La scorsa stagione si è chiusa con Lebron in ginocchio, le lacrime di gioia che scorrevano dopo che Irving aveva mostrato al mondo tutta la mamba mentality che ha a disposizione, mentre nell’altra metà campo la squadra con il miglior record di sempre in stagione regolare usciva sconfitta da una serie che in gara-4 aveva già vinto.

Centoventotto giorni dopo, da dove ripartiamo? Sicuramente da una Lega più povera: abbiamo perso tre giocatori che hanno scritto la storia della pallacanestro nella maniera più differente possibile ma lasciando una traccia equalmente indelebile. Servirebbe una dozzina di articoli delle penne migliori per rendere giustizia alle loro carriere; qui io mi limiterò a riassumere come si sono ritirati, giusto a far capire un minimo che personalità possedevano questi fenomeni.

  • Un tour dove tutti sapevano che sarebbe stata la sua ultima stagione e tutti andavano a vederlo come fosse un semidio in esposizione, tour conclusosi con l’ultimo sessantello tondo tondo della carriera. A trentotto anni, all’ultima partita, la miglior prestazione realizzativa all-NBA della passata stagione. Di nuovo.
  • Una lettera a fine stagione, lontano dall’ultima gara di playoff persa contro i Thunder, senza far trapelare nulla prima. Con classe, silenzio e senza voler disturbare. La sua vita cestistica.
  • All’inizio di questa prestagione, dopo essersi comunque allenato per tutta l’estate ma senza buone sensazioni. Scappa da ridere se si pensa che nella sua prima stagione da pensionato potrebbe essere comunque il giocatore che si allena di più di tutta la Lega.

Ciao Kobe, ciao Tim, ciao Kevin, ci mancherete. TANTO.

In ogni caso, non abbiamo avuto molto tempo per stare a deprimerci e soffrire l’abbandono dei campionissimi: in estate si è vissuta una delle free agency più complesse e movimentate da quella che ci “regalò” la Decision del Re. Lui è rimasto dov’era come previsto, ma è toccato a Kevin Durant sconvolgere il mondo andando a giocare nella Baia. Cosa abbiamo di fronte? Cosa aspettarci e cosa supporre?

  1. Gli ultimi due giocatori ad aver vinto l’MVP giocano nella stessa squadra.
  2. Tre dei migliori cinque tiratori da 3 della NBA giocano nella stessa squadra.
  3. Il giocatore che dopo Lebron aveva messo più in difficoltà i Warriors adesso gioca nei Warriors.
  4. Il quintetto titolare potenzialmente più forte di sempre.
  5. I Guerrieri per la prima volta senza Bogut da quando sono una squadra da titolo, giocatore la cui importanza è sempre stata sottovalutata da troppi; non è arrivato nessuno alla sua altezza.
  6. Una panchina uscita molto indebolita dal mercato e chi è rimasto ha un anno in più.
  7. Barnes non è forte la metà di Durant ma chiedeva un decimo dei palloni a cui è abituato il 35.
  8. Steve Kerr è così bravo da farli giocare bene tutti insieme?
  9. Siamo al nono punto e ne avrei altri cento, ma diciamo che vi ho dato l’idea.
093016-nba-golden-state-warriors-kevin-durant-stephen-curry-vresize-1200-675-high-32
Photo by Ezra Shaw

Da qui dovrei parlare degli altri numerosi cambi di maglia avvenuti in estate ma che io, per economicità di tempo e spazio, non analizzerò, anche perché hanno sbagliato free agency per aver il giusto hype per i loro movimenti di mercato. Colpa del 35. Piuttosto vi do un consiglio: siccome siamo ancora sconvolti dall’addio dei fenomeni di cui sopra, vi consiglio di godervi nella stagione che arriva tutte le partite di Memphis e San Antonio. Corriamo il rischio che siano le ultime occasioni per ammirare Zach Randolph, che quest’anno è stato retrocesso a sesto uomo di lusso causa dati anagrafici e potrà portare in post e distruggere tutte le panchine dell’NBA. Ad alzarsi dalla panca con lui ci sarà nonno Carter (Vince), il giocatore più vecchio della Lega molto probabilmente al suo ultimo volo. Ah, ha comunicato che potrebbe partecipare alla gare della schiacciate del prossimo All Star Saturday: quanto è bello quando Natale, Pasqua e Ferragosto arrivano tutti insieme? Sarà, questo di sicuro, l’ultimo giro di giostra anche del sesto uomo per antonomasia, il 20 neroargento, Emanuel Ginobili. L’argentino che vive sotto l’Alamo è al suo ultimo tango e Manu sarà tutto da gustare, lui e i suoi tunnel, i suoi passaggi stupendi, perché è sempre l’uomo che ha portato il caos organizzato e vincente nel composto sistema degli Spurs dei primi anni 2000.

