The Beatles: Eight Days a Week, un film facsimile

Lucky Red porta nelle sale cinematografiche italiane The Beatles: Eight Days a Week di Ron Howard. Un film-evento che sta rimanendo nella programmazione più del previsto considerato l’esito positivo che ha avuto con il suo pubblico (arrivato addirittura secondo al box office italiano).

Non è il primo film che si realizza sui Beatles: già nel 1964 Richard Lester realizzava A Hard Day’s Night che fece un successo mai visto (pensate che andò in prima visione al London Pavillion alla presenza della famiglia reale), l’anno successivo Help sempre dello stesso regista. Nel ’67 ci fu addirittura un tentativo in piena autonomia da parte degli stessi Beatles che, ahimè, non ebbe successo.

Oggi, quindi, esce l’ennesimo film sui Beatles e col pubblico funziona ancora benissimo. Per quale gruppo potremmo dire che esistono tutti questi film? Capelli a caschetto, vestiti su misura tutti uguali: il manager Brian Epstein aveva (forse) capito che l’immagine di quei quattro ragazzi che aveva visto al Cavern Club nel ’61, aveva più valore di qualunque altra cosa. E’ con loro che divenne uno dei più grandi imprenditori del mercato musicale. La potenza dell’immagine dei Beatles diede vita ad una vera e propria epoca nella pop art e nella moda. E la musica? Dove se la sono dimenticata?

Il film di Ron Howard rincorre ancora l’immagine dei Beatles che si rincorreva negli anni ’60, è un documentario classico, una cronistoria che non fa che abbozzare il loro percorso dall’inizio alla fine (con tanto di didascalie riassuntive), un facsimile realizzato dopo tanti anni da quel che è stato. Un facsimile che funziona ancora benissimo perchè mostra per l’ennesima volta come i Beatles erano (e sono) visti, custodendoli nella patina protettiva di fenomeno culturale e sociale.

Non è stata prodotta una ricerca sui loro vissuti o un approfondimento sul vasto patrimonio musicale prodotto, Howard ha scelto di rimanere a guardarli di nuovo dall’esterno inserendo qua e là qualche video inedito ma lasciando protagoniste una sfilata di fan impazzite, di folle ingombranti. I Beatles escono da questo documentario come quattro sagome, caratteri senza sfumature, senza contraddizioni, sovra illuminate dal grande faro del successo.

Al pubblico è piaciuto un film in cui la più grande band brittanica si esibisce, dai live ai talk show, ma non é. E questo non fa che riconfermare l’enorme potenza visiva e sociale di cui gode questo gruppo musicale.

landscape-1474045133-beatles-carLo dicono gli stessi Beatles nel documentario: “Era un solo grande circo. La musica non veniva ascoltata.” Si erano stancati di fare film, si erano stancati di fare i live, si erano stancati di apparire. E oggi che non esistono più, continuano ad apparire “immortali”.

Eppure sarebbe stato interessante se il pluri-acclamato Ron Howard (lo stesso regista di A Beatiful Mind) avesse cercato del materiale in più sul rapporto che i quattro componenti vivevano con la musica, se invece di mostrarci folle urlanti viste e riviste ci avesse fatto ascoltare qualcosa in più di ciò che veniva fatto in studio. Uno spiraglio c’è stato ma qualche minuto non basta a compensare gli altri 130 di fan in delirio.

In questi casi non credo che sia il materiale a mancare ma un solido punto di vista, il motivo per il quale un regista voglia raccontare una storia. Howard ha voluto raccontare il fenomeno Beatles e ci è riuscito. Il pubblico è felice di vedere o di ri-vedere i Beatles cantare live. Ma forse qualcuno si aspettava qualcosa di diverso (si pensi al film prodotto nel 2014 Freda, la segretaria dei Beatles di Ryan White).

E forse anche la forma del documentario, che oggi ha sperimentato mille forme, si aspettava qualcosa in più da un documentario sulla band che ha segnato il panorama musicale di tutti i tempi.

Roberta Palmieri

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