Il Ministero della Salute lancia l’allarme della crisi demografica e, tempestivamente, un Piano Nazionale per la Fertilità con tanto di istituzione di una Giornata di informazione e formazione prevista per il 22 settembre, il “Fertilityday”, dove la parola d’ordine – recita testualmente il documento – “sarà scoprire il Prestigio della Maternità”.

Si sa, “la denatalità impoverisce il welfare”; la ministra Lorenzin l’aveva già annunciato nel 2014, in un’intervista ad Avvenire.
Nel caso ci fossimo dimenticate e dimenticati di vivere nei nostri corpi, non solo lo Stato è pronto a bussare alle porte dei nostri orologi biologici, ma è deciso a combattere il calo demografico con un Piano Nazionale e il Fertilityday, ignorando arbitrariamente le questioni reali che impediscono – a chi lo desidera – di concepire un figlio: precarietà del lavoro (il tasso di disoccupazione giovanile è del 42%) del reddito (il 46% delle italiane e degli italiani vive con a malapena 1000 euro al mese), della casa.

Il discorso è posto tutto sul piano politico, è evidente: se da un lato il picco del grafico della natalità nel nostro paese dovrebbe allarmarci, dall’altro dovremmo essere riconoscenti all’equipe di politici e scienziati di Stato disposti a sborsare 141.800 euro del demanio pubblico (tanto è costata la campagna del Fertilityday) per ricordarci il nostro ruolo di matrici – e inseminatori – favorevoli ad offrire pargoli al tricolore per le pensioni di tutti.

Di fatti – chiariamolo – le statistiche che sostengono i dati relativi al calo demografico si riferiscono alla natalità bianca italiana, e se la logica imprevedibile del desiderio di genitorialità delle famiglie di immigrati smentisce quella economica, si preferisce ricorrere al paternalismo nei confronti della fertilità dei e delle giovani cittadini/e autoctoni/e piuttosto che menzionare l’idea, mica così folle o banale, di abbattere i muri e preoccuparsi delle vite che nascono aldilà della frontiere, cogliendo l’occasione per rispondere a tono a quelle politiche sull’immigrazione che ci vorrebbero arroccati sulla retorica xenofoba ed allarmista della sicurezza come del problema della clandestinità.

Ad ogni modo, con buona pace di chi vorrebbe minimizzare le critiche più infervorate con la fredda incontestabilità del dato scientifico, il Ministero della Salute ha fatto una magra figura, a tal punto che persino Renzi ha dovuto cautamente prenderne le distanze. E non solo per i toni retrogradi e imbarazzanti della campagna pubblicitaria – dai quali si coglie solo il lato formale della faccenda – ma per tutte quelle buone ragioni (suffragate da dati e statistiche attendibili quanto il calo della natalità e la dissoluzione del welfare) per le quali mettere al mondo qualcuno al giorno d’oggi, in questo paese, è una scelta senza dubbio coraggiosa; con o senza il bonus bebé.

Tuttavia, se pure ci fossero lavoro stabile e adeguate politiche di welfare, saremmo davvero incentivati a procreare? Probabilmente no, con buona pace della maggior parte delle teorie economiche in riferimento ai tassi di natalità.

Come ben ricorda Ida Dominijanni:

non si può affrontare il tema come se il desiderio di maternità fosse un dato certo, ostacolato dalla mancanza di reddito, sussidi e strutture.

Le logiche del desiderio esulano spesso e volentieri dagli schemi quantitativi poiché attengono ad una dimensione, quella soggettiva, inaccessibile alle previsioni statistiche e sociologiche, e pure al presunto “prestigio della maternità”. Pertanto, non si vede perché una donna che possieda un lavoro e un’abitazione stabili, un reddito bastevole a mantenere se stessa e chiunque altro desideri, debba essere giudicata (e portata a giudicarsi) come meno coraggiosa, più egoista, o addirittura meno donna.

