The Young Pope è innanzitutto una testimonianza della necessità di Sorrentino di ricorrere al fenomeno socialmente onnipresente della serie e dei serial per comunicare con il suo linguaggio visivo; una vera e propria presa di coscienza di un iper-comunicabilità verso un vastissimo pubblico grazie a questa costellazione di aziende produttrici esercenti, in chiave “self-made-producer” come Netflix.

Tuttavia, ad assicurarsi la collaborazione del regista Felliniano per eccellenza è stata Sky (oltre ad aver distribuito in esclusiva sul canale Atlantic), auto-superatasi clamorosamente tra l’altro, rispetto a successi come 1992 e Gomorra, con le prime due puntate di questo “clericale” telefilm. 

Nell’odierna golden age delle serie e dei serial televisivi è ormai lecito definire una summa stilistico-estetica di linguaggi visivi, raggiunti da sempre più importanti consensi di massa e critica. L’apporto di star cinematografiche e lo “scomodamento” di registi insospettabili – l’esempio più vistoso è forse rappresentato da un Woody Allen neo-ottantenne alle prese con la sua prima realizzazione per piccolo schermo targata Amazon – ha convinto anche Paolo Sorrentino all’adesione di questo fortunato “filone delle stagioni” dei formati televisivi, almeno parzialmente.

Sorrentino al servizio del formato o il formato al servizio di Sorrentino?

Jude Law nel ruolo di papa Pio XIII

Nel suo approdo all’ideazione di una serie il regista napoletano, in diverse interviste, ha ribadito e confermato la riflessione riguardo al tempo filmico a disposizione definendo il suo sforzo registico come girare un “film di dieci ore”. Questo ha aperto la strada alla caratterizzazione del suo personaggio principale: uno strepitoso Jude Law nei panni del giovane italo-americano Lenny Belardo.

L’attore britannico ammalia e convince nel trascendere dai panni di Lenny Belardo e proporre continuamente la metamofosi avvenuta nel suo alias papale Pio XIII: da un lato, enigmaticamente originale e denso di un fascino solitario degno dei protagonisti Sorrentiniani; dall’altro, un po’ forzatamente inverosimile, un (santo) padre-padrone cattolico che si desume da questi primi due episodi nonostante il vano accenno ad una personalità fragile e tumultuosa. I tempi si dilatano molto su questo aspetto statico di caratterizzazione (basti il lungo prologo del primo episodio) ma lascia pochissimo all’azione e reazione che muovono gli eventi fino al termine delle puntate.

Sorrentino azzera quindi i principi narrativi sia delle serie che dei serial – in quanto è difficilmente distinguibile la chiusura della storia di una puntata e il netto proseguo nella successiva rispetto alla precedente puntata – e si appropria del formato plasmandolo con delle vere e proprie paratassi cinematografiche; la sua poetica visiva può qui abusare della dilatazione temporale concessa che riconsegna allo spettatore un’attesa dell’azione tanto lunga quanto raffinata.

 

Prestigio dall’Italia e dall’italiano (Silvio Orlando)

Innegabile merito di Sorrentino è quello di aver consegnato nuovamente (dopo l’oscar) un’immagine produttiva importante del paese nostrano all’estero; portare a Roma, nel cuore del vaticano, star internazionali come il già citato Law e la grande Diane Keaton nel ruolo di Suor Mary giova a questo momento di rilievo italiano internazionale strizzando l’occhio a eventi di simile portata come la presentazione tutta fiorentina della prima di Inferno di Ron Howard o, rimanendo al piccolo schermo, della produzione Rai de I Medici con star del cinema come Dustin Hoffman.

Nelle prime due puntate di The Young Pope semplicemente perfetto è stato il lavoro svolto da Silvio Orlando nei panni del Cardinale Voiello; capace di rubare la scena ai due colleghi prestigiosi Law e Keaton creando un personaggio che da solo richiama per Sorrentino tutta la retorica del retroscena della vita “politica” vaticana, permettendo al regista di non spendere altre forze per evocare e reinterpretare questo focus tematico.

Orlando si è magistralmente anche auto-doppiato nella versione in lingua inglese, una vera prova di professionalità per il pluri-premiato attore compaesano di Sorrentino.

 

Rinvio a (pre)giudizio

La serialità d’altronde, non permette una coerente analisi se non in presa visione di una considerazione di un’intera stagione presa in esame e dunque, nel caso di The Young Pope di Sorrentino, dopo le prime due puntate le considerazioni stilistiche e formali possano essere il limite invalicabile oltre il quale si finirebbe di tralasciare il resto della stagione. Quello che ci si può augurare è che Sorrentino non venga travisato intellettualmente, o come di consueto, definito “masturbazione mentale” da diversi importanti critici.

