Aborto in Italia: si paga, e a caro prezzo

Vogliamo medici e non missionari: uno tra gli slogan che in questi giorni moltissime donne polacche (ma in realtà di tanti paesi diversi) hanno portato in piazza, sui media e sui social per protestare – come si deve – contro il progetto di legge dello scorso 23 settembre. Questa proposta dei conservatori avrebbe ancor più ridotto le possibilità di effettuare un’interruzione volontaria di gravidanza in Polonia, dove oggi i casi sono già enormemente ridotti allo stupro, l’incesto, la malattia grave del feto e i rischi per la madre (e su questo talvolta vi sono state opinioni contrastanti che non sempre si risolvono poi nella pratica abortiva).

Ma il disegno, che vantava le firme del governo e del partito di maggioranza Pis, Diritto e Giustizia (nome piuttosto scabroso, lo riconosco), è stato finalmente bocciato dal Parlamento, soprattutto grazie alle numerose manifestazioni per conservare quel diritto, per quanto limitato, all’aborto.

Episodi come questi, nell’Europa accusata dalle destre e degli estremismi religiosi di essere fin troppo ‘disinibita’ e libertina, dalle sinistre di rimanere ancora arretrata e oppressiva verso numerose categorie e da Diego Fusaro spersonalizzante e “turbo-capitalista” per le pratiche a cui ci stiamo aprendo in ambiti di diritti civili e di bioetica, non possono non farci riflettere sul nostro stesso ordinamento in materia di IVG, le interruzioni volontarie di gravidanza.

Soprattutto la nostra amata e odiata legge 194, sulla quale periodicamente si torna a discutere, conserva ancora la sua spina più appuntita nel cosiddetto diritto all’obiezione di coscienza. Decenni fa quest’espressione simboleggiava qualcosa di rivoluzionario e pacifista, perché relativa al servizio di leva militare armata, e forse è ancora così, perlomeno per chi si professa obiettore: una rivoluzione silenziosa, ma ad avviso di molti reazionaria e pericolosa, di una parte cospicua dello staff medico nazionale che si sottrae ad alcuni specifici compiti, in nome della tutela della vita di chi però legalmente non è ancora “persona”.

Legge sotto mano: è il maggio 1978 e il Presidente della Repubblica Giovanni Leone promulga la 194 nell’ultimo mese del proprio mandato. Tra le firme anche quella di Giulio Andreotti: insomma, una legge profondamente democristiana, che già dalle primissime righe ci tiene a specificare che l’IVG “non è mezzo per il controllo delle nascite”.

Molti articoli sono dedicati ai determinati protocolli destinati ai consultori familiari, istituiti nel ’75 grazie alle prime aperture alla tematica, ma è l’art. 4 a descrivere i casi in cui l’aborto può essere suggerito alla donna, e cioè nelle “circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento”.

Questa generalità è un’arma a doppio taglio: contro chi è contrario, perché apre la possibilità a tutte le situazioni di un disagio personale (e quindi irraggiungibile da chi non ne è coinvolto) della gestante, e contro chi è a favore, perché a distanza di circa quarant’anni la donna che abortisce deve ancora portarsi dietro un bagaglio di vergogna e di colpa, oltre alle numerose emozioni contrastanti dovute all’episodio che vede lei, e nessun altro, protagonista.

Prima di allora, e solo dal 1975, l’aborto era consentito solo per casi gravissimi e grazie ad una vittoria di Pannella e Livio Zanetti, allora direttore de l’Espresso, che avevano presentato alla Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo per alcuni articoli del codice penale ancora sussistenti sul reato d’aborto.

Ogni anno, dal 1978, il Ministero della Salute è tenuto a pubblicare un report completo sull’attuazione della legge 194, che si può trovare sul sito ministeriale: a fine ottobre 2015 sono stati presentati i dati definitivi del 2013 e i preliminari del 2014, che tracciano i diversi parametri utilizzati, confrontano numeri di nati e di aborti e tracciano il rapporto di abortività, ossia il numero delle IVG per ogni mille nati vivi. Rispetto al 1982, il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza è diminuito di quasi il 50%, con un grafico che racconta un fenomeno esplicitamente in diminuzione. Nessuna paura, quindi, per il proseguimento della specie, né un legame così stretto con l’agognata, soprattutto recentemente, fertilità.

foto-ivgMa parlando di rifiuto della pratica abortiva, la Lorenzin spiega che

(…) su base regionale e, per la prima volta, per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, anche su base sub-regionale, non emergono criticità nei servizi di IVG. In particolare, emerge che le IVG vengono effettuate nel 60% delle strutture disponibili, con una copertura soddisfacente, tranne che in due regioni molto piccole”.

