La rinascita del cinema italiano è una dicitura ormai quasi formalizzata e legittimata nel recentissimo filone produttivo che dal 2014 si propone ad un pubblico allietato ed alienato dalle consuete produzioni di genere. In realtà però non si tratta soltanto di commedie stereotipate o melodrammi romani ma anche di successi (di critica e pubblico) del cinema italiano di grande distribuzione su generi cinematografici. Affermare dunque che il 2016 sia stato un anno di “rinascita” in realtà offusca e ignora una stagione cinematografica mai in forte declino; né contenutistico, né di puro box-office. Gabriele Muccino, Nanni Moretti, Pupi Avati, Marco Bellocchio, Gianni Amelio, Matteo Garrone, Gabriele Salvatores, Paolo Virzì, Giuseppe Tornatore, Paolo Sorrentino (e molti altri) sono registi dall’indiscutibile importanza per lo stendardo cinematografico italiano, veri esponenti – all’estero come in patria – che sarebbero così dimenticati in virtù di questa “rinascita”.

Il problema si pone in prima istanza per l’anno corrente, alquanto privo di analisi attente al passato se si considerano film come La Grande Bellezza (Sorrentino, 2013), La migliore offerta (Tornatore, 2013) o Tutto quello che so sull’amore (G. Muccino, 2012) . Indipendentemente dai risultati di incasso e rilevanza artistica, questi titoli denotano una forte internazionalità del cinema italiano grazie anche alla presenza di incredibili star e produzioni mastodontiche (senza contare l’oscar Sorrentiniano). Ebbene, di rinascita proprio non si può parlare con una stagione così prolifica e importante nel bene o nel male.

Ciò che non dovrebbe causare riflessioni sui botteghini e sul prestigio è il vero passo in avanti che il cinema (già dal 2014) ha provato a smuovere dopo un lasso di tempo enorme: cimentare sforzi produttivi in film dalle componenti narrative non familiari al passato recente del nostro cinema e, non di meno, al tentativo di uniformarsi alle tendenze cinematografiche contemporanee. Solo adesso potrò elencare quei titoli che una forte fetta di critica ha impostato come stendardi della “rinascita”. I fautori di questa “svolta” (questo magari è il termine più azzeccato) vede nell’anno corrente “Lo chiamavano Jeeg Robot”, “Perfetti sconosciuti” e “Veloce come il vento” i capisaldi del 2016 cinematografico italiano; tuttavia, tenendo conto della sperimentazione recente di generi, “Il ragazzo invisibile” e “Il racconto dei racconti” – rispettivamente 2014 e 2015 – hanno compiuto la fase iniziale di questa manovra.

I film di Gabriele Salvatores e Matteo Garrone (Il ragazzo invisibile e Il racconto dei racconti)Salvatores e Garrone

Nel 2014 il film di Salvatores è propone una meccanica da cine-comics in piena regola, reinterpretando la formula fumettistica del supereroe con super-problemi e strizzando l’occhio ai colossi americani targati Disney e Marvel. Un film che presenta problemi sull’originalità dello script ma indirizzato ad un target giovanile che può così confrontare lo strapotere statunitense dei cinema fumettisco con quello nostrano. Su questo fronte, inoltre, Il ragazzo invisibile si pone come tentativo intrigante di sottolineare gli esterni italianissimi come le piazze Triestine. I protagonisti, come gli spettatori immedesimati, gioiscono dunque della presa coscienza di invisibilità vera (quella dei ragazzini pre-adolescenziali verso i genitori) che una struttura narrativa come questa può offrire.

L’ambientazione fantasy ha sempre goduto di una fascinazione enorme nella produzione cinematografica mondiale. Dalla trilogia Jacksoniana del Signore degli Anelli questo genere cinematografico ha visto crescere, nel corso degli anni duemila, un consenso di massa esponenziale. Il cinema italiano di grande distribuzione è sempre stato distaccato da tale genere, sia per non appartenenza nella tradizione, sia per limiti produttivo-economici. Dopo il successo e l’affermazione internazionale successiva a Gomorra, Matteo Garrone ha potuto dirigere il suo primo film con star internazionali  nel fantasy “Il racconto dei racconti”. Basato sulla raccolta di fiabe napoletane di Giambattista Basile, il regista romano ha compiuto una valorizzazione completa del fantasy nostrano.

