Occorre rivedere il vocabolario. La società italiana si scopre reazionaria. Come Vitaliano Moscarda, nella fantasia di Pirandello, realizza un brutto giorno di avere il naso storto, così l’Italia, digerita la cultura del progresso e dell’innovazione, al cui altare ha sacrificato storia e tradizione, si avvede d’esser paese senza passato, perciò condannato a non avere futuro. Mentre nessuno ricorda la storia e la letteratura italiane, se non per sentito dire, e le tradizioni si dissolvono in sagre e proloco, nel belpaese disgraziatamente afflitto da Alzheimer tocca convincersi di qual nobile scelta sia quella di farsi conservatori. Per carità, convertirsi al conservatorismo non è cosa propria di chi desidera sostituire il nostro tempo con un antico status quo; significa invece chiedersi se sia possibile illuminare il presente di quanto di buono e intelligente il passato ci fa dono, opponendosi al mantra della cultura dominante per cui che tutto ciò che è nuovo è per forza bello.

Un mito merita subito d’essere sfatato: essere conservatori non implica essere di destra. Essere conservatori è un’attitudine. A voler esagerare lo si può definire uno stile di vita. Come essere libertari o femministi o razzisti, lo si può essere indipendentemente dal colore politico. Mario Pannunzio, il leggendario fondatore del settimanale Il Mondo, definiva i suoi lettori negli anni ’50 «progressisti in politica, conservatori in economia, reazionari nel costume», dimostrando che le categorie uniche non possono mai definire per intero un individuo, figurarsi un gruppo. Progressisti, libertari, conservatori, reazionari, socialisti, liberisti, tutte le etichette diventano multiformi e liquide nel mondo post-ideologico, rendendo urgente tracciare qualche confine, se non altro per evitare di trovarsi in cattiva compagnia. Facile diventa allora il lavoro di chi, scavando sotto la superficie, scopre che essere conservatori oggi vuol dire assumersi una virtù, non un difetto, come la vulgata perbenista sostiene.

Se ad esempio consideriamo che, negli ultimi quindici anni, tutti i partiti europei (in primis i progressisti e i socialisti) hanno completamente frantumato il mercato del lavoro legalizzando un precariato di massa e dichiarandosi fieri di aver condotto i rispettivi paesi nella modernità, chi si è opposto loro come deve essere considerato? Un conservatore, naturalmente. Un conservatore che cercava però di conservare le conquiste di decenni di lotte. E chi ha promosso e attuato quelle riforme come va definito: progressista o reazionario? A ben vedere la seconda definizione è più pertinente: chi cancella le conquiste del proprio passato merita giustamente l’appellativo di reazionario, come la storiografia insegna dal Congresso di Vienna del 1815 in poi. Per non parlare di quanti hanno scomposto il sistema scolastico e universitario, rendendolo instabile, precario e senza fondi: come chiamarli se non reazionari? E che dire di quanti hanno svenduto grandi aziende di Stato al peggior offerente, manipolato politicamente istituti finanziari, promosso fallimentari politiche di austerità contro il parere della migliore letteratura scientifica? Reazionari anche questi, senza esitazione. Diventa chiaro che il conservatore ha ricoperto il ruolo più nobile e autenticamente austero in questi ultimi venti anni, scoprendosi, come “la moglie del medico” in Cecità di José Saramago, l’unico vedente in un mondo di ciechi.

Un altro mito a questo punto deve essere sfatato. È il famoso TINA: there is no alternative. Non c’è alternativa al pensiero unico, alla politica unica, alla letteratura, al giornalismo, all’economia tutti a senso unico. Più che l’elevazione politica, combattendo se necessario, poté l’imbarbarimento, perché “ce lo chiede l’Europa”, perché “i mercati altrimenti ci puniranno”, perché “dobbiamo dialogare con le altre forze politiche”, perché “la Cina fa paura”, perché “dobbiamo imitare i paesi anglosassoni”. In fin dei conti, salga a Palazzo un partito o un altro non fa differenza, o ancor peggio non può far differenza. Il soliloquio dei talk-show, dei giornali mainstream, dei politici e degli intellettuali, si dissolve in una bolla di sapone i cui concetti sono interscambiabili e scavalcati dalla realtà. Un’alternativa invece è sempre possibile, o almeno pensabile, e chi non vuole vederla o soffre appunto di cecità o ha interesse nel serrare gli occhi al pubblico.

