Quella sconfitta che ridimensionò la Repubblica di Venezia

Gli anni che vanno dalla fine del XV secolo a quantomeno il primo ventennio del XVI risultarono essere, oltre che caotici, di vitale importanza per la definizione di alcuni assetti politici non solo nella penisola italiana, ma anche in gran parte del continente europeo. Un ruolo di primo piano lo ebbe sicuramente la Serenissima Repubblica di Venezia, la quale ne uscì ridimensionata dal punto di vista più pragmatico e territoriale ma in un certo qual modo anche psicologicamente; soprattutto a seguito della sconfitta nella battaglia di Agnadello (1509) per mano delle milizie francesi di Luigi XII.

Un ridimensionamento, si diceva, innanzitutto territoriale. Venezia infatti nel corso del XV secolo aveva progressivamente cercato di porsi come la perfetta simbiosi tra una dimensione “da mar” e una di “Terraferma”, seppur con l’insorgere di alcuni contrasti tra le fazioni pro o contro lo “snaturamento” di una città da secoli contraddistinta da una vocazione mercantile e marittima. Questa concezione, che prevedeva di conseguenza un’espansione anche all’interno della penisola italiana, fu alla base delle guerre di Lombardia contro il Ducato di Milano a sua volta sempre intenzionato ad espandersi verso est, ai danni appunto del Leone di San Marco.

Contrasti a cui, almeno in apparenza, si pose fine soltanto con la pace di Lodi del 1454 ma che esploderanno nuovamente a fine XV secolo. La volontà da parte di Venezia di espandersi verso ovest, il timore e lo stesso proposito di allargarsi verso est da parte di Ludovico il Moro furono tra i fattori fondamentali della discesa di Carlo VIII in Italia, il quale aveva infatti cercato di avallare i progetti di espansione del duca di Milano. Gran parte della storiografia ha cercato nel corso dei secoli quindi di attribuire all’aggressiva politica veneziana le responsabilità dei convulsi anni del primo ‘500 e più in generale di una maggiore e poi preponderante ingerenza straniera in Italia.

Tralasciando le dinamiche che portarono alla discesa di Carlo VIII, a quella di Luigi XII e alla formazione della lega di Cambrai, è necessario comunque dire come la Serenissima poté, di fatto fino al 1508, essere considerata, insieme allo Stato pontificio, l’unica potenza italiana ancora totalmente integra. Consolidò la propria posizione nell’Italia settentrionale, cercò di premunirsi contro eventuali attacchi a nord da parte dell’Asburgo (che tra l’altro sconfisse nel 1507) e riuscì a strappare dal dominio pontificio i possedimenti appartenuti a Cesare Borgia in Romagna; quest’ultimo sarà poi uno dei motivi fondanti dell’odio maturato da Giulio II nei confronti della Repubblica e della sua decisione di avvicinarsi a Luigi XII.

D’altronde, molti dei critici oggi sono concordi sul fatto che la formazione del ducato di Romagna da parte del Valentino fu dettata soprattutto dalla volontà da parte di Alessandro VI di contenere l’espansionismo veneziano a discapito dei territori pontifici. Linea poi continuata da Giulio II, il quale “ancora sdegnato molto contro a’ viniziani per la perdita di Rimino e Faenza, e desideroso di recuperare quelle terre ed altri stati della Chiesa, massime Bologna, tenuta pratica col re di Francia ed avendo promessa da lui di essere servito di gente, publicò volere fare la impresa di Bologna” (1).

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La sconfitta di Agnadello mutò gran parte del quadro appena descritto. Essa “tolse ai veneziani le risorse dei territori al di qua del Mincio e a sud del Po (con la fonte di milizie mercenarie che rappresentavano”(2). La Repubblica fu colpita ovviamente da una grave crisi economica che si ripercosse sulla stessa organizzazione politica tanto che “vennero infatti ammessi in Senato altri nobili (sebbene senza diritto di voto) dietro versamento di una somma e, l’anno dopo, si propose l’alienazione di uffici e magistrature […] approvata nel 1515,[…]con un sistema di prestito elettorale revocato solo nel 1517” (3).

Questo periodo di recessione incentivò le velleità di autonomia da parte dei piccoli centri o di gruppi rurali (in parte da sempre insite); oltre che veri e propri scontri sociali tra patriziato e parte popolare. Tentativi comunque sventati dalla Repubblica con repentini interventi (Friuli), o con l’epurazione dei consigli cittadini appoggiando la parte popolare (Verona e Vicenza). Quello del Friuli rappresentò un caso eccezionale. Venezia infatti, a seconda delle diverse situazioni cittadine, cercò di intervenire sostenendo ora i gruppi filo nobiliari ora quelli popolari.

In questo caso la parte nobiliare capeggiata dal Savorgnan riuscì ad attrarre a sé anche lo schieramento opposto, dando vita a diversi tumulti culminati con la rivolta della “zobia grassa” a Udine nel 1511 e la decisione “secessionista” di unirsi all’Impero. A questo punto Venezia fu costretta ad intervenire militarmente e pesantemente, travolgendo le forze popolari e ribadendo quindi il suo totale dominio sul Friuli.

Caos e paura dilagarono sia nella città lagunare sia nei territori ad essa soggetti. Guicciardini infatti riportò come “la città reagì con dolore e spavento universale” e come nei territori persi si temevano “la tanta crudeltà e le percosse dei nemici, di fronte ai quali i cittadini inviliti pensavano ormai di perdere insieme col publico […]anche il privato che posseggono”(4).

Una situazione quindi al limite del disastroso ma che venne in parte subito migliorando grazie alla pace con la Santa Sede e il capovolgimento delle alleanze in funzione antifrancese. Se quindi dal punto di vista materiale la situazione migliorò (vedi revoca del prestito nel 1517 e comunque i nuovi tentativi di riprendere i territori persi), Venezia accusò psicologicamente il colpo in maniera anche profonda. Tale ridimensionamento è lampante in una storiografia autocelebrativa pilotata dallo Stato, intrisa di una continua esaltazione delle glorie del passato.

In questa prospettiva sono da inquadrare il “De exemplis illustrium virorum Venetae civitatis atque aliarum gentium”, i contributi del Novagero e del Bembo, il prolifico Marino Sanudo (“Vita dei dogi”, “Diarii 1496-1533”, “De Origine, situ et magistrati bus urbis Venetae”) e il “Bellum Cameracense” (1525) riguardo i fatti della guerra della Lega di Cambrai. Un mito, quello della Serenissima, di un governo misto tra monarchia, oligarchia e democrazia, vivo e ammirato addirittura in esperienze politiche come quelle del Savonarola o del Soderini, che, pur mantenendo assolutamente un ruolo di primo piano in Adriatico e nel Mediterraneo, sembrava iniziare ad atteggiarsi da “nobile decaduta”.

Roberto Lamponi

© riproduzione riservata

  • (1) Francesco Guicciardini, “Storie fiorentine”, Bur Rizzoli,1998, a cura di Alessandro Montevecchi, cap.XXVII, pag.433.
  • (2) Alberto Aubert, “La crisi degli antichi stati italiani (1492-1521)”, Le lettere,2003, pag.229.
  • (3) Ivi,pag.229.
  • (4) Francesco Guicciardini, “Storia d’Italia”, a cura di Silvana Seidel Menchi, 1971, voll.3, Einaudi, Torino, II, pag.761.

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