Durante la direzione del Partito Democratico del 10 ottobre è maturata quella che sembra l’ennesima frattura insanabile, dopo che la minoranza PD ha confermato l’intenzione di votare “no” al Referendum costituzionale.

Com’è noto, la storia del centrosinistra è zeppa di lotte interne in cui a rimetterci è stato il leader di turno, basti pensare ai due governi Prodi, fatti cadere da Bertinotti prima e Mastella poi; ai fatti relativi all’elezione del presidente della Repubblica del 2013; fino all’ultimo sgambetto in ordine cronologico attuato da Renzi ai danni di Enrico Letta dopo l’indimenticabile “Letta stai sereno”. Episodi di questo tipo, però, non sono mancati nemmeno a destra visto che il primo e il terzo governo Berlusconi sono caduti rispettivamente per mano della Lega e di Fini.

Nonostante fosse ormai chiaro da tempo che i rapporti tra il premier-segretario e la minoranza fossero tutt’altro che idilliaci, quest’ulteriore scontro a meno di due mesi da un appuntamento così importante non può che far sorgere una spontanea riflessione sulle dinamiche interne ai partiti andando a interrogare l’ormai sempre più frequente concetto di “dittatura della maggioranza”, espresso per la prima volta dal filosofo ottocentesco Alexis de Tocqueville.

Il fermo immagine tratto da Youdem Tv mostra il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, durante il suo intervento alla direzione del Partito Democratico a Roma, 29 settembre 2014. ANSA/FERMO IMMAGINE YOUDEM TV +++EDITORIAL USE ONLY - NO SALES - NO TV+++

L’approccio usato da Renzi verso il proprio partito rispecchia in tutto e per tutto la visione della democrazia che ha più volte espresso durante la campagna referendaria e che è stata anche al centro delle critiche di Zagreblesky nel recente scontro tv: “In democrazia chi vince governa”. Punto. E qui sta il suo primo errore, poiché tale posizione è difficilmente sostenibile da parte di un segretario di partito che in quanto realtà fluida e non univoca, esprime posizioni differenti e contrastanti al proprio interno. Pensare ad un partito organizzato e strutturato privo di “correnti” è semplicemente privo di senso, a meno di non preferire le affrettate espulsioni stile M5S giudicate tra l’altro illegittime nel luglio scorso dal tribunale di Napoli e che recentemente anche gli iscritti hanno dimostrato di non gradire. Anche in questo caso il dialogo è stato cercato tardi e ora la promessa di rivedere la legge elettorale dopo il referendum non pare credibile.

La minoranza PD, dal canto proprio, si è prodigata in un balletto di “sì”, “forse”, ”no”; se è vero che Bersani, Cuperlo e Speranza hanno votato contro l’Italicum, è altrettanto acclarato come essi stessi abbiano approvato la riforma costituzionale tre volte. L’impressione è che abbiano continuato a procrastinare la decisione, aspettando una proposta da parte di Renzi riguardante la legge elettorale e, forse, anche in merito a poltrone, per poi “esplodere” una volta che ciò non si è concretizzato. C’era un’alternativa? Giunti a meno di due mesi dal referendum è possibile manifestare dissenso verso l’operato del proprio segretario senza giungere allo scontro? Questa volta non è la minoranza PD a rischiare di essere responsabile dell’accusa spesso lanciata a Renzi ovvero di “spaccare il partito”?

Il punto critico che emerge è quello di riuscire a mantenere una dialettica interna da cui deve emergere una decisione che venga portata avanti fino in fondo. Al PD è spesso mancata la seconda, mentre negli altri partiti la prima è tendenzialmente assente. In questa situazione la presa di posizioni più corretta in un clima di “fedeltà al partito” è probabilmente quella del Presidente della regione Toscana Enrico Rossi.

Rossi, in quest’intervista a Repubblica, pur affermando che “la riforma elettorale va cambiata” e che Renzi “ha fatto un errore”, che “continua a ripeterlo” e che “finché farà così da me riceverà botte”, dichiara di votare per il sì poiché “se in un partito non ci si fida del segretario allora quel partito è morto”. Nel caso specifico, però, il tutto è reso estremamente più complicato dal fatto di essere di fronte ad una riforma che, in caso di approvazione, si preannuncia estremamente duratura e difficilmente modificabile.

Infatti, il ragionamento di Rossi vacilla quando afferma: “Sono convinto che la riforma vada approvata e che poi si aprirà un processo per migliorarla nelle parti ancora confuse”. Com’è possibile, dopo il referendum del 4 dicembre, ipotizzare di modificare nuovamente la Costituzione? Proprio per questo c’è un’altra posizione interessante, nonostante sia diametralmente opposta, quella di Gianni Cuperlo.

Cuperlo si è fatto portavoce di una dichiarazione ben meno conciliante, affermando, come Bersani e Speranza, che se la legge elettorale non dovesse essere modificata prima del referendum voterà “no”. A ciò però ha aggiunto che subito dopo dimetterebbe da deputato, dimostrando come la decisione non si tratti solo di opportunismo politico, ma di convincimento nel merito e nella forma. Non si limita ad un “no”, ma è disposto in qualche modo a rimetterci per sostenerlo.

Conformismo alla linea a denti stretti o aperto dissenso, ma essendo disposti a rischiare del proprio (realisticamente oltre al posto da parlamentare salterebbe anche quello all’interno del PD), queste sono le uniche due posizioni (serie) a disposizione per i membri della minoranza PD in vista del referendum. Sperando che alle parole seguano effettivamente i fatti.

Enrico Toniolo

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Nato nel 1993, vivo nel piccolo e carino paese di Piazzola sul Brenta. Fenomeno della matematica alle medie, il liceo scientifico mi fa radicalmente cambiare idea e decido di studiare Storia prima all'università di Padova e adesso a Bologna, dove mi sono spostato per la magistrale in Storia contemporanea. Mi piacciono i romanzi, i film di Billy Wilder, i cappelli, giocare a scacchi, le camicie hawaiane e Snoopy. Scrivo principalmente di politica ma non disdegno incursioni nello sport, nella letteratura e nel cinema. Nel primo commento ricevuto vengo definito "Troll": se non sono soddisfazioni queste!