La tecnologia nello sport funziona?

Sport e tecnologia sono un binomio diventato sempre più usato ed importante nel nuovo millennio, con la seconda che sta provando ad eliminare gli errori del primo e a perfezionarlo.
Come per ogni novità ci sono state da subito fazioni conservatrici che hanno provato, con scarsi risultati, a sostenere una tesi contraria a questi nuovi innesti.
I tipi di interventi a livello tecnologico sono principalmente di due tipi: miglioramento della performance dell’atleta o del mezzo e eliminazione degli errori di giudizio dovuti al fattore umano.
Un esempio per il primo sono i misuratori di potenza, mezzo ormai indispensabile per un ciclista professionista, mentre per il secondo c’è il cosiddetto “Occhio di falco”, utilizzato nel tennis o nella pallavolo per aiutare l’arbitro a prendere la giusta decisione.

La discussione sull’argomento si rivolge spesso solo al secondo tipo e la fazione più grande promuove l’utilizzo massiccio del mezzo tecnologico per rendere lo sport più obiettivo e meno soggetto agli errori di arbitri e giudici.
E’ difficile essere davvero contrari a questo tipo di introduzione tecnologica nello sport poiché non porterebbe nessun reale peggioramento nel campo, anzi. La debole motivazione spesso utilizzata per contrastare ciò è che l’errore umano, anche quello del non-atleta, è parte integrante dello sport e che deve essere per questo preservato.
In molti sport, come la scherma, il tennis e la pallavolo, la richiesta dell’utilizzo dell’aiuto video è lasciata all’atleta che ha un numero limitato di occasioni per usarlo. In alcuni casi può essere anche l’arbitro (o giudice) a richiedere l’ausilio tecnologico se non si sente sicuro di una sua decisione.
Il calcio è stato invece lento nell’assimilare l’avvento della tecnologia. Infatti solo negli ultimi anni è stata inserita la goal line tecnology e giusto ieri, nella partita tra Francia e Italia, ha debuttato il VAR (Video Assistent Referee), arbitro delegato all’utilizzo della moviola in campo per rivedere gli episodi più dubbi.

Senza dubbio dalla diffusione della tecnologia addetta ad aiutare gli arbitri nelle lor scelte la percentuale di errori si è abbassata, in modo più o meno notevole a seconda dello sport e della relativa importanza del mezzo.
Questo ha però portato anche al vedere sempre in più cattiva luce le decisioni errate dei direttori di gara che, disponendo anche della possibilità di rivedere innumerevoli volte gli episodi in questione, sono stati sempre più accusati di malafede in queste situazioni.
Episodi di questo tipo ci sono stati anche nell’ultima edizione dei Giochi Olimpici, tenutisi a Rio nelle scorse settimane.
Nella Lotta libera, per esempio, sia il portoricano Franklin Gomèz che il nostro Frank Chamizo sono stati vittime, rispettivamente nei quarti e nelle semifinali, di giudizi arbitrali quantomeno rivedibili nonostante l’utilizzo del supporto video.
Restando in Casa Italia, anche nella finale di pallavolo maschile contro i padroni di casa del Brasile ci sono stati due errori arbitrali piuttosto evidenti nel secondo e nel terzo set, nonostante in entrambi casi sia stato utilizzato il video-check dal direttore di gara.

Chris Froome, tre volte vincitore del Tour, controlla il suo misuratore di potenza.

Critiche più sensate e costruttive sono arrivate invece per l’utilizzo tecnologico nello sport atto a migliorare la performance dell’atleta o, negli sport motoristici soprattutto, del mezzo.
Nella Formula 1 e in MotoGp appassionati ed addetti si lamentano da anni dell’eccessiva importanza che l’elettronica sta assumendo e che toglie sempre più spazio alle capacità e alla fantasia dei piloti.
Anche nel ciclismo le lamentale degli spettatori riguardanti principalmente i misuratori di potenza e le radioline sono molteplici.
I primi avrebbero la colpa di anestetizzare la corsa, rendendola meno spettacolare, poiché ogni atleta conosce i dati relativi alla propria potenza massima per ogni arco di tempo possibile e quindi sono pochissimi quelli che si prendono il rischio di “saltare per aria” per andare oltre le proprie possibilità e vincere la gara.
Le radio invece sono accusate di aver ucciso la fantasia individuale del ciclista che per alcuni è ormai una semplice macchina (della quale si conoscono bene i limiti) utilizzata dai direttori sportivi in ammiraglia per portare a casa il massimo risultato possibile, che per molti non corrisponde alla vittoria.

Sempre nell’ultima edizione dei Giochi Niccolò Campriani, vincitore di 2 medaglie d’oro, ha ringraziato di cuore, dopo la prima vittoria, la casa produttrice della propria carabina con la quale ha collaborato assiduamente negli ultimi 4 anni per avere l’arma perfetta nell’appuntamento più importante. Scherzando ha infatti detto che si sentiva vincitore anche del campionato costruttori per tutto l’impegno che ha messo nella costruzione dell’arma.
La sorte è però stata ironica per il tiratore toscano che nelle due gara successive è stato costretto ad utilizzare prima l’arma di un suo collega ed amico e dopo, nella gara del secondo successo, quella della sua fidanzata Petra Zublasing, sfortunata protagonista a sua volta in una finale pochi giorni prima nella quale ha centrato solo la medaglia di legno.

Niccolò Campriani e la sua carabina

L’aspetto tecnologico è destinato ad assumere sempre più importanza nel mondo sportivo e porterà con se’ i propri pregi e difetti. Se infatti è difficile lamentarsi dell’apporto che dà nel ridurre gli errori dovuti all’imperfezione dei mezzi umani, è invece sacrosanto andare contro la macchinanizzazione completa dello sport che ha un forte impatto negativo sulla sua spettacolarità. Infatti non si deve dimenticare che uno degli obiettivi da perseguire per lo sport rimane quello di divertire il pubblico, altrimenti rischia di diventare solo vera e propria ricerca della perfezione atletica con i rischi, in primis per l’atleta, che ne conseguirebbero.
Nel complesso la tecnologia deve essere accettata ed utilizzata al meglio nello sport senza però dimenticare i principi, i valori e gli obiettivi di quest’ultimo. Deve quindi restare un mezzo e non il fine ultimo per il quale il resto diventa tutto sacrificabile.

Matteo Coletta

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