L’economista Alberto Bagnai, fieramente keynesiano e di sinistra quindi conservatore (alla luce di quanto scritto sopra non suona più come un paradosso), scrive nel suo saggio L’Italia può farcela che

la macelleria sociale si fa dopo aver indossato un bel grembiule rosso, così gli elettori di sinistra non notano gli schizzi di sangue.

Impossibile dargli torto, visto che le privatizzazioni selvagge, le riforme del lavoro, i tagli di spesa indiscriminati sono tutti trofei sulla bacheca dei governi di sinistra succedutisi dal 1996 ad oggi. La stessa sinistra, ancora ebbra per la destituzione di Berlusconi, plaudiva l’agenda Monti e le riforme “lacrime e sangue” come innovative e necessarie. Si sono poi visti i risultati. Non che la destra si sia comportata tanto meglio, sotto questo profilo. Ma dalla destra ce lo si attende, se vere sono le vantate superiorità morale e differenza antropologica della sinistra, complice una stampa impermeabile a qualsiasi dubbio. Dubbio spazzato al primo spirar della brezza di certa cultura un po’ radil-chic, un po’ schiuma intellettualistica ineluttabilmente piritolla, secondo la definizione di Pietrangelo Buttafuoco.

Il piritollo, in quanto pirito, ossia peto, dunque bisognoso di sucapiriti, ovvero il pubblico di chi si mette dietro di lui aspirandone gli effluvi mentali, è depositario di verità.

Il piritollo è il trendy odierno, il reazionario-progressista pronto a dispensare verità col ditino perennemente alzato; chi ne aspira gli «effluvi mentali» fa danno agli altri e a sé stesso, ma compiaciuto del piritollame in cui sguazza felice, non se ne avvede.

Destra e sinistra diventano allora due categorie formali, diciamo pure dei brand, cui non si riesce più ad attribuire un vero significato. Abiti stinti che continuiamo ad indossare perché troppo pigri per rinnovare il guardaroba. Se uno dice di essere di sinistra o di destra è impossibile capire cosa intenda, a meno che non si spertichi in mille precisazioni. Valutare gli schieramenti politici e le rispettive idee sulla base dell’opposizione destra-sinistra o politica-antipolitica è un puro esercizio formale che distrae lo sguardo dal vero obiettivo. La faglia oggi è l’opposizione conservazione contro reazione travestita da progresso. Di nemici quindi tocca averne tanti, al povero conservatore, a partire da tutta quella crema culturale che celebra le magnifiche sorti e progressive del secolo venturo fino ai gendarmi del politicamente corretto. La lista è presto destinata a farsi folta, tra i rinnegatori del passato nazionale e i politici coi loro discorsi a livello rasente terra, passando per gli elettori che guardano solo alle appartenenze e i media senza contenuti, gli agitatori delle masse, i giornalisti sempre pronti a difendere il potente di turno e un sistema d’istruzione che garantisce l’ignoranza.

Siccome nell’”happy regime” la cultura si fa contenitore vuoto di contenuti, l’incontinenza dei piritolli trasfigura l’animo pacato del conservatore, costringendolo ad allontanarsi dall’arena e a portarsi sulla tribuna per meglio gustare, dall’alto, la stupidità dei gladiatori. Studiare in disparte, dare nuova vita a intellettuali che non essendo trendy sfuggono al comune dibattere. Lasciare che gli altri lancino accuse di élitismo, se necessario, o di snobismo, e compiacersene. Coltivare il dubbio in tutte le sue forme perché, parafrasando Mark Twain, «quando ti trovi d’accordo con la maggioranza, è il momento di fermarti a riflettere». Non rimane altro da fare per un conservatore, se non incidere sul muro granitico delle proprie incertezze che un giorno il piritollame avrà esaurito le sue cartucce e giungerà un tempo per le idee forti, in cui il vuoto effervescente delle parole che nulla trasportano imploderà. Sarà quello il tempo dei nuovi conservatori.

Alessio Trabucco

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Nato a Pescara, vive a Bologna e ha soggiornato a Budapest. Scrive sulle pagine culturali e politiche di Versus e de L'intellettuale dissidente. Studia Economia, legge, scrive, ama il buon cibo, il vino e i sigari brentani. In compenso odia il conformismo culturale, il politicamente corretto e le ideologie politiche.