Ci si riferisce forze a Jesi, in provincia di Ancona, un ospedale in cui il 100% del personale di ginecologia si dichiara obiettore di coscienza? No, paradossalmente: dalla cartina in foto risultano interessati il Molise e il Sud-Tirolo.

ivg-foto-1-2013Il Ministero di Beatrice Lorenzin dichiara comunque che

anche nelle regioni in cui si rileva una variabilità maggiore (Lazio e Sicilia), cioè in cui si rilevano ambiti locali con valori di carico di lavoro per ginecologo non obiettore che si discostano molto dalla media regionale, si tratta comunque di un numero di IVG settimanali sempre inferiore a dieci. (…) Il numero di non obiettori risulta quindi congruo, anche a livello sub-regionale, rispetto alle IVG effettuate, e il carico di lavoro richiesto non dovrebbe impedire ai non obiettori di svolgere anche altre attività oltre le IVG e non dovrebbe creare problemi nel soddisfare la domanda di IVG”.

Il suo è uno sguardo necessariamente complessivo e generale, ma purtroppo puntando la lente di ingrandimento sulla dimensione locale non è sempre così: il grosso rischio, non solo per le pazienti ma anche per il benessere dei medici, è infatti in questo caso di sovraccaricare i ginecologi non obiettori per poter garantire il diritto all’obiezione di coscienza.

Ma com’è possibile una distribuzione così poco equa? Semplice: c’è un trucco. Non è certo la struttura ospedaliera ad essere sadica e ad assumere coscientemente solo anti-abortisti. Il ginecologo, infatti, può dichiarare la sua opinione sull’IVG dopo l’assunzione: ne ha tutto il diritto.

E in Veneto come funziona? Secondo un recente approfondimento della Associazione per la ricerca scientifica intitolata a Luca Coscioni, in questa regione gli obiettori costituiscono il 76% dei 251 ginecologi e l’80% degli 800 anestesisti della sanità pubblica.

Quest’estate ho intervistato, nella loro pausa caffè, due specializzande di Padova che non mi hanno affatto smentito questi dati: nessuna delle due è obiettrice, ma sono nell’ambito ospedaliero da pochi anni e i loro pareri mi sono sembrati non ideologici, ma spontaneamente sorti da riflessioni personali e dal lavoro quotidiano.

Nota di metodo: per garantire l’anonimato delle dottoresse con cui ho parlato, mi appello al riconosciuto (e deplorevole) diritto della comunità non scientifica di identificare sempre la professione medica con le serie tv, in particolare con Greys Anatomy. Da ginecologia, i nostri alter ego diventano Robbins e Karev, rispettivamente di terzo e secondo anno di specializzazione.

Hai mai praticato, partecipato o assistito ad un’interruzione volontaria di gravidanza?

R Sì, sia assistito che praticato.
K Anch’io. 

Qual è la vostra opinione sul dibattito bioetico sull’aborto?

R Considerato il lavoro che svolgo, considero le IVG un tipo di servizio medico che viene offerto alla donna. Per questo è importante che ci sia la possibilità di effettuare aborti programmati, nel rispetto della normativa. Certo è anche, però, che non condivido lutilizzo della IVG come un metodo contraccettivo per non avere figli dopo dei rapporti sessuali. Nel programma di specializzazione è possibile incontrare delle pazienti che ricorrono a questa pratica con leggerezza e non lo trovo corretto.

K Sono d’accordo, è piuttosto fastidioso quando si incorre in quei casi di abuso dellIVG. E poi non è una cosa facile, emotivamente parlando, per il medico stesso. Stronchi una vita. LIVG è una cosa a cui dare importanza, su cui non andare leggeri; è per questo che il nostro dovere medico non è semplicemente praticare la cura fisica della paziente, effettuando linterruzione. È necessario sensibilizzare sullargomento e illustrare le opzioni alla paziente. Anche perché possono esserci degli stessi rischi fisici.  

Quali sono le complicanze possibili in una IVG?

R Ogni intervento ha dei rischi; si parla in questo caso, di emorragia o infezione, o nel peggior caso di rottura dell’utero. In alcuni casi possono svilupparsi delle sinechie, che sono delle aderenze.

Ke questo porta poi ad inficiare la fertilità futura. Di nuovo, limportanza di non ricorrervi con leggerezza. 

Quindi vi è capitato di assistere ad un uso ripetuto e spropositato dellIVG da parte delle stesse pazienti?

R Forse non direttamente, ma parlandone anche con i colleghi sì, può capitare. Si tratta spesso di donne di provenienza straniera (non solo dallAfrica o dai paesi dellEst, a volte ad esempio dallAsia, come dalla Cina). Forse cè unaltra concezione, in alcune culture, della gestazione e della maternità, così come dellaborto. Il problema è che a volte la sottovalutazione del fatto le porta ad assumere rischi per la propria salute.

Vi è capitato di assistere a complicanze dovute ad aborti clandestini? Pensate vi sia un diretto collegamento con l’obiezione di coscienza?

R Beh sì mi è capitato di assistere, ad esempio, delle pazienti che avevano assunto medicinali per indurre laborto spontaneo. Non direi che cè un diretto collegamento con lobiezione, ma è chiaro che nel 2016 dovrebbe essere garantita per ogni struttura lattuazione della 194. Trovo incredibile il contrariose fosse garantita in ogni ospedale, questo non costringerebbe ad esempio le donne a spostarsi per ottenerla o a provare metodi “alternativi”.

