Come sta cambiando il giornalismo contemporaneo

Non c’è dubbio che l’industria dei media sia immersa in una folle corsa: da un lato i giornali tradizionali che cercano di reinventarsi per restare a galla, magari specializzandosi in un nuovo tipo di contenuti (come quelli sponsorizzati, i branded content, che però per Ferruccio de Bortoli è “una delle morti possibili del nostro mestiere”) e dall’altro gli osservatori per l’informazione e le organizzazioni no profit che, libere ove possibile da ovvi condizionamenti politici ed economici, producono un numero maggiore di inchieste di qualità.

Pur nella grandissima varietà si può trovare un filo comune: l’innovazione digitale e la data analysis che soprattutto dagli anni Novanta in poi è stata consacrata come una delle aree più interessanti nel campo delle notizie contemporanee. Perché non si tratta banalmente di notizie: l’accesso diretto a motori di ricerca da parte di milioni di persone e la spinta di una richiesta continua e globale di partecipazione politica, oltre che di trasparenza da parte delle autorità, hanno presto canalizzato le energie di ingegneri, informatici e giornalisti per realizzare le inchieste a partire da database raccolti in numerosi mesi di lavoro e spesso poi pubblicati interamente online.

Dall’altro lato, soprattutto per attirare la lunga schiera di giovani lettori che spesso si fermano ai titoli degli articoli e che se li fanno anche bastare, gli editori digitali hanno dato molto spazio alle clip video sui social (come AJ+, un canale di Al Jazeera) o ad altri pezzi strutturati come un post del sito americano BuzzFeed. Nonostante questi frequenti investimenti, è arrivata a inizio mese la notizia di un recente studio del Pew Research Center che dimostra come i giovani americani tra i 18 e i 29 anni preferiscano di gran lunga i cari vecchi articoli scritti a questi nuovi prodotti mediatici che danno l’opportunità di “odorare” soltanto le news. Il commento dell’autore del report, Antonis Kalogeropoulos, è un’analisi interessante del comportamento dei nuovi centri di informazione:

“A questo punto, finora, la crescita esponenziale dei video online di notizie sembra essere guidata in maggior parte dagli stessi editori e dalle loro nuove piattaforme tecnologiche, piuttosto che da una effettiva e importante domanda del consumatore”.

Per capire meglio cosa sta succedendo a questo settore del giornalismo, che per sua stessa natura si rivela spesso più accurato di altri canali più storici (la traduzione italiana di data journalism è “giornalismo di precisione”), ci sono diversi enti no profit e testate che pubblicano materiale e re-postano le ultime uscite anche sulle loro pagine Facebook.

L’EJO, Osservatorio Europeo di Giornalismo, è ad esempio un network di 14 diversi soggetti e istituzioni che dal 2004 svolgono ricerca e analisi nel campo dell’industria dei media. Ecco alcune novità che sono state monitorate negli ultimi mesi.

Un negozio di dati

Nato già nel 2014, il Data Store dell’organizzazione ProPublica si è dimostrato finora uno strumento molto utile per mettere in relazione giornalisti e dati di non facile accesso. Il sito consente infatti di utilizzare alcuni nuovi dataset raccolti dal loro staff e di riceverli a pagamento, mentre altri sono rimasti gratuiti, e ha fatto incassare a ProPublica 30mila dollari nei primi cinque mesi e in totale, in questi due anni, 200mila dollari, destinati poi al lavoro in campo investigativo e di raccolta dati che i loro operatori continuano a realizzare.

Per ora i dataset hanno prezzi variabili, da 200$ a 10.000$, a seconda della produzione “dietro-le-quinte” delle informazioni e del tipo di cliente (università, azienda, redazione o sala stampa). Persino Yelp, il celebre sito di recensioni, ha stretto un accordo per utilizzare un pacchetto di dati che riguarda gli ospedali e i punteggi dei poli chirurgici: punteggi ottenuti calcolando tempi di attesa in pronto soccorso, personale ospedaliero e persino il disturbo acustico all’interno delle camere per i ricoveri.

“Il Data Store vuole offrire inoltre un altro specifico supporto alle agenzie di stampa e alle testate, che pur essendo in possesso dei pacchetti di dati spesso non hanno le risorse per costruire un canale di marketing o un sistema che li aiuti a ‘farci qualcosa’'”

ha aggiunto Celeste LeCompte, la direttrice del settore sviluppo di ProPublica, che sta ancora lavorando a questo prossimo nuovo servizio.

Innovazioni per l’informazione danese

Quattro start up sul giornalismo sono nate negli ultimi tempi in Danimarca: la prima è Zetland, fondata nel 2012, che pubblica soprattutto longform sulla società del paese scandinavo e ha introdotto i “single” ossia articoli parecchio lunghi al costo di 5 euro. I longform negli ultimi anni erano purtroppo sempre più rari nel giornalismo della carta stampata, soprattutto per lo spazio che occupano (e che ruberebbero alla pubblicità) ma anche per la poca fruibilità in un ambiente che concentra spesso l’attenzione sui microparagrafi: la sintesi della sintesi. Anche in Italia però abbiamo un giornale che è riuscito a fare dei longform il proprio punto di forza, ed è pagina99, riaperto dopo la forzata chiusura da un anno grazie al nuovo investitore Matteo Arpe, azionista di maggioranza di News 3.0 (il gruppo editoriale a cui appartiene anche Lettera43.it). Anche noi di Versus abbiamo una sezione dedicata ai longform.

Tra le altre nuove start-up danesi ci sono infine Føljeton che segue l’impronta di Vice e pubblica ogni giorno a mezzogiorno cinque pezzi pensati per la lettura sugli smartphone, seguendo alcuni macro-argomenti in modo continuo per più giorni, Point of View International e Korrespondenterne che seguono i temi esteri e che hanno scelto una forma di finanziamento collettiva. Se POV consente di fare delle donazioni ai singoli giornalisti in modo diretto dagli articoli, la seconda ha scelto dapprima il crowdfunding e poi, allo stesso modo, delle campagne di donazioni per portare avanti il progetto.

Tutte e quattro le nuove testate hanno scelto di fare informazione in modo diverso rispetto ai colossi nazionali e, nel caso delle ultime due, di sfidare il pubblico danese a seguire con assiduità la politica internazionale con un punto di vista cosmopolita. Non è un caso, forse, che per riuscire in quest’impresa i vecchi giornali non bastino più.

Non si può di certo ridurre il panorama generale del giornalismo a questa dicotomia tra data journalism e piattaforme smart, anche perché spesso le due cose si incrociano ed offrono un contenuto di inchiesta investigativa che si diffonde facilmente anche sui social network. Però sembrano delinearsi due spinte diverse, due tempi di corsa differenti: le slow news e le fast news, quasi fossero due “filosofie” che però si compenetrano nello stesso tessuto economico (perché quando si parla di lettori si parla anche, necessariamente, di clienti, utilizzatori del prodotto).

Gli unici a sembrare veramente fuori posto sono i vecchi giornali, e stringe un po’ il cuore. Ma del resto sono gli stessi delle colonne strizzate per far convergere nelle proprie pagine (spesso destinate al macero) una fila di opinioni vecchie come la Prima Repubblica e di notizie che si replicano tra di loro, che sembrano moltiplicarsi, ma per cui è troppo spesso sufficiente cliccare su un’agenzia di stampa, in uno slalom continuo tra i chiacchieroni autoreferenziali che ci siamo abituati da decenni a leggere, ma anche ad odiare.

Vittoria De Lutiis

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