maggiore confusione sulla tattica da adottare in campo.

In realtà Raonic, più volte interrogato sul tema, ha ammesso che avere tre allenatori come Piatti, Moya e McEnroe gli è servito per arricchire il proprio bagaglio tecnico, mettendo in luce il fatto che sebbene i tre abbiano modi diversi di vivere il tennis, hanno raggiunto una formidabile unità di intenti. Le partite che hanno consacrato il “nuovo” Raonic sono state gli ottavi di finale contro Goffin e la semifinale con Federer. Il Raonic 2.0 è un tennista che non si arrende mai, come dimostra la rimonta da due set a zero nei confronti di David Goffin, impensabile fino a poco tempo fa. La semifinale con Federer ha sancito invece la definitiva maturazione del canadese, in grado di sfruttare a pieno i pochi passaggi a vuoto dello svizzero mostrando anche una freschezza atletica non usuale per un ragazzone alto due metri.

WILLIAMS POWER

Serena è ritornata, si è vendicata della Kerber ed ha aggiunto un altro tassello alla sua straordinaria carriera. L’aggancio a Steffi Graf, vincitrice di 22 slam, è realta. In un circuito femminile attraversato da grande equilibrio e incertezza, Serena rappresenta l’unica sicurezza che non delude mai. La più piccola delle sorelle Williams ha conseguito 10 finali slam consecutive, risultato strabiliante per una trentacinquenne che dimostra ancora una volta di avere la tempra di una ventenne.

La sensazione nel veder giocare Serena è che quando ha la voglia di vincere, stravince; grazie al suo strapotere fisico unito ad una favolosa solidità mentale. La Kerber è stata degna avversaria in finale, mettendo in campo tutte le sue qualità di lottatrice e di straordinaria ribattitrice, ma questa volta non sono bastate al cospetto della più forte giocatrice di tutti i tempi. Come se non bastasse la sorella Venus è stata protagonista di un torneo incredibile, nel quale si è dovuta arrendere solo in semifinale contro l’inspirata Angelique Kerber.

Per la “venere” nera il tempo sembra essersi fermato, dato che a 36 anni riesce ancora ad esprimere un tennis di altissimo livello che nell’ultimo anno gl’ha permesso di rientrare tra le prime dieci giocatrici del mondo. A coronare un Wimbledon fantastico per le due sorelle, è arrivato il successo nel doppio femminile ai danni della coppia formata da Timea Babos e Yaroslava Shvedova.

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IL CANTO DEL CIGNO

Non siamo qui per elogiare le gesta che ancora sa regalare il re del tennis Roger Federer. Ci sembra superfluo rimarcare l’impatto mediatico e stilistico che Roger ha su questo sport. L’immortalità non è di questo mondo e questa edizione dei Championship ha mostrato ancora di più un Federer umano, vulnerabile.

Non si può dire che la semifinale contro Raonic sia effettivamente il canto del cigno dello svizzero, perché i campioni sanno sempre regalarci qualcosa di inaspettato, però la partita contro il canadese ha mostrato un Federer in grande sofferenza contro un avversario che pur mostrando grandi progressi nell’ultimo anno non lo aveva mai ipensierito. Sul giardino inglese Federer ha sempre avuto la meglio contro i grandi bombardieri, da Roddick a Karlovic, ad Isner, riuscendo quasi sempre a disinnescare il loro servizio. Raonic fa parte di questa categoria di giocatori, non dotati di un grande talento ma capaci di sfornare una quantità di ace icredibile.

Il primo momento chiave della partita è stato nel primo set quando Federer ha concesso il break con un doppio fallo, errore decisamente insolito per uno come lui che sulla seconda di servizio ci ha costruito una carriera. Il secondo momento è stato nel quarto set quando avanti 40-0 sul proprio turno di servizio si è fatto rimontare regalando a Raonic la possibilità di andare al quinto.
Ciò che ci rimane del Wimbledon di Roger è la straordinaria rimonta da due set a zero sotto nei confronti di Marin Cilic, in un Centre Court che improvvisamente si era trasformato in un’arena, come se a contendersi la posta in palio non ci fossero due signori vestiti di bianco, ma due tori assatanati.

ROAD TO RIO

L’ultimo slam prima delle Olimpiadi si è concluso ed è tempo di bilanci. Per quanto riguarda il singolare maschile il favorito d’obbligo è ancora Novak Djokovic, ma occorre fare attenzione alle ritrovate ambizioni di Andy Murray e Milos Raonic. I Championship ci hanno riconsegnato un Berdych molto solido anche se francamente non lo vedo in lotta per le medaglie. Occorre sempre tenere d’occhio i due campioni feriti, stiamo parlando ovviamente di Rafa Nadal e Roger Federer che rappresentano veri e propri spauracchi sul cammino di Nole. Gli outsider più credibili sono il folle Nick Kyrgios, che “buttato” nella chermes olimpica potrebbe essere una vera e propria mina vagante e il giapponese Kei Nishikori, che se riuscirà a smaltire l’ennesimo infortunio potrà inserirsi nella lotta per le medaglie.
Nel singolare femminile molto passerà dalle mani e dai polsi di Serena Williams, anche se comunque le contendenti non mancano. Una su tutte la tedesca Angelique Kerber, capace già di sconfiggere Serena nella finale degli Australian Open. Non si possono non menzionare Vika Azarenka e Simona Halep, protagoniste di annate non certo esaltanti ma che potrebbero rifarsi proprio a Rio. Il caldo e l’umidità saranno dei fattori non trascurabili, quindi occorrerà gestire al meglio le proprie energie per non rischiarare la disidratazione. A questo proposito vedrei bene le due spagnole Carla Suarez Navarro e Garbine Muguruza, abituate a giocare in climi infernali dimostrando insofferenza nei confronti delle giornate fredde e piovose come accaduto in questa edizione di Wimbledon, nella quale non hanno raggiunto risultati degni di nota.
Il doppio maschile si prevede molto incerto, anche se due coppie sembrano attirare più di tutte l’attenzione degli addetti ai lavori. I nomi sono quelli dei gemelli Bryan e del doppio svizzero, formato da Roger Federer e Stan Wawrinka. Wimbledon ha mostrato tuttavia che il paese che ha più chance di conquistare l’allora olimpico è la Francia, visto che la finale dei Championship ha visto scontrarsi due coppie transalpine: Bennetau-Roger Vasselin e Mahut-Herbert. Nel doppio femminile le favorite sembrano essere le sorelle Williams, capaci di vincere il loro quattordicesimo slam. L’ultimo lo avevano vinto nel 2012, anno in cui avevano trionfato a Londra nella riedizione di Wimbledon in versione olimpica. Semplice coincidenza??

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CAPITOLO ITALIA

La prima settimana dei Championship aveva già fornito indicazioni piuttosto eloquenti sullo status del tennis italiano, visto che nessun italiano aveva fatto registrare prestazioni degne di nota. Anche nel doppio, specialità a noi cara, non abbiamo avuti acuti uscendo tristemente fin dai primi turni. L’unica speranza per Rio è la Réunion, peraltro piuttosto forzata, della coppia Errani-Vinci che tanto ci ha fatto gioire in passato.

 

Raffaele Sanluca
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Raffaele Sanluca nasce a Roma il 26 Aprile del 1995. Ha frequentato gli studi classici al Liceo Sacro Cuore per poi scegliere la facoltà di Scienze Politiche della Luiss per inseguire il sogno di diventare giornalista. La sua più grande passione è il tennis, praticato a livello agonistico. Spendere soldi per vedere eventi sportivi è cio che lo rende più felice.