Parlando più precisamente di obiezione di coscienza: nella clinica di Padova vi capita di sapere di casi di obiezione di coscienza? Come si risolvono normalmente?

K Ah, sì, come no!

R Assolutamente sì; solitamente si cerca di non avere mai dei turni totalmente privi di medici non obiettori. Però , in molti si rifiutano, anche se poi vi sono i casi emergenziali e comunque gli obiettori sono tenuti a collaborare.

K Quando è compromessa gravemente la salute, la sopravvivenza della paziente.

R Sì, o in casi di aborto spontaneo, il raschiamento a posteriori viene effettuato anche dagli obiettori.

Secondo un recente studio dell’associazione per la libertà della ricerca scientifica Luca Coscioni, proprio a Padova di 33 strutturati (18 in clinica ostetricia e 15 in divisione) solo 4 non sono obiettori! Voi condividete queste stime? Vi sembrano falsate?

R Oh no, mi sembrano perfettamente congrue. È un problema. Quasi tutti gli strutturati sono obiettori qui! Questo, soprattutto, significa che ad eseguire le IVG siamo quasi esclusivamente noi specializzandi.

Tutto voi? Da soli?

K No, no, ovviamente siamo supervisionati da un tutor. Nella struttura ospedaliera deve essere presente un superiore. Ma sì, le eseguiamo noi. 

Secondo voi quali sono i motivi più plausibili, per gli strutturati, per essere obiettori di coscienza, e quali quelli effettivi?

R È molto difficile dirlo. Sicuramente ci sono quelli più convinti, che pongono questa convinzione a modello per la loro vita e la loro professione… ma con gli strutturati è davvero difficile dire se cè qualcosaltro, non ne parliamo così direttamente. Certo, come dicevamo prima lIVG è parte del lavoro, quindi va considerato nella scelta, ma per alcune persone non praticarla è un ideale irrinunciabile.

K Io penso che sia comunque una scelta molto libera, così come la paziente ha diritto a ricevere aiuto nella pratica abortiva, così il medico ha tutto il diritto di rifiutarsi.  

E per voi specializzandi? Vi sembra che le cose siano diverse, che le nuove leve siano più inclini ad effettuare le IVG?

R No, in realtà credo che ci sia piuttosto la tendenza a diventare obiettori di coscienza, parlandone coi colleghi posso dire che secondo me sceglieranno di essere obiettori.

K Sì, con il tempo c’è questa tendenza, spesso è un processo graduale.

In che senso?

K Mah, forse il fatto di praticare la professione ti porta poi a rivalutare l’iniziale disponibilità. Può capitare di cambiare idea. Come dicevamo, non è affatto facile essere ad effettuare un’IVG.

Sì, ma quando avete scelto la specializzazione di ginecologia, avete pensato al fatto che vi sarebbe stato richiesto di praticare aborti?

R Sicuramente ci ho pensato: ho considerato l’idea, ma appunto, come dicevo lo ritengo un servizio alla donna. Ginecologia significa prendersi cura della salute della donna nella sua interezza, e questo è un aspetto. Forse non è il più emblematico, si tende a scegliere questo ambito per la voglia di occuparsi delle nuove vite.

K L’aborto non è una cosa che va giudicata. Ma non è nemmeno laspetto principale di ginecologia per chi sceglie questa specializzazione.

Gli anti-abortisti spesso aspettano nel dichiararsi tali dopo l’assunzione: è infatti loro consentito non rivelarlo prima. Pensate che questo sia un danno alla struttura ospedaliera?

K No, per me non lo è: credo che un ginecologo possa deciderlo e dichiararlo in qualsiasi momento, non credo sia importante obbligarlo al contrario.

R Ciò non toglie che si deve continuare a garantire il servizio: ecco, una cosa su cui bisognerebbe davvero lavorare è il fatto di mantenere la possibilità in ogni struttura nonostante il diritto all’obiezione.

La Robbins ha ragione: e nella nostra chiacchierata non abbiamo nemmeno toccato il discorso economico. Secondo l’Associazione Luca Coscioni le USL venete, come quelle delle numerose zone d’Italia con il medesimo problema, sono spesso costrette ad assumere specialisti esterni per tenere alcune sedute settimanali. Una sola di queste costa 3200 euro al mese per ginecologo, a cui si aggiunge il pagamento all’anestesista, che in rapporto di convenzione costa ovviamente meno, e cioè 60 euro all’ora e 480 per ogni notte.

Ma anche qui, se lo strutturato stipendiato dall’azienda ospedaliera in contratto di convenzione è obiettore, è un po’ come avere sulla scrivania una vecchia macchina da scrivere, magari una Olivetti. Un tempo l’hai comprata perché era la migliore, eri davvero convinto che ti servisse, e non c’è dubbio che la usi ancora. Ma in questo momento devi mandare e-mail e allora è buona e cara, ma totalmente inutile: in più ti guarda torva e probabilmente pensa che finirai all’inferno.

E la stai ancora pagando.

Vittoria De Lutiis
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