In conclusione, la questione sostanziale che suscita un’iniziativa del genere – lo rammentavamo all’inizio – è la pretesa del ruolo che lo Stato ci affibbia nei momenti di crisi, economiche e demografiche; stacanovisti flessibili e diligenti precari, cittadine e cittadini eterosessuali pronti a riprodursi in nome del bene comune della propria fertilità e del welfare di Stato. Questo è quel che appunto possiamo chiamare “bio-autoritarismo”; la facoltà delle istituzioni di indicarci come condurre le nostre vite, in nome di una “responsabilità” (e dei ruoli) che esse hanno scelto per noi.

Martina Patriarca
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Nata a Pescara, si ritrova a vivere nella giungla urbana di Montesilvano. Per la legge del contrappasso, le tocca vivere il proprio inferno direttamente su questa terra: di fatti, le è toccato un cognome sessista. Superata la prova di sopravvivenza alle medie, si iscrive al liceo classico, dove inizia a maturare la propria coscienza politica a partire dalle lotte studentesche e l'interesse per i "gender troubles". Per alcuni anni frequenta le federazioni della sinistra locale, per poi -delusa e disillusa- uscirne e imboccare la strada di cagna sciolta. Oggi è studentessa di Filosofia. Adora i pistacchi, scrivere in viaggio su di un treno, la carne arrosto e la vodka liscia.
  • Stefano Schiavon

    …..per poi accorgersi a 50 anni che si avrebbe voluto aver figli….e le nuove generazioni pagheranno tutti i nostri conti.

    • Martina Patriarca

      Nel momento in cui qualcun*, a qualsiasi età (o quasi) decidesse di aver figli, oltre alla possibilitá di adottarne, sarebbero -perdoni il francesismo- soltanto cazzi suoi, non della Lorenzin, e nemmeno dello Stato.

      M. P.

      • Stefano Schiavon

        Mi perdoni, ma saranno quantomeno casi dei miei 4 figli che dovranno lavorare per mantenere una moltitudine di vecchi pieni di diritti e soli. Se sono casi dei miei figli sono anche casi miei e pretendo che lo Stato ci consideri. Buona serata.

        • Martina Patriarca

          Proprio perché lo Stato pretende che io, in qualità di giovane donna italiana, mi riproduca per sfornare chi dovrebbe pagare le pensioni di tutti, mi rifiuto. Sarebbe bene che fossimo considerat* anche quando non abbiamo e/o non riusciamo a produrre reddito, quando i nostri studi – svolti per interesse e passione – vengono considerati carta straccia, quando il massimo che riusciamo a permetterci è di affittare una stanza, un buco in periferia, riuscendo a malapena a risparmiare cibo per l’intero mese pur di strappare un filo di autonomia (e autodeterminazione). Tutto questo, mi consenta, non è affatto dovuto. Come non lo è doversi riprodurre per votarsi al welfare nazionale.

          • Stefano Schiavon

            Vedi , ti capisco, ma se rinunciamo a vivere la nostra vita, con i nostri affetti, con chi ci vuole bene, facciamo l’interesse di chi ci vuole ubbidienti macchine da lavoro, per poi scartarci quando non serviamo più. La vita è bella se si vive assieme, non se di vive da soli. Le relazioni che viviamo per noi servono a tutta la collettività. saluti, mi è piaciuto parlare con Lei.

          • Martina Patriarca

            Proprio così, non rinunciamo a vivere le nostre vite.
            Non rinunciamo a vivere liberamente i nostri corpi, a decidere – per noi – i comportamenti e le abitudini, anche sessuali, che più ci aggradano. Non rinunciamo ad amare e ad amarci aldilà della società etero-sessista, a scegliere le nostre famiglie, a stravolgerne i nuclei antropologici laddove ci impongono limiti, pure affettivi; e ad essere improduttivi – biologicamente ed economicamente – nel momento in cui sentiamo la necessità di fermarci, e contemplare (e riflettere) su quello che abbiamo intorno; su cosa vogliamo (davvero) farne.
            Buona giornata.

      • Stefano Schiavon

        Mi scusi, vedo ora che Lei è ancora studentessa in filosofia. Dunque è giovane come i miei figli, e quindi sono anche casi suoi.