Dies irae: la semina e i venti di guerra

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“Abbiamo appena iniziato”: recita così una recente e splendida vignetta di Mauro Biani sul Manifesto a proposito dello stato d’emergenza in Francia. È vero, siamo solo all’inizio. Per quanto sia difficile dirselo, per quanto l’ultimo periodo di attentati, da Nizza a Rouen, da Monaco ad Ansbach, ci lasci senza parole e frastornati, dobbiamo prendere atto che ci aspettano tempi ancora più bui. I venti di guerra soffiano sempre più forte: guerre tra Stati, guerre asimmetriche, rischi di guerre civili striscianti. È passato un mese dalla Brexit e le spinte nazionaliste e separatiste non retrocedono. Tra due mesi, il 2 ottobre, si rivoterà in Austria e si svolgerà il referendum in Ungheria: una vittoria delle pulsioni più nazionaliste e sul rafforzamento delle frontiere è lo scenario che rischia di profilarsi di fronte a noi. Siamo dunque a una “balcanizzazione” europea? Il rischio di una deflagrazione per spinte separatiste, che potrebbero condurre a delle guerre a Est, è qualcosa che dobbiamo mettere in conto, a venticinque anni dall’orrore jugoslavo. Di grande lucidità Papa Francesco, unico leader mondiale che contro questo pericolo ci mette in guardia, dopo che due anni fa aveva parlato senza mezzi termini di «terza guerra mondiale a pezzetti». Sembra di ascoltare i CSI degli anni Novanta: «I vecchi dissero: ci sarà la guerra…/I vecchi dissero: ci sarà la guerra/ Nessuno prestò credito alle loro parole e nessuno fece nulla/ NESSUNO FECE NULLA!».

Può sembrare un’esagerazione, ma se alle guerre tradizionali in corso in Ucraina, Siria, Afghanistan aggiungiamo gli attentati globali della guerra asimmetrica che si svolge nell’ultimo quindicennio, prima di Al Qaeda e poi del Califfato, si dimostra purtroppo una lettura all’altezza dei tempi. Ma non si tratta solo della guerra in corso contro l’islamo-fascismo: la strage di Monaco, compiuta nel quinto anniversario di quella di Utoya in Norvegia, ci ricorda chi sono i principali contendenti in campo: opposti fascismi che vogliono comunità compatte etnicamente, che rifiutano lo stare insieme delle diversità. Infatti, nel frattempo, Donald Trump supera nei sondaggi la sfidante democratica Hilary Clinton, proponendo di alzare un muro contro l’immigrazione tra Messico e Stati Uniti, di potenziare le forze armate e di modernizzare l’arsenale nucleare statunitense. A contribuire all’ascesa di questo nuovo populismo negli Usa, insieme alla crescita delle diseguaglianze, gli attentati di matrice islamista come quello di Orlando e le avvisaglie di una possibile nuova guerra razziale negli Stati uniti: una guerra covata a lungo dopo gli innumerevoli omicidi di matrice razziale contro gli afro-americani e forse cominciata con gli strage di poliziotti a Dallas meno di un mese fa.

Parlamento della Bosnia Erzegovina in fiamme durante l'assedio di Sarajevo nel 1992 via Twitter
Parlamento della Bosnia Erzegovina in fiamme durante l’assedio di Sarajevo del 1992 via Twitter

Se «si è rotto il “pilota automatico”», se cioè le classi dirigenti mondiali non sono all’altezza del «grande disordine mondiale», se non si vedono sostituti alla governance mondiale neo-liberale – non lo sono né  l’estrema destra né la sinistra radicale – cosa possiamo fare? Servirà riprendere l’impostazione dei contadini: stare in basso (abajo) e seminare, sapendo che raccoglieremo nei tempi lunghi. Lo scontro principale, infatti, non ci appartiene, i contendenti vogliono desertificare la società tramite la paura o le spinte sicuritarie. Il prolungamento indefinito dello stato d’emergenza in Francia produrrà solo una militarizzazione e un incattivimento della società. La Nuit Debout ha per fortuna prodotto molti anticorpi ma è necessario che questi si sviluppino fuori dalla politica, nel quotidiano. Dopo ogni attentato lo sforzo di ritessere, millimetro per millimetro, le relazioni umane contro chi ci vuole spaventati e incattiviti diventa sempre più impellente, anche perché è della frammentazione sociale, della disperazione, dell’infelicità prodotte da questa società malata che si nutre e fa proseliti tanto il Califfato quanto l’estrema destra che gli si oppone specularmente.

LC

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Luca Cirese, nato e cresciuto a Roma, ha studiato prima filosofia per poi concentrarsi sullo studio della storia contemporanea italiana. Ha partecipato ai movimenti studenteschi per l'università pubblica del 2008 e del 2010, per poi militare nei gruppi universitari. È tra i creatori del Seminario sulla storia dei movimenti di ieri e di oggi che si svolge al Cinema Palazzo di Roma. Al momento è un cane sciolto. Ha scritto la tesi magistrale sul periodo che precede il Movimento del '77, con particolare attenzione al tema del rapporto tra vita e politica e a quello dell'innovazione politica, e alcuni articoli storici sui movimenti politici e sociali italiani dal '68 a oggi. Ha una grande passione per il Kebab, che forse gli deriva dal suo aspetto medio-orientale. (ph Martina Cirese)