Quel brutto vizio dei politici di sovrastimare la crescita

Come ogni anno ci ritroviamo a prendere visione del “Documento di Economia e Finanza” (DEF) prodotto dal governo italiano, che verrà poi presentato alla commissione europea e, come accaduto spesso negli ultimi anni, ci troviamo anche quest’anno davanti a trattative serrate tra il nostro esecutivo e Bruxelles riguardo la possibilità, quasi sempre concessa, di sforare il tetto del rapporto deficit/pil, pur rimanendo all’interno delle regole previste dal trattato di Maastricht.

Dal 1993 infatti, gli stati membri dell’Unione, sono tenuti a rispettare alcuni vincoli in determinate materie economiche quali il livello dei prezzi, la situazione della finanza pubblica, i tassi di cambio ed i tassi di interesse. Mentre per i tassi di cambio non vi sono problemi essendo in regime di moneta unica, come del resto per inflazione e tassi di interesse che giacciono entrambi su livelli vicini allo zero, l’indicatore sul quale Renzi e Padoan stanno giocando la loro partita è proprio il rapporto deficit/pil, ovvero a quanto ammonta il flusso che va ad aumentare il debito pubblico rispetto al prodotto interno lordo. Secondo i vincoli stabiliti questo indicatore non può superare il 3%, ma in generale deve rimanere il più basso possibile e se l’anno scorso questo era pari all’1,8% quest’anno il governo ha chiesto di raggiungere il 2,4% per far fronte all’emergenza immigrazione e al terremoto del centro Italia, richiesta che, pur essendo al di sotto della soglia massima e nettamente inferiore a quella di altri stati, viene decantata come grande conquista nel caso venga ottenuta.

Come ogni anno, poi, sono iniziate le audizioni, ovvero il processo tramite il quale, diverse istituzioni economiche, tra cui Bankitalia, Istat e Corte dei Conti, si presentano a Roma presso le commissioni Bilancio di Camera e Senato per dare il proprio punto di vista riguardo il DEF, provare a prevederne le conseguenze, discuterne fattibilità ed efficacia.

Nell’ambito di questi colloqui si sono susseguiti i vari istituti e un contributo che non è passato inosservato è stato sicuramente quello della Banca d’Italia, la nostra banca centrale, che si è espressa in merito come faranno le altre istituzioni. Il governo all’interno del documento si prefissa di raggiungere per il 2017 un tasso di crescita del Pil dell’1%, a fronte di una crescita nulla nel secondo trimestre del 2016; il rapporto deficit/Pil, come detto, è invece previsto raggiungere un ragguardevole 2,4%, in aumento dello 0,6%, a causa sia della frenata del Pil, sia appunto della flessibilità straordinaria richiesta dal governo per il terremoto che ha colpito il centro Italia lo scorso agosto e per la gestione dell’emergenza immigrazione.

Bankitalia quindi, tramite il vicedirettore Signorini, ha espresso un parere non molto positivo, affermando che un Pil in aumento dell’1% nel 2017 sia un risultato fin troppo “ambizioso” sostenendo come la crescita tendenziale porti ad aspettarsi invece un aumento dello 0,6%. Si sostiene infatti che “Nello scenario programmatico per il 2017, la dinamica del prodotto è significativamente maggiore di quella del quadro tendenziale, per conseguire il risultato la prossima legge di bilancio dovrà essere definita con grande cura”.

Una costante politica

Pur non essendo Bankitalia la voce della verità, questa audizione non ci può che far tornare alla mente tutti i vari discorsi con i quali i capi di stato degli ultimi anni prevedevano grandi crescite e deficit azzerati, tendenze che ovviamente non si sono quasi mai verificate, neppure in seguito a riforme economiche strutturali di vasta portata. Come dimenticare Berlusconi che ignora l’esistenza della crisi: “Mi sembra che in Italia non ci sia una forte crisi. La vita in Italia è la vita di un paese benestante, (…) i ristoranti sono pieni”; o Mario Monti che a Gennaio 2012 promette una crescita del 10% e ancora dopo 9 mesi vede “Una luce in fondo al tunnel”; altro caso eclatante fu quello di Romano Prodi che riguardo l’adozione della moneta unica profetizzò “Con l’euro lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più”; in vero, oltretutto, la nazione è da molto tempo abituata a queste esternazioni, se infatti prima della guerra si cercava di nascondere l’esistenza della povertà, durante gli anni ottanta si ebbe un drastico calo della stessa, al termine del quale Bettino Craxi si espresse in un modo quasi identico a quello utilizzato da Silvio Berlusconi più di venti anni dopo; ad una domanda riguardo l’esistenza della povertà in Italia, il segretario del Partito Socialista rispose infatti così:

“Quando vado in giro vedo i negozi pieni di ogni ben di Dio, i ristoranti affollati, la gente che fa le vacanze all’estero… Mah, non saprei.”

Tutte queste esternazioni dei nostri politici si innestano in un filone propagandistico al quale siamo ormai assuefatti, molte persone nemmeno si fidano più delle loro parole. Ridurre però ogni sovrastima in positivo dei dati economici ad un’avvilente e vuota propaganda volta ad aumentare o salvaguardare il mero consenso, sarebbe però fuorviante e non ci permetterebbe di comprendere a fondo il fenomeno.

Se infatti da un lato il politico onesto e trasparente, come del resto ci aspettiamo che sia, deve sempre dire la verità al proprio popolo, alla propria nazione, è pur vero che una dichiarazione negativa di un presidente del consiglio non farebbe altro che peggiorare la situazione.

La versione di John Maynard

John Maynard Keynes infatti, a detta di molti il più grande economista della prima metà del secolo scorso, elaborò un piano molto complesso per uscire dalla crisi del 1929 basato sulla ripresa degli investimenti senza i quali l’economia nazionale si trova in una situazione di stagnazione simile a quella che stiamo vivendo. Keynes riteneva che per una ripresa stabile e duratura fossero utili alla causa determinati fattori, tra i quali i più importanti erano l’intervento massiccio dello stato tramite spesa pubblica e riduzione del cuneo fiscale, l’assenza della deflazione, un tasso di interesse ad un livello accettabile e, appunto, il clima di fiducia, che più di tutti riesce a stimolare gli investimenti.
Una dichiarazione positiva di un politico infatti, se reputata veritiera, stimola investimenti e consumi, creando una serie di conseguenze con enormi effetti benefici su tutto il sistema economico.
Al contrario una dichiarazione negativa, pur essendo veritiera e onesta, può portare a conseguenze nefaste come la corsa agli sportelli, i disinvestimenti generalizzati, la diminuzione del tasso di cambio ed il crollo della borsa. In quest’ottica quindi possiamo rivedere in maniera meno critica le dichiarazioni di Renzi contro i “gufi”, ovvero contro chi dà notizie negative, e la sua tendenza ad enfatizzare gli aspetti positivi, dimentico invece di quelli negativi, sperando che si tratti di un comportamento atto a creare un clima di fiducia e non un banale modo di avere più consensi.
Su questa riflessione si staglia di conseguenza l’eterna lotta tra l’onestà e la capacità di un politico, su quale sia la qualità più importante, tematica già trattata da molti, tra i quali si erge Benedetto Croce che giudicava il politico esclusivamente per la sua capacità trascurando completamente il ruolo dell’onestà.
Bollare come bugiardi i discorsi politici positivi risulta quindi molto superficiale.
Ma rimane fondamentale al contempo essere sempre aggiornati sui dati economici per essere indipendenti dai proclami propagandistici.

Niccolò Bargagli

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