Le cronache locali e nazionali si sono soffermate spesso (anche se in maniera discontinua) sullo sfruttamento lavorativo cui sono sottoposti alcuni soggetti “deboli” all’interno della nostra società, rilegati ai margini, costretti a sopravvivere e convivere con le angherie. Angherie diffuse in tutta la penisola e racchiuse all’interno del termine“caporalato”. Con questa parola si indica un fenomeno presente soprattutto nei settori dell’agricoltura e dell’edilizia. In sostanza, si tratta di un reclutamento di lavoratori, operato spesso da persone direttamente collegate con le principali organizzazioni criminali.

Le persone coinvolte e reclutate, vengono trasportate nei campi o nei cantieri edili per essere messe a disposizione di un’impresa. Come avevamo anticipato in precedenza, riferendoci ai cosiddetti soggetti “deboli”, spesso in queste situazioni precarie troviamo immigrati irregolari (senza permesso di soggiorno), facili “prede” di corrispettivi salariali bassissimi. I soggetti in questione, lavorano in condizioni disumane, svolgendo turni infernali, caratterizzati da un utilizzo spregiudicato e arbitrario della violenza, operata dai “caporali”.

Ma chi sono questi soggetti detentori del ricatto e del sorpuso nei confronti dei lavoratori sfruttati? Nel terzo rapporto Agromafie e caporalato, pubblicato nel maggio scorso e realizzato dall’osservatorio Placido Rizzotto (sindacalista ucciso dalla mafia siciliana) FLAI – CGIL, vi è una ricostruzione delle diverse figure coinvolte nel caporalato. Innanzitutto, vi è il “caponero“, colui che organizza le squadre e il trasporto nei luoghi di lavoro. Un ruolo marginale, ma indubbiamente efficace da un punto di vista squisitamente materiale, è svolto dal “tassista”, persona incaricata di portare le nuove reclute nelle diverse zone di destinazione.

Il “venditore” è la persona che organizza le squadre e la vendità di beni di prima necessità, a prezzi molto alti, solitamente. L’esercizio dei soprusi è affidato all’“aguzzino”. Tale figura (come si può intuire dalla terminologia usata) utilizza e impone la violenza o la sottrazione arbitraria dei documenti di identità per esercitare un controllo più efficace sui lavoratori. L’uomo fidato che gestisce per conto dell’imprenditore l’intera filiale del “caporalato” è chiamato “caporale amministratore delegato”. Nel rapporto, poi, si segnala il sorgere di nuove forme, apparentemente insospettabili e legali (pensiamo a cooperative o agenzie interinali), in grado di mascherare l’intermediazione illecita di manodopera. In queste situazioni formalmente a prova di legge, vengono assunte delle persone con “contratti a chiamata”, ove vengono indicati molti meno giorni di quelle effettivamente lavorati.

La pratica del caporalato, contrariamente a quello che si può pensare, non riguarda solamente alcune regioni meridionali. Stando al già citato rapporto, vi sono almeno 80 distretti agricoli in tutto la penisola, in grado di coinvolgere circa 400 – 430 mila persone. Le cifre disponibili, parlano di un’economia sommersa e illegale che varia dai 14 ai 17,5 miliardi di euro. Un giro di affari che ha suscitato la reazione dallo Stato italiano.

caporalato-fondo“Intermediazione” è la parola chiave per capire l’iter legislativo sviluppatosi in questi anni. Il caporalato, definito come “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, era stato inserito nel 2011 tra i reati perseguibili penalmente nel Codice penale, con un articolo apposito: il 603 – bis, collocato nel titolo XII del Libro II tra i delitti contro la persona e, in particolare, tra i delitti contro la libertà individuale. Con queste disposizioni, veniva punita l’intermediazione con la reclusione da 5 ad 8 anni e multe in grado di oscillare tra 1000 e 2000 euro per ogni lavoratore reclutato. La fattispecie in questione era tuttavia complicata: prevedeva l’individuazione di un’attività organizzativa di intermediazione, senza dare una precisa definizione di intermediazione. Inoltre, stabiliva una serie di specifiche condotte che costituivano lo sfruttamento, non sempre facilmente individuabili.

Lo scorso 18 ottobre, la Camera dei Deputati ha dato il  via libera definitivo al nuovo ddl sul tema in questione, da qualche mese in discussione. La nuova legge – composta da 12 articoli – riscrive il reato con qualche semplificazione in grado di rendere meno problematica l’individuazione del fenomeno. Infatti, viene introdotta una nuova fattispecie – base che prescinde dai comportamenti violenti, minacciosi o intimidatori previsti prima dall’articolo approvato nel 2011, trasformando il caporalato caratterizzato dall’utilizzo di violenza o minaccia in un sottogenere della fattispecie – base.

Inoltre, si introduce la sanzionabilità per il datore di lavoro, praticabile attraverso l’arresto obbligatorio in flagranza di reato o la confisca dei beni, a seconda di alcuni casi previsti dal provvedimento. Tuttavia, in caso di collaborazione con le autorità, è prevista l’applicazione di un’attenuante. Il disegno di legge, poi, aggiunge nell’elenco degli indici di sfruttamento dei lavoratori il pagamento di retribuzioni palesemente difformi da quanto previsto dai contratti collettivi, precisando che tali contratti, come quelli nazionali, sono riferibili agli accordi stipulati dai sindacati nazionali maggiormente rappresentativi.