Parliamo di caos? Caotico è il reparto guardie ai Suns, tante, talentuose ma senza gerarchie; da qui noi dobbiamo per forza di cose sperare che si salvi Devin Booker. Un giocatore dal QI cestistico spaventoso, uno degli altri due in questa Lega a rientrare tra i primi cinque tiratori da 3 senza giocare nella Baia.

Simile è il caos da cui si dovrebbe salvare Ben Simmons. La cosa più vicina a Lebron mai vista nella Lega è approdata per sua sfortuna nella città dell’amore fraterno. Ben, però, è così forte che si è già infortunato e starà fuori fino a gennaio; molto probabilmente rimarrà lontano dai parquet tutta la stagione perché il premio di Rookie of the Year pesa, e tanto, sul primo contratto che si va a stipulare dopo quello (regolato da cifre limitanti) offerto alle matricole. Lui il premio lo vuole e rientrando tardi non lo vincerebbe: probabile un’ulteriore rinvio dell’esordio. Diamo comunque un poco di attenzione ai Sixers: il reparto lunghi in potenza è stupendo, Embiid-Okafor-Noel-Saric sono talentuosi e ognuno con capacità differenti, anche se difficili da far coesistere. Ma che problemi ci sono? Tanto è sempre vittoria se si ha al Draft una delle prime 3 scelte, vero? VERO?

Orfani di Simmons almeno nella prima parte della stagione, ci perdiamo un giocatore che ha i centimetri di un lungo e potrebbe giocare play. Ah, ma ne abbiamo uno ancora più alto che può fare benissimo il play? Ah, è greco e gioca a Milwaukee? Ah, non so scrivere il suo cognome? Vabbè, lo chiamo Giannis, dai. Giannino il greco sta portano avanti il suo personalissimo progetto di diventare un giocatore totale, a 360 gradi, con Jason Kidd a insegnargli come si guida una squadra e un tiro su cui continua a lavorare. Tra poco potremmo avere il prossimo All Star nella città di Fonzie dai tempi di… Di… No, scusate, è passato troppo tempo perché ricordi chi sia.

Per motivi antitetici ma non troppo, altra squadra da osservare saranno i Bulls. Se i Bucks potranno avere problemi di spacing con così tanti esterni devastanti (ad Antetokounmpo, divino copia e incolla, si aggiungono già Middleton e Parker come trattatori di palla di ottimo livello) Chicago come potrà creare spaziature decenti per giocare col trio Rondo-Wade-Butler, tutti interni come pochi senza essere lunghi e, come se non bastasse, tutti refrattari alle conclusioni dall’arco? Ecco, questo è una domanda che molto si avvicina a uno dei tre segreti di Fatima. Sarà una squadra piena di talento ma avrà problemi a giocare nella NBA moderna e dovrà sperare che Mirotic e McDermott possano stare tanto in partita, aprendo il campo e non facendo troppi danni in difesa -utopistico. Però possiamo supporre che ci saranno tante occasioni in cui potranno essere scomodi per molte avversarie, causa alto tasso di competitività dei propri giocatori e grazie inoltre ad un Taj Gibson che potrà essere finalmente titolare e potrà finalmente esprimersi senza l’ombra dei vari Noah-Gasol-Boozer pronti a rientrare dopo qualche minuto di riposo.

Un’ultima squadra per cui penso vi consiglio di restare in piedi la notte sono i Clips, quelli del quartetto magico Paul-Griffin-Jordan-Reddick. Tre di questi sono in scadenza di contratto e con molta probabilità alla prossima stagione si presenteranno radicalmente cambiati o comunque sarà quasi impossibile trovarli tutti insieme; coach Rivers lo sa e spera di riuscire a far generare da ciò una spinta emozionale superiore al normale per poter arrivare fino in fondo. Sarà un’impresa molto complessa, dato che ci sono evidenti problemi strutturali in questa squadra che non riesce a trovare un giocatore nello spot di 3 che dia continuità e fluidità al loro gioco senza danneggiarli in una delle due metà campo. A onor nel vero, non avranno un 3 a cui far giocare tutte le partite con un minutaggio alto ma per i finali difficili dalla panca si alza il signor Paul Pierce, un altro che ha già annunciato il ritiro al fine di stagione -firmando un contratto di un giorno con Boston per ritirarsi da Celtic- e che vorrebbe finire col botto. Il botto quasi sicuramente non arriverà, ma saranno divertenti da vedere in regular season e scomodi per tutti ai playoff.

