Il Nobel continua a perdere credibilità, almeno per la famigerata e ambita medaglia alla letteratura. Ma, in fondo, ne ha mai avuta? Come ogni autunno il toto-Nobel anima gli impavidi scommettitori e puntualmente la giuria di Stoccolma ci riserva sorprese, a volte gradite, a volte meno. Quest’anno il Premio è piovuto nelle mani del cantautore Bob Dylan – siamo felici per lui – ma la letteratura è altro dai versi con chitarra, direbbero i puristi del genere, e non a torto.

Andando a consultare l’elenco dei vincitori dal primo conferimento, anno 1901, ad oggi, si scorge una carrellata di quanto di meglio la cultura mondiale abbia partorito e quel che non vi appare è forse più importante di ciò che vi è scritto. In altre parole, come durante la Guerra civile spagnola al fucilato José Antonio Primo de Rivera, leader della Falange nazionalista, viene affibbiato il nomignolo di “assente” onde rinfocolare la fede nei seguaci, così gli scrittori che non compaiono nella lista dicono molto di più sul Premio rispetto a quelli che hanno avuto l’onore di indossare lo smoking a Stoccolma.

La carrellata di nomi illustri è esagerata, a guardarla ci si sente una nullità. In ordine cronologico, solo per citare i più noti: Carducci, Kipling, Bergson, Mann, Pirandello, Hesse, Eliot, Hemingway, Camus, Pasternak, Sartre, Beckett, Montale, Marquez, Saramago. Che non si faccia i passatisti, però: nei primi decenni del secolo scorso, si dirà, la letteratura era ancora capace di infiammare intere generazioni, di rovesciare le sorti della politica, di incidere come una lama affilatissima la società e i rapporti umani.

Un’altra dirompente capacità possedeva, che è l’unica ad essere sopravvissuta: quella di sciogliere l’animo del singolo finendo per trasfigurarlo e modellarlo a proprio piacimento, come argilla da sublimare a scultura. Se quindi ciò è rimasto oggi alla letteratura, i Nobel degli ultimi anni di tutto ci parlano fuorché di questa, se non marginalmente.

Dicevamo dei grandi assenti: Tolstoj, Ezra Pound, Kafka, Ernst Jünger, Borges, Céline, per stendere la lista preliminare dei più noti. Si aggiungano poi Marguerite Yourcenar, Georges Simenon, Vladimir Nabokov e alcuni illustri italiani famosi allora in tutto il mondo quali D’Annunzio, Benedetto Croce, Ungaretti, Pasolini e Moravia. Persino Giovanni Guareschi (creatore di Don Camillo, 20 milioni di copie vendute nel mondo) venne candidato al Nobel nel 1965, in compagnia di Moravia e Ungaretti appunto, ma a questi e altri scrittori venne preferito il russo Solokhov. Tanti sono invece gli scrittori che il Premio lo hanno sì ricevuto, ma che non hanno per nulla alterato la percezione della letteratura, una fitta lista di nomi che oggi riposano negli scaffali di qualche dimenticata biblioteca.

Si sa che la fama attira l’invidia e la letteratura non fa eccezione. Come in Italia negli ultimi anni non è difficile sentire le malelingue – che tanto male non sono – dire che se un libro vince il Premio Strega allora è il libro giusto da non leggere (anche se nelle ultime due o tre edizioni la giuria sta cercando di rialzare il livello), così il Premio Nobel è stato snaturato: da premio di consacrazione alla carriera, al prestigio e al senza eguali effetto delle opere realizzate dall’autore, sembra essere diventato un evento mondano in cui un circolo di eletti realizza ogni anno una trovata nuova in chiave pop per stupire il pubblico, sempre più annoiato e diffidente nei confronti dell’arte pura.

Come se il compito del Nobel fosse di addolcire la pillola, di allargare ogni anno il bacino di utenza della letteratura per farvi spazio a tutto e tutti, così da renderla materiale duttile e malleabile, pronto a qualsiasi lavorazione.

Per corroborare questa affermazione basta confrontare l’ultima cinquina con una pescata a caso (o non a caso) dalla lista suprema. Ultimi cinque vincitori: Mo Yan, Alice Munro, Patrick Modiano, Svjatlana Aleksievič, Bob Dylan. Per inciso gli ultimi due non sono scrittori puri ma una giornalista e un cantautore. Si osservino ora i vincitori del quinquennio 1946-50: Herman Hesse, André Gide, Thomas Stearns Eliot, William Faulkner, Bertrand Russell. Ogni commento sarebbe superfluo, e non per l’altezzosità e il distacco che proverbialmente quanto impunemente vengono applicati alla letteratura alta, ma per un banale motivo di logica: se il Premio è alla letteratura è giusto che vada agli scrittori, ai letterati.

Il mondo è pieno di scrittori (non solo poeti e romanzieri, ovviamente) che dissipano l’intera vita a cercare e donare quelle parole che possano schiudere le porte più remote dell’animo umano, che riescano a illuminare gli angoli più oscuri e inesplorati del mondo e che, puntualmente, si vedono scavalcare nel patinato mondo dei riconoscimenti, dal primo viandante della parola. Se così non fosse, mi piacerebbe vedere l’anno prossimo il Nobel per la medicina assegnato a Usain Bolt. Perché no? È un prodigio dell’anatomia, l’uomo più veloce del mondo.

La verità è che la letteratura è viva, vivissima, ma soffre di un terribile complesso di inferiorità nei confronti delle arti di intrattenimento pop. La letteratura abdica alle arti cosiddette minori perché non è più capace di affermare la propria importanza, di farsi carico della fondamentale missione di indagine sull’uomo e nell’uomo che, da ancor prima di Omero, tutte le generazioni hanno con perizia e pazienza custodito, arricchito e tramandato.

Oggi invece è opinione comune sostenere che si possa fare letteratura con tutto, che questa non è più l’appannaggio di scrittori logorati dall’incessante lavoro sulle carte, bensì è dotazione nascosta finanche nel cappello di un cantautore che, tra un verso e un accordo, pare ci abbia fatto dono di nuove e imprescindibili articolazioni del genio umano.

E così sia. Se un domani neppure più il Premio Nobel godrà di quella credibilità che si attende da un riconoscimento così ambito, non ci sarà da stupirsi: perfino la giuria di un’arte così sublime si è cacciata negli inferi del pop. I grandi nomi che albergano nel pantheon del Nobel, e ancor più quelli che non vi hanno alloggio, non approverebbero.

Alessio Trabucco

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Nato a Pescara, vive a Bologna e ha soggiornato a Budapest. Scrive sulle pagine culturali e politiche di Versus e de L'intellettuale dissidente. Studia Economia, legge, scrive, ama il buon cibo, il vino e i sigari brentani. In compenso odia il conformismo culturale, il politicamente corretto e le ideologie politiche.