The space in between, lo spazio tra Marina Abramovic e l’arte

Nella cornice estiva del Biografilm, in anteprima mondiale, riesco a vedere questo film per ben due volte. La prima proiezione la mattina, in compagnia degli sguardi seriosi degli addetti stampa; la seconda la sera, nel magnifico scenario del teatro comunale di Bologna, seduta in un palchetto al quarto piano. Oggi e domani nelle sale italiane grazie alla Nexo Digital e alla I Wonder Picture grazie alla collaborazione con Unipol Biografilm Collection.

Marina Abramovic si serve del documentario per raccontare la sua esperienza artistica (lo aveva già fatto nel 2012 con The artist is present di Matthew Akers), focalizzando l’attenzione sul lavoro che compie su se stessa.abram1The space in between è lo spazio fisico e spirituale che Marina Abramovic decide di percorrere durante il suo viaggio alla scoperta del Brasile. Il regista Marco Del Fiol segue i passi di una delle più grandi icone dell’arte contemporanea: partendo dal medium John of God e le sue pratiche di guarigione, passando per i rituali magici a Brasilia, fino ad arrivare al sincretismo religioso di Bahia. Il folklore e le religioni sono le soste obbligate di questo road movie in cui più che goderci il panorama assistiamo alle reazioni che esso provoca in Marina, unica costante in questo incontro con l’ignoto. Terra dopo terra, l’artista si misura con il proprio passato, con il dolore e quindi con l’arte. Simmetrie perfette costruiscono immagini che somigliano a dei quadri, a delle fotografie l’artista è sempre immobile e tutto il resto è in movimento: sugli sfondi delle cascate di Chapada dos Veadeiros ai vasti panorami dell’Abadiania, Marina decide di sedersi al centro, di distendersi e mimetizzarsi nello spazio che contempla.

Il Brasile pronto a contaminarla e lei ad occhi chiusi, con il desiderio di prenderne parte. Esemplare è l’assaggio d’ayahuasca a Chapada Diamantina: Marina si spoglia nuda vicino al fuoco in preda agli effetti di una droga che la consuma dentro e fuori. Ed è infatti attraverso il corpo che Marina Abramovic crea le basi per la sua attività artistica.

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Ma se nei contenuti l’intenzione è quella di sperimentarsi, le forme del linguaggio documentario sembrano restare tradizionali. L’uso della voce fuori campo è un modo semplice (direi quasi banale) di raccontarsi: in questo caso assistiamo a dichiarazioni spirituali, filosofiche e personali in cui l’artista parla direttamente allo spettatore, lo interpella e lo rende complice dei suoi incontri bizzarri e delle sue sofferenze. Quando all’inizio siamo con i pazienti di John of God, medium guaritore, non mancano momenti visivi violenti (un po’ ci ricorda l’occhio di Il cane andaluso) in cui lo spettatore è costretto ad assistere a forbici che entrano nello stomaco e coltelli che limano gli occhi. Ma anche in quel caso, ad essere preponderante è ciò che Marina Abramovic ci fa vedere, non il come ce lo mostra. Non è il film ad essere l’opera artistica di Marina ma il suo contenuto, la storia.

The space in between– Marina abramovic and Brazil  è un documentario tradizionale che racconta qualcosa di sperimentale. E’ lo spazio filmico, geografico e spirituale in cui Marina scopre se stessa e parla col suo pubblico. E’ il luogo in cui la sua arte trova lo spazio esatto tra la vita e la morte.

Roberta Palmieri

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