Al di là delle altre mille cose che si potrebbero scrivere su questo inizio di stagione, posso promettervi una cosa: quest’anno NBA sarà bellissimo come sempre e vi consiglio di fare il pieno e mettere da parte le scorte, che qui rischiamo un lockout a breve. Potremmo andare in crisi d’astinenza da una delle droghe più belle di sempre: non vorremo mica smettere di farci portare via sonno e vita sociale?

Gennaro Calabrese

7

Breve premessa. La NBA è la lega sportiva, tra quelle di rilevanza intercontinentale, più in salute del globo. Si è tanto, troppo parlato del vertiginoso aumento del monte salari e dei conseguenti contrattoni firmati in estate, ma c’è poco da dire: soldi ne girano tanti e loro li sanno ridistribuire, almeno tra gli addetti ai lavori. I giocatori più importanti sono delle vere e proprie <<multinazionali in canotta>> (cit. Federico Buffa) e le loro scelte di carriera, c’è da rassegnarsi, oramai sono spesso ragionate anche in base a quante chance hanno di continuare a vendere bene i marchi di cui sono endorser, andando a giocare lì piuttosto che qui. Da qualche anno il giocattolino che fu di David Stern sta vivendo la sua epoca d’oro ed è arrivato in ogni casa, su ogni armadio, ad ogni latitudine: un trend mediatico e di marketing che tutto il mondo copia o almeno prova a copiare, perchè l’influenza economica della Lega va molto al di là del mero contesto sportivo, degli stipendi e dei prezzi (barbari) dei biglietti e dei prodotti offerti dal merchandising. Nessun altro sistema influenza così tanto le mode di abbigliamento, di comportamento, di organizzazione degli eventi –solo per fare alcuni esempi. Con intuizioni apparentemente semplici come il dress code o la tolleranza zero sulle proteste in campo la NBA è stata capace di guadagnare un enorme appeal presso la stragrande maggioranza di nuclei familiari che possono permettersi un televisore e di conseguenza ha incamerato miliardi in termini di presidenti passati a miglior vita –grazie ai contratti televisivi- e fan in giro per il mondo; questo con buona pace dei nostalgici del gioco per come era prima delle suddette intuizioni o prima dell’abolizione dell’hand checking, quelli che vorrebbero rivedere gli arbitri prendere di petto i giocatori e redarguirli senza bisogno di fischiare tecnico per ogni starnuto, quelli a cui manca Allen Iverson a bordocampo in tatuaggi, t-shirt XXXL, ferraglia e cappello alla pescatora, quelli che vorrebbero rivedere un laccio californiano alla McHale o almeno un altro duello come Rodman – Ewing. Le cose stanno così e non si tornerà mai più indietro, ma non è necessariamente un male. Per quanto infatti l’intrattenimento NBA, inteso come partite giocate, sia sempre più dominato da discorsi materialistici ed etici sulle cifre guadagnate dai giocatori, da un mercato selvaggio e massiccio che porta tante persone a badare più a Rihanna a bordocampo o al nuovo modello di cappellino dei Knicks invece che al puro giuoco della palla al cesto e, last but not least, dalle analytics –le statistiche, tanto care agli statunitensi e oramai anche a noi, è ancora possibile godere di spettacoli incredibili e incontaminati dalle chiacchiere. Smantellata idealmente tutta l’infrastruttura economica e culturale, a scendere in campo sono uomini dalle capacità fisiche totalmente anomale: già solo figurare a roster di una squadra NBA vuol dire essere in grado di sostenere i ritmi del carrozzone, una partita ogni due o tre giorni, quattro ore di sonno di media, un’agenda ben poco abitudinaria, miglia e miglia e miglia percorse in volo agli orari più folli, un matrimonio col jet lag… E sto solo grattando la superficie di quella che è la vita di un giocatore “normale”; nel caso delle superstar è tutto più complesso. Per quanti milioni possano guadagnare e per quanto i loro contratti li obblighino ad essere almeno professionali, l’energia e la volontà per sopportare la pressione, continuare a migliorarsi ogni giorno e giocare così tante partite, giocarle per davvero, mettendocela tutta, prescindono dal materiale e risiedono nel testosterone, nelle provocazioni, nella dipendenza da adrenalina, nell’ossessione. Per quarantotto minuti in quei trenta metri per diciassette ci sono dieci tra i più forti giocatori di basket del mondo, tutto il resto resta fuori.

