Da Mussolini a Mattei: la via italiana all’impero

C’è un filo conduttore che lega il sogno espansionistico fascista nel Mediterraneo, al di là delle effettive realizzazioni, con le politiche di Mattei e di ENI nel periodo immediatamente successivo alla guerra. A dispetto delle evidenti differenze ideologiche, infatti, il concetto rimase pressoché il medesimo:

Il Regno d’Italia prima, la Repubblica poi vollero rivestire nei confronti dei territori e dei Paesi del Mediterraneo, dell’Africa e dell’Asia, i panni della grande potenza protettrice. Naturalmente protesa nell’antico mare nostrum della Roma imperiale, l’Italia non abbandonò mai il sogno di ricostituire in forme differenti una sorta di dominio o di “alto protettorato” sui popoli del Mediterraneo.

Tale sogno si aprì con la guerra in Libia (1911-1912), culminò nelle forme aggressive della politica espansionista fascista e si chiuse con l’imperialismo energetico di ENI. In questo articolo ci si soffermerà sulla seconda di queste tre fasi, mentre un discorso sulla terza fase verrà ripreso in un articolo successivo. Per quanto riguarda la guerra italo-turca per il controllo della Libia, ci si trovava ancora in un clima di colonialismo e nazionalismo di stampo ottocentesco e vedremo come proprio dalla fine di tali componenti prese avvio il sogno imperiale italiano.

Il fascismo può essere infatti già considerato una fase di superamento del vecchio concetto di Stato nazionale. Ai fascisti << la dimensione nazionale appariva troppo angusta per poter contenere l’orizzonte massimo delle loro ambizioni rivoluzionarie, che trascendevano la realtà della nazione per elevarsi alla contemplazione di vasti panorami, europei e mondiali, verso i quali proiettare le future conquiste della “rivoluzione fascista”, arrivando, per questa via, fino a rimettere in discussione il “principio nazionale”>> (Gentile, La Grande Italia, Laterza, Bari 2011, pag. 194).

Superare le barriere “anguste” dello Stato nazione significava proiettare la “rivoluzione fascista” in una dimensione sovranazionale e, in questa veste, imperiale. Un grande ideologo di tale “fascismo universale” fu Berto Ricci, il quale affermava, con grande enfasi:

<<Saremo dunque universali, e contro qualunque resto di nazionalismo; moderni, e senza idoli […]. Sta al nostro secolo ridare alla mente italiana l’abito della vastità, l’amore e l’ardire, il dominio de’ tempi e delle nazioni>> (Ricci, L’universale, in <<L’Universale>>, gennaio 1931).

Berto Ricci fu tra i principali ideologi dell'universalismo fascista

Berto Ricci fu tra i principali ideologi dell’universalismo fascista

L’Italia sarebbe divenuta la piattaforma di lancio ideale verso un Nuovo Ordine, che avrebbe saldato assieme una larga fetta dell’Europa, in particolare dell’Europa mediterranea. Un Nuovo impero romano di cui lo Stato fascista sarebbe dovuto essere il vertice assoluto.

Un vertice però non nel senso che andrà assumendo in Germania, in un’ottica centrata sul mito del volk e della “razza pura” ariano-germanica. Nel caso italiano l’elemento razziale (che pure fu, purtroppo, presente) avrebbe riguardato più che altro la distribuzione delle popolazioni sottomesse secondo un preciso piano gerarchico.

Nei piani di Mussolini e degli ideologi del fascismo non vi era certamente quello di annientare i popoli sottomessi, o di riempire i territori occupati di italiani. In uno slittamento che superava improvvisamente il concetto di nazionalizzazione delle masse, che in Italia indubbiamente raggiunse il suo culmine sotto il fascismo, l’ideologia di partito superò il concetto di italiano stesso.

Il nuovo impero sarebbe dovuto essere più un impero fascista che un impero italiano.

L’Italia, erede naturale di Roma, Paese latino “incorrotto” a dispetto della vicina Francia, doveva solamente raccogliere, secondo Mussolini, la sfida offertagli dalla storia, prendendo l’iniziativa in una aggressiva politica espansionistica.

Tale politica espansionistica però sarebbe stata necessaria e positiva per tutti i popoli sottomessi, in quanto sarebbe culminata in uno spazio comune euro-mediterraneo di cui Roma sarebbe stata “soltanto” la potenza protettrice e dominante.

Il dominio italiano nel Mediterraneo avrebbe costituito una delle grande sfere d’influenza che, secondo Mussolini, si sarebbero formate con il naturale superamento della nazione. Questa idea di un processo storico che avrebbe sancito il trionfo delle superpotenze a scapito delle piccole realtà politiche risulta straordinariamente attuale e dal carattere quasi premonitore.

Il fascismo stava infatti perseguendo quasi contemporaneamente ad altre realtà politiche (non solo nei regimi totalitari) un sogno di integrazione tra nazioni differenti sotto l’egida di un unica grande potenza, che avrebbe fatto capo ad una ideologia universalmente valida. Ciò che alla fine della guerra, non l’Italia, ma gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica realizzeranno spartendosi il mondo in grandi sfere d’influenza.

Scriveva a tal proposito Giuseppe Bottai in un articolo per “Critica fascista”:

<< Quando s’è parlato di nazione e di nazionalità, s’è usato, per intendersi, termini cari a chi non vuole abdicare nemmeno per un momento alla propria italianità, i quali però nel senso tradizionale non trovano posto in uno schema di ricostruzione continentale che, per essere la trasposizione sul piano internazionale dei principi di cui si è discorso, dovrebbe spostare l’impostazione del problema del suo contenuto più spiccatamente nazionalistico a un contenuto essenzialmente sociale […] La collaborazione dei Paesi d’Europa dovrebbe avere un fine d’integrazione delle forze sociali europee, allo scopo di potenziare, anziché mortificare, i contributi che ciascun popolo può offrire alla comunità continentale.>>

412_3r010_412_1

Giuseppe Bottai

Si tratta, in sostanza, di un imperialismo quasi paternalista e “missionario”. Insignita di una missione sacra che la sua “naturale” discendenza da Roma le aveva conferito, “rivitalizzata” dall’apporto del fascismo e della “Nuova civiltà”, l’Italia avrebbe a lungo convissuto con almeno il secondo di questi due aspetti del Ventennio. Le lunghe elaborazioni teoriche ed ideologiche cominciate già con i primi moti risorgimentali con cui a fasi successive le classi dirigenti dell’Italia unitaria avevano modellato l’animo degli italiani, trovarono la loro manifestazione, paradossalmente, più spettacolare e autodistruttiva nel mito della “missione” della civiltà italiana nel mondo.

Un sogno che fu il culmine e la morte del nazionalismo italiano, perché pose quest’ultimo su di un piano talmente alto da non avere più bisogno persino della Nazione stessa.

Sarà lo stesso mito della “missione sacra” che alimenterà i progetti e le mire espansionistiche dell’ultimo “impero italiano” del ventesimo secolo: l’ENI di Enrico Mattei. Grazie ad una insolita collaborazione tra Mattei e il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi prenderà infatti avvio una aggressiva politica di “nazionalismo economico-energetico” nei Paesi sorti dalla decolonizzazione, come si vedrà nella seconda parte dell’articolo.

Massimiliano Vino

 

Bibliografia: 

Gentile, La Grande Italia, Laterza, Bari 2011, pag. 194
Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, Torino, Bollati Boringhieri, 2003

Questo sito usa cookie  per offrirti la migliore esperienza possibile. Accetta l'uso o cambia le tue impostazioni dei cookie.