Un’altra novità si ha nel delitto di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, inserito tra i reati per i quali, in caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti, è sempre disposta la confisca obbligatoria del denaro, dei beni o delle altre utilità di cui il condannato non possa provare la provenienza. Le parti finali del testo approvato dalla Camera riguardano la gestione delle confische: si affidano al Fondo antitratta i proventi delle confische ordinate a seguito di condanna o di patteggiamento per il delitto di intermediazione illecita o sfruttamento del lavoro. Inoltre, si estendono le finalità del fondo sopracitato anche alle vittime del delitto di caporalato: le due situazioni sono ritenute simili e spesso le stesse persone sfruttate nei lavori agricoli sono reclutate usando i mezzi illeciti come la tratta di esseri umani.

Da più parti, si auspicava l’approvazione di un nuovo provvedimento su questo tipo di attività illecite, in grado di procurare danni sociali ed economici non indifferenti. L’associazione Libera ritiene che il provvedimento vada nella direzione giusta, soffermandosi sulla sanzionabilità del datore di lavoro. Avviso Pubblico, attraverso il presidente Roberto Montà, auspica un’applicazione immediata delle legge, attraverso lo stanziamento di finanziamenti e l’attivazione di percorsi di formazione per gli operatori delle forze dell’ordine.

Non mancano possibili critiche al provvedimento. Del resto, si tratta di un primo passo, a cui dovranno seguirne successivi, non necessariamente inscrivibili su un piano strettamente repressivo. In un editoriale apparso il 19 ottobre su Internazionale, i giornalisti Stefano Liberti e Fabio Ciconte (direttore dell’associazione ambientalista Terra! Onlus) sottolineano come il provvedimento possa depotenziare il fenomeno dello sfruttamento nel settore agricolo, senza tuttavia eliminarlo totalmente.

“Innanzitutto – scrivono i due – perché non risponde alla domanda che pongono tanti imprenditori agricoli: come possiamo mettere insieme squadre di braccianti stranieri in modo rapido e legale? Effettivamente, se riflettiamo sulla situazione di alcune regioni italiane, riscontriamo delle problematiche non indifferenti. In diverse regioni (specialmente nell’Italia meridionale), gli uffici di collocamento risultano inefficaci. Molti lavoratori fanno quindi riferimento a persone della loro comunità per ottenere una mansione. Queste persone – i famigerati “caporali” – garantiscono giornate nei campi, vitto e alloggio. Lucrano e guadagnano sulla vita di soggetti alla ricerca disperata di un sostentamento.

lavoratori-agricoli-in-piazza3I detentori dell’intermediazione illecita, nella loro visione, ritengono di svolgere un normalissimo meccanismo, l’anello di congiunzione tra le squadre di lavoratori e l’imprenditore. L’altro aspetto critico, riguarda l’approccio del provvedimento. Come accade frequentemente, alcuni fenomeni non possono essere combattuti su un piano strettamente repressivo. Non basta intervenire sul fatto avvenuto, vi è la necessità di capire e rimuovere le cause che portano a ciò. Citando nuovamente Liberti e Ciconte:

Perché lo sfruttamento nei campi e il caporalato non sono altro che gli ultimi anelli di una filiera non sostenibile, in cui i grandi marchi e la grande distribuzione comprimono i costi riducendo a zero il margine di guadagno del produttore. Una filiera di cui conosciamo poco o niente, che vive nell’opacità e si autotutela schermandosi dietro codici etici e certificazioni tese a scaricare sul più piccolo responsabilità che invece vengono da lontano.

 

La necessità di una forte azione politica e culturale a sostegno dei prodotti del comparto agricolo italiano si rivela fondamentale. L’auspicio è che si proceda su un percorso continuativo, in grado di portare a risultati graduali e stabili nel tempo. Al di là delle possibili critiche (o manchevolezze, sul tipo di approccio) ritengo che il percorso intrapreso dai ministri Martina e Orlando, rispettivamente titolari dei dicasteri di Agricoltura e Giustizia e impegnatisi in prima persona sul tema in questione, vada nella direzione giusta.

Forse, per concludere con un velato spirito di ottimismo, non possiamo non segnalare un dato meramente statistico. Da settimane ( o forse mesi, valutate voi) la politica italiana è attraversata da uno scontro frontale tra le varie parti in causa, caratterizzato da un totale disconoscimento dell’avversario e a una rincorsa demagogica continua. Tuttavia, in questo strano paese, possono verificarsi anche situazioni che non ricalcano la malsana abitudine a cui assistiamo quotidianamente.

Il ddl sul caporalato è stato approvato con 336 voti favorevoli, nessuno contrario e 25 astenuti (Lega Nord e Forza Italia). Quando la politica esce dall’arena dello “scontro Massimo “, possiamo notare qualcosa di concreto.

Riccardo Pieroni

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