Sarebbe bello se anche noi tifosi, chi più chi meno acculturato riguardo le diverse facce della Lega statunitense, riuscissimo ogni tanto a lasciar fuori dallo spettacolo qualsivoglia considerazione che non sia strettamente sul gioco che ci piace tanto. Sarebbe bello anche non dover sentire per forza parlare sempre e solo di statistiche, perché le statistiche non dicono tutto, o di partite perse e vinte. Questo rimane un gioco prima di tutto di mani e di piedi e gesti tecnici, di coordinazione e ritmo, di posizione, intelligenza tattica e geometrie. Un singolo movimento o una singola azione, per quanto ininfluenti nell’economia della partita, possono esprimere un talento e una preparazione impareggiabili e questo non va svalutato, la bellezza non va svalutata; vincere conta, certo, ma lo sport ai massimi livelli è prima di tutto intrattenimento, arte, e molti, sportivi e tifosi, sembrano averlo dimenticato. Ecco perché vi introduco alla stagione regolare NBA 2016/2017 elencando quelle che, secondo me, sono sette meraviglie in giro per la Lega, sette momenti lirici da non perdersi quando vi capita di poterli ammirare su Sky o con il vostro League Pass.

Gli 1on1 dalla punta di Kyrie Irving

Uncle Drew, palla in mano, top of the key, è la situazione più eccitante della NBA odierna. Ti guarda, occhi spalancati, bocca semiaperta, quando si piega sulle gambe e mette palla per terra è come se avessero messo in radio un irresistibile remix tra Dizzy Gillespie e Cypress Hill. Retroschiena, esitazione, due volte in mezzo alle gambe, ancora esitazione. La sfera rimbalza massimo a un palmo da terra, il ritmo è forsennato come il bebop nel ’46 al Minton’s, senza raddoppio se non ti chiami Kawhi, Avery o Jimmy (Butler) puoi sperare di tenere forse due cambi di direzione, dopodichè perdi prima lui e poi la fiducia nel tuo apparato vestibolare. Se il lungo di turno rimane sotto canestro lui segna il jumper, che tira con estrema fiducia entro gli otto metri; se il lungo si fa avanti lo brucia con un palleggio, segna il layup e (di solito) subisce il fallo del malcapitato. Nel caso in cui il giocatore in aiuto rimanesse a metà strada avrebbe in faretra anche un ottimo floater, liscio o appoggiato al vetro, ma dato che il nostro ha cazzimma e conclude di sinistro da sotto come nessuno in the business, neanche i mancini –l’unico che usava così bene la sinistra in penetrazione si chiama Lamar e, purtroppo, ha altro da fare- preferisce andare ogni volta più in fondo possibile, e fa bene.

giphy-2

L’ergonomia del tiro di Klay Thompson

Quando lo Splash Brother sale al gomito destro, riceve palla spalle a canestro, palleggia a destra con un giro dorsale e, i piedi di poco storti verso l’esterno, aggiusta il busto a mezz’aria lasciando andare la palla dalla linea del tiro libero… È un movimento di un’armonia e, ogni volta che glielo si vede fare, di una compostezza tali da rimanerci male per quanto lo fa sembrare facile. Tanto per rimanere in tema di meraviglie, Klay Thompson che tira in sospensione non ha nulla da invidiare, per bellezza estetica e solennità, alla statua crisoelefantina di Zeus a Olimpia. È perfetto, intoccabile. Lo è in ogni suo movimento per la verità, non ha neanche un alluce fuori posto, non disperde energia: sempre compatto. Il suo più famoso compagno di squadra col 30 è destinato a segnare i record di triple segnate per gli anni a venire ma se mi chiedete chi, oggi, possiede la classe balistica dei Ray Allen, degli Oscar Schmidt, dei Drazen Petrovic, io vi dico lui. Gli bastano due decimi per saltare, ricadere coi piedi a posto e tirare, la palla non scende mai sotto le anche, il braccio dopo il rilascio rimane alto, la mano destra frusta l’aria e più che cuoio, da quelle falangette va via la carezza di una geisha. La finta sul difensore in recupero disperato la fa col sopracciglio, ormai. La meccanica è identica in qualsiasi situazione: tiro in spot up, contestato, da nove metri, in fadeaway, dopo l’arresto, non cambia mai, dopo un po’ potete anche non inquadrare più la parte superiore del corpo, tanto se ne ha bisogno nei suoi dorsali ha tutta la forza necessaria per bilanciare la perdita di equilibrio. Inquadrate i piedi, contate i passi che fa per prepararsi al tiro quando esce dai blocchi: sempre gli stessi. Una macchina.

