Café society, Woody Allen e il suo cinema tiepido

Quando scrissi il mio primo articolo su Woody Allen paragonai il suo cinema al gusto di un gelato, o ti piace o non ti piace. Solo oggi capisco a fondo la mia stessa metafora: io odio il gelato. Ma gli intenditori, quando scelgono cosa mettere sul cono, senza dubbio conoscono il sapore che stanno per assaporare, distinguono il retrogusto agrodolce delle storie e l’andamento stravagante dei dialoghi, le tracce jazz e il sarcasmo quanto basta. Eppure, per quanto sia una prelibatezza decantata dai cinefili di tutto il mondo, al mio palato si presenta sempre troppo fredda, incapace di stupire le mie papille percettive.

In questo caso non siamo difronte al solito “gusto Allen”: per quanto il sapore sia rimasto lo stesso di sempre, l’estetica è cambiata: siamo nell’universo di Storaro, il direttore della fotografia  (o meglio, il cinematographer) premio Oscar che “scrive con la luce”. Con Café society (2016) il cinema freddo di Allen cambia temperature, scopre colori roventi e si accende in composizioni simmetriche che forse si eran viste soltanto nel ‘79 con Manhattan.

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Questa volta siamo negli anni ’30. Una voce fuori campo (quella di Allen nella versione originale) celebra il Technicolor come filtro immaginario di quel luogo mondano che tanto attrae Bobby (Jesse Eisenberg), un giovane di famiglia ebrea, che da New York decide di trasferirsi a Los Angeles alla ricerca di una vita di successo. Dalla struttura un po’ vogleriana, la trama si dispiega a circolo, New York-Los Angeles-New York e l’amore per Vonnie (Kristen Stewart) s’incastona come una bussola, in una sceneggiatura corale che sembra essere un romanzo. La trama è semplice e procede scorrevole senza esitazione ma per quanto possiamo definirlo lineare ed elegante, lo stile di Allen risulta poco efficace nella resa cinematografica.

I dialoghi sono sempre ben scritti e belli da ascoltare ma come può lo spettatore entrare in empatia con personaggi che si scambiano parole scritte senza sbavature? Il processo di scrittura per Allen rappresenta non a caso un momento cruciale per la realizzazione dei suoi film, quando usciamo dalla sala pensiamo più alle battute bizzarre dei personaggi che alla storia in sè.

La vita è una commedia scritta da un sadico che fa il commediografo

Ma le belle frasi devono scontrarsi con il set, con un’immagine in carne ed ossa sullo schermo, con con la lingua cinematografica che è anche visiva e non deve lasciare alla parola l’unico potere di muovere gli animi degli spettatori (come la voice off fuori dal tempo, sempre pronta a commentare l’azione). Ed è per questo che la narrazione è in gran parte delegata Storaro.

cafe-society-06Luci arancioni, rosso, gialle riempiono le atmosfere scenografate dalla Loquasto di tinte vanitose, “scrivere con la luce” non è una metafora ma un vero e proprio processo che si sovrappone alla sceneggiatura e, alla pari, diviene necessario per veicolare la storia. Il cinematographer italiano è a tutti gli effetti un co-autore, fa parlare i luoghi e i suoi personaggi attraverso immagini composte alla Lubitsch,  iniziando al digitale il cinema del regista newyorkese. Grazie alle scelte formali emerge il senso della cafè society (espressione coniata da Maury Henry Biddle Paul nel 1915 per descrivere la “bella gente” che socializzava nei caffè tra New York, Parigi e Londra) desaturando le scene nel quartiere del Bronx e rendendo luminose quelle ad Hollywood, così da creare un contrato a seconda della densità drammaturgica delle scene. 

Ma i due autori, con forme diverse di narrazione, danno vita a niente di più che ad un film tiepido: bellissimo da vedere, bellissimo da ascoltare ma senza sconvolgimenti. Café society è sempre a tempo, intonato ma senza schiaffi emozionali. Un semifreddo, per rimanere in tema, che a me piace più del gelato ma meno di un piatto di pasta appena impiattato.

Roberta Palmieri

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