Quello che si dovrebbe sottolineare, cosa che non viene mai fatta, è che Sorrentino è prima di tutto un creatore ed ideatore di storie dai carismatici personaggi. La finzione, come dal regista più volte affermato, è il primo vero massimo sistema da considerare nelle sue creazioni; con la Grande Bellezza ad esempio, si sono manifestate ogni possibili – queste si masturbazioni mentali vere e proprie – sfaccettature nei riguardi di uno specchio della società italiana, della politica, della situazione della “mafia 2.0” (usando una definizione di Marco Travaglio). In somma, una serie di dietrologie che poco avevano a che fare con la storia di Jep Gambardella.

Ovviamente, se pur inconsciamente, quando Sorrentino rifiuta sempre questi allacci intellettuali dei critici affermando di scrivere semplicemente delle storie che lo ispirano , è conscio che il suo cinema e la sua poetica in generale non si limitano a questo. In sostanza si attende (e si spera) che al termine della stagione prima di The Young Pope, non si finisca in una dietrologia delirante atta a scovare significati improbabili a metà strada tra la rivelazioni “sensazionali”, interpretazioni esplicite di qualche istituzione o ancora, di scandaloso danno per la chiesa cattolica.

Il regista e scrittore Paolo Sorrentino

La definizione giusta

Come già accennato da alcuni, quella di opera d’arte è senza dubbio la più calzante definizione per The Young Pope anche se, tuttavia, la sceneggiatura e i dialoghi sono la vera attrazione in questo elogio alla dispositio: da questi primi due episodi si evince un abuso della temporalità filmica per una dimostrazione sfarzosa della forma a scapito dell’azione.

Questa dispositio, bisogna affermare prontamente, permette di dimenticare un inventio più offuscata. In prima istanza è la messa in scena di questi vescovi e cardinali, affiancati sempre dalla figura del Papa onnipresente, è quasi statuaria e pittorica. Nonostante qualche movimento di macchina risulti apparentemente virtuoso, la fotografia del solito Bigazzi conferisce toni scuri a braccetto con gradazioni cromatiche digitalmente gioiose.

Tutto è costruito attorno alla figura papale e converge verso la sua essenza minacciosa e rigida. Pio XIII, nel finale della seconda puntata, parla alle masse oscurato e non visibile, brutalmente ferreo e autoritario arrivando a sfiorare quasi la farneticazione. Una metafora molto intrigante della forma mentis comunicativa di oggi: non importa ciò che si ha da dire ma in che ruolo si dice e quanto lo si urla forte.

Ringrazio il regista Fabio Mollo per la concessione ad associare lo splendido video ufficiale di backstage della prima serie di The Young Pope da lui realizzato a questo articolo.

Piero Passaro

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La critica cinematografica di oggi subisce perennemente la riflessione dell'apporto del web; diversi sostengono sia positiva, altri negativa. Il web è un ampliamento mediale, un puro mezzo di aiuto per il critico. Quello che aborro è la critica semaforica, quello che valorizzo è la riflessione, l'impatto culturale e ,quando serve, la contro-tendenza. Le figure che mi ispirano? Bordwell, Bazin e Canova.
  • Marcella Mastrorocco

    Quando parli dell’abuso di temporalità filmica nelle prime due puntate, forse io ho visto qualcosa di diverso. Le prime due puntate sono pervase dall’attesa. L’attesa del popolo che il Papa parli, l’attesa del clero che agisca, l’attesa di Lenny che ora che è Papa i suoi genitori si facciano avanti e vengano a chiedergli scusa. L’attesa del pubblico che un Papa giovane finalmente ribalti la Chiesa sottosopra …. Però questo l’ho capito dopo nelle puntate successive, solo quando Lenny inizia ad agire. A me è piaciuto tantissimo come Sorrentino ha rappresentato l’attesa e come l’ha fatta crescere anche dentro di me, che già mi aspettavo il Gesù del libro “A volte ritorno” e poi non c’entrava niente. Bella la tua recensione, conto sul fatto che ce ne saranno altre nel corso della serie. ciao!

    • Piero Passaro

      Ciao Marcella grazie per aver letto ed apprezzato l’articolo! Ovviamente tutto ciò che ho argomentato è stato tratto dalle prime due puntate, è stato un resoconto di come Sorrentino ha gestito la serie in quanto tale. Diciamo una riflessione del suo esordio a questo formato a lui sconosciuto più che la serie stessa. Comunque avrei dovuto sottolineare meglio come fosse limitato questo articolo alle due sole prime puntate. Magari a stagione conclusa provvederò con un altro articolo più concentrato sugli aspetti della trama e dello stile.Ti saluto e ti ringrazio ancora.