Il piede perno destro di Zach Randolph

Se tra il 2011 e il 2013 i tifosi dei Grizzlies hanno potuto almeno cullare il sogno di arrivare alle Finali NBA, il merito è in buona parte di Z-Bo. Trovata a Memphis la pace rispetto ad un passato burrascoso, ha dimostrato quanto poco conti saltare un metro da fermi se sai eseguire un tagliafuori come si deve e sai usare il perno come uno dei primi dieci al mondo. Un tempo anche rimbalzista offensivo irreale per i mezzi atletici a disposizione, non ha più l’autonomia di tre anni fa ma ancora può deliziare palati molto fini se riceve palla in post basso o medio; meraviglioso soprattutto quando fronteggia, danza su quel vascello che si ritrova al posto del piede senza mai commettere passi, guadagna spazio disegnando un compasso come fosse un cartografo della Compagnia delle Indie, col pennello mancino può segnare in gancetto o tirare cadendo indietro, ogni volta è uno schizzo d’autore. L’altezza della parabola non è mai stata un problema. Se osservate attentamente la panchina degli Spurs dopo un canestro clamoroso di un loro avversario, vedrete Matt Bonner mettersi le mani nei capelli: tra il 2011 e il 2013 nessuno glielo ha fatto fare più del pivot prodotto da Michigan State.

I salti di Jabari Parker

Ci sono stati lunghi mesi, successivi alla rottura del crociato anteriore un mese dopo il debutto nella NBA, in cui molti hanno temuto che Duke Skywalker non sarebbe più tornato a volare come prima. Per fortuna sua e soprattutto nostra il ginocchio della gamba sinistra, la sua gamba forte, da un anno a questa parte sta benissimo e gli permette di ricevere la palla in movimento, coordinarsi e decollare come solo lui e Lebron James, tra i giocatori di 2,03 m per 115 kg, sono capaci di fare. Ragazzo ancora ventunenne dagli istinti paurosi per la pallacanestro e ancora tanto lavoro da fare per raffinare il suo gioco, se sei in difesa vederlo arrivare a rimorchio centrale o prenderti il tempo per un alley oop è una cosa che ti torna a disturbare la notte.

I colpi di reni di Devin Booker

<<…and Devin Booker just went stone cold>>, che in italiano vuol dire che il figlio di Melvin Booker, con i suoi Suns a pari punti nel terzo quarto contro i TrailBlazers, ha appena segnato sei canestri di fila senza battere ciglio, uno più difficile dell’altro. È ancora preseason ma fa già sensazione. Devin Booker compirà vent’anni tra pochi giorni e tira in sospensione saltando 60 cm ogni volta, gira intorno ai blocchi di Len e Chandler col petto quasi parallelo al terreno, tutto piegato, impegnato a proteggere il pallone, poi in un lampo tira su testa e spalle, le braccia già in posizione di tiro, e balza manco avesse pestato una tracina. Il movimento di tiro è già da professionista consumato, sembra avere una forza diversa dai coetanei nella parte superiore del corpo come nella testa e i suoi compagni di squadra se ne sono accorti, gliela passano, lo rispettano: con Bledsoe a innescarlo e poca pressione addosso quest’anno il ventello di media è alla portata, ed è un gran bel vedere.