La triade della “rinascita” del 2016

I tre film-fenomeno del 2016 (Lo chiamavano Jeeg Robot, Veloce come il vento, Perfetti sconosciuti)
I tre film-fenomeno del 2016 (Lo chiamavano Jeeg Robot, Veloce come il vento, Perfetti sconosciuti)

Ai colossi d’incassi e premi del 2016 è giusto dunque annoverare questi due sopracitati film, per l’inizio di una nuova legittimazione produttiva. “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti riparte dall’idea del film di Salvatores e procede in una direzione di grande caratterizzazione locale. Claudio Santamaria e Luca Marinelli sono perfetti nel porre una dignitosa credibilità ai personaggi che interpretano attraverso una parlata romana da borgate Pasoliniane.

“Veloce come il vento” di Matteo Rovere è l’altro film-fenomeno del 2016 che utilizza il genere del biopic per cogliere un sottogenere – quello delle corse automobilistiche (clandestine e non) – estraneo alle tendenze post-moderne del cinema italiano di grande distribuzione. Liberamente ispirato alla vita del campione di rally Carlo Capone, Veloce come il vento è la testimonianza del coraggio dei nostri giovani registi come Rovere. Le corse automobilistiche sono il perno di molte sfide; quella della protagonista Giulia per il suo avvenire, quella di Matteo Rovere che abbandona una ricerca autoriale per un film marcatamente di genere e quella di un pubblico che ha accolto una svolta così inaspettata nel cinema di produzione nostrana in modo positivamente discreto.

“Perfetti sconosciuti” è l’ultimo elemento della triade del 2016. Diretto da Paolo Genovese, questo è il film più “redditizio” tra quelli esaminati. Con un incasso di poco inferiore ai 17 milioni di euro (http://www.mymovies.it/boxoffice/italia/top20/?weekend=24/04/2016), Perfetti sconosciuti è una vera e propria oasi per diversi aspetti produttivi del cinema. Da un lato, è stato capace di ri-mobilitare la commedia – genere capostipite della nostra tradizione – come protagonista a livello di incassi non solo nel nostro paese ma anche con grande richiesta di fruizione all’estero (le richieste sui diritti di realizzare remake sono giunte da moltissimi paesi); dall’altro, non meno importante, di rigenerare la recente commedia italiana parafrasando la discussione sulla tecnologia digitale nell’era “smart” in cui viviamo.

I due problemi

La “rinascita”, dunque, non trova un sistematico fondamento principalmente per due problemi: uno di natura cronologica per cui sarebbe impreciso e volontariamente ignorante considerare il 2016 come anno iniziatico di tale processo; il secondo per un’incorretta valutazione di cicli e valori produttivi che vedono, in anni precedenti, sia una forte internazionalizzazione, sia registi italiani affermati in produzioni estere. Alcuni contributi relativi alla sperimentazione del genere da parte di critici e teorici sono senza dubbio di grande validità seppure il termine della “rinascita” abbia riecheggiato – e continui tutt’ora alla fine dell’anno –  in tali argomentazioni. Lascio come esempio un video con le considerazioni della critica cinematografica Paola Casella.

Piero Passaro

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La critica cinematografica di oggi subisce perennemente la riflessione dell'apporto del web; diversi sostengono sia positiva, altri negativa. Il web è un ampliamento mediale, un puro mezzo di aiuto per il critico. Quello che aborro è la critica semaforica, quello che valorizzo è la riflessione, l'impatto culturale e ,quando serve, la contro-tendenza. Le figure che mi ispirano? Bordwell, Bazin e Canova.