Photo by Christian Peterson / Getty Images
Photo by Christian Peterson / Getty Images

Gli assist di Nikola Jokic

A neanche ventidue anni è già una delle ali forti più skilled in attacco della Lega. Oltre a poter condurre senza problemi il contropiede in palleggio e a sbagliare un angolo di blocco ogni centocinquanta, ha una mente tolemaica per questo gioco: calcola i tempi e i modi di passaggio come un matematico della N.A.S.A. La scorsa stagione ha buggerato Marc Gasol, miglior difensore tra i lunghi della NBA tout court, con una palla dietro la schiena per Faried da cineteca. Mostruoso nel pescare il tagliante col passaggio sopra la testa grazie anche a due braccia chilometriche e al gioco offensivo frizzante dei Nuggets, può tranquillamente giocare il pick ‘n roll da piccolo e, se non ci fosse il già citato Marc, sarebbe il miglior lungo della Lega per scaricare la palla fuori al tiratore dopo il raddoppio in area.

Gli aiuti di Myles Turner

Immaginate di essere un ragazzo di sette piedi, longilineo, abbastanza mobile nonostante la stazza, arti da fenicottero, il corpo che consiste in un affastellarsi di fasci muscolari nervosi e potenti e avete anche un tempismo naturale per schiaffeggiare palloni a tre metri e mezzo di altezza. Cosa fate? Giocate a pallavolo? No, registrate 6.8 stoppate di media nel vostro anno da senior alla high school (oltre a 18 punti e 12 rimbalzi)! Dopodichè passate obbligatoriamente dal rituale anno d’ateneo, ma già sapete che tempo dieci mesi e verrete chiamati al piano di sopra. Detto, fatto: dal Draft 2015 Myles Turner è un giocatore degli Indiana Pacers, squadra con buona tradizione difensiva, almeno negli ultimi anni, e bisognosa di un lungo intimidatore. L’uomo giusto al posto giusto. Nella sua stagione da rookie gioca con ottimo minutaggio tutte le partite tranne ventidue, saltate forzatamente a causa di un infortunio all’alluce sinistro; i Pacers escono alla settima del primo turno di playoff ma il totem da Bedford, Texas registra 3.3 tiri rispediti al mittente a partita. I tempi di aiuto sono a volte da rivedere, altre volte perfetti, ma l’istinto purissimo da grande stoppatore lo tradisce di rado: anche se si muove in ritardo, il suo atletismo indecente gli fa recuperare lo svantaggio. Nel loro primo appuntamento galante al ferro Turner ha inchiodato anche King James, senza se e senza ma. In prospettiva di un miglioramento tecnico e mentale, fa paura.

Photo by Ron Hoskins / Getty Images
Photo by Ron Hoskins / Getty Images

Si ricomincia, quindi. Un’altra regular season, sei mesi pieni di alti e bassi, di record sfiorati o frantumati, di personaggi, tormentoni, leggende per una settimana, delusioni cocenti, mentre noi qui ci arrabattiamo per non svegliare il compagno di stanza alle quattro di notte dopo che Rondo l’ha data via no look dalla linea di fondo al tiratore nell’angolo mentre con l’altra mano rubava una cipster a un ragazzino in prima fila. Sia chiaro, avrei potuto scegliere tranquillamente altre sette meraviglie. O altre sette ancora. Avrei potuto parlare della chierica più famosa di Bahia Blanca e di quando cattura pipistrelli in giro per l’AT&T Center, avrei potuto elogiare la difesa sul pick ‘n roll di Steven Adams, i rimbalzi offensivi di Biyombo, i crossover a ritmo DJing di Jamal Crawford… Il livello della NBA è irraggiungibile, soprattutto se si scelgono le partite giuste da guardare. Voi, nel dubbio, guardatene più che potete!

It’s going to be fun.

Jan Christian Basile

© riproduzione riservata

CONDIVIDI
Articolo precedenteQuella sconfitta che ridimensionò la Repubblica di Venezia
Prossimo articoloThe Young Pope: l’elogio della forma e l’opportunismo di Sorrentino
Nato a Taranto nel 1994, frequento il Liceo Classico Quinto Ennio (indirizzo Brocca) e, dopo il diploma, emigro a Bologna per frequentare Lettere Moderne all'Alma Mater. L'amore per la letteratura e le arti, per la pallacanestro e lo sport è diventato ragione di vita. Gli studi umanistici, il cinema, la musica, la fotografia, la NBA, Steve Nash, Flavio Tranquillo e Federico Buffa, Roger Federer, Rino Tommasi e Gianni Clerici, Christian Panucci e Alessandro Florenzi sono la miscela del mio inchiostro -una buona parte. Come direbbe Albert Einstein: "Non ho particolari talenti, sono solo appassionatamente curioso."