Solidarietà e cooperazione come pilastri pericolanti

Per l’Europa, sembra che la luce alla fine del tunnel sia ancora lontana. Una fortezza contro cui i cannoni sparano da ogni parte, aprendo e ampliando crepe. Al suo interno c’è confusione, si tentano risposte aventi portata più simbolica che di fuoco. Eppure basterebbe coraggio, e l’abbandono di una realpolitik puramente economica per unire il pragmatismo ai valori fondanti dell’Unione. Ma d’altra parte tutto ebbe inizio così: quel 9 maggio del 1950 Robert Schuman non fece una dichiarazione di intenti che si esaurivano nell’ideale, ma una proposta politica che univa solidarietà e pragmatismo, una realpolitik ideale.

Prendiamo l’ultimo ping-pong di battute tra il governo italiano e la Commissione. Il Patto di Stabilità e Crescita è la manifestazione più alta di un’Europa che pretende di avere una omogeneizzazione delle sue economie pur avendo basi economiche strutturali molto diverse tra uno Stato Membro e un altro. Allo stato dei fatti, l’UEM (Unione Economica e Monetaria) possiede una forte “M” e una debole “E”. Lo scontro tra la diversità economica e l’imposizione di una politica economica univoca è alla base della lettera comunitaria inviata non solo all’Italia, ma ad altri sei paesi dell’Unione. Il Patto di Stabilità e Crescita segue un’impronta tipicamente tedesca, che per storia e tradizione ha sempre posto tra le massime priorità il contenimento dell’inflazione e del debito pubblico. Da qui la richiesta di spiegazioni per quello 0,1%. È sempre bene tenere a mente le politiche super espansive con cui gli americani riescono in poco tempo a risalire la china, seppur provocando livelli di deficit molto alti nel breve periodo. Ma di nuovo, gli Stati Uniti sono una confederazione di Stati, e questo gli permette di utilizzare politiche economiche di questo tipo.

da (www.newnotizie.it)
da (www.newnotizie.it)

Tentativi espansivi esterni ai trattati sono stati fatti. Uno su tutti il Piano Juncker, composto da 350 miliardi di euro, prossimi a raddoppiare, dedicati agli investimenti sul territorio europeo. Il problema è che il Piano non prevede investimenti nel sociale, nelle infrastrutture, nell’innovazione, nell’educazione, perché costretto dal Patto di Stabilità e (dubbia) Crescita sopra citato. Oggi l’Europa si rivolge alle prese di posizioni teoriche dando le spalle ai problemi concreti dei suoi cittadini: i salari, il potere d’acquisto delle persone e la conseguente domanda interna sono arenati perché l’Unione sta spingendo tanto sulla necessità di avere una bilancia di pagamenti sana. Una grande pressione sull’import-export nonostante il 70% del PIL dell’Unione di basi sulla domanda interna, ora ferma. A conferma di questo, nel Regno Unito, le regioni che votarono per la brexit non sono state quelle che ricevevano i migranti, ma quelle dove il tasso di disoccupazione era più alto. Al contrario, tra coloro che hanno votato per restare, il tasso di accoglienza dei migranti era maggiore. Dei 350 miliardi previsti dal piano Juncker, 116 sono stati spesi per le piccole e medie imprese, una spesa che già la Banca di Investimenti Europea è impegnata a fare: questi miliardi stanno andando ai paesi che già ricevono soldi dalla EIB, mentre i più bisognosi, come Grecia e Portogallo faticano a riceverne.

L’europeismo giovane sopravvissuto al terremoto

Spesso tendo ad avere molta fiducia nelle giovani generazioni, in cui l’europeismo si attesta su livelli alti. Un paradosso fortunato e insperato, visto che le calamità politiche che si stanno abbattendo sul vecchio continente hanno come principale vittima i giovani. Se l’Europa vuole rilanciarsi, deve rilanciare loro. Ma il sostegno non passa dal regalare inter-rail gratis ai diciottenni, perché questo resterebbe un’opportunità che esclude i meno agiati, che non potrebbero comunque sostenere le spese di vitto e alloggio in un paese estero per più settimane. Servono misure più efficaci, più strutturali, che incentivino le imprese ad assumere giovani, che incentivino i lavoratori esperti a condividere il loro lavoro, compreso di tempo e salario, con un apprendista, come facevano gli artigiani di un tempo. Pensare al futuro per l’Europa dei giovani produce insicurezza, paura di non riuscire ad emanciparsi per questioni di opportunità. Ai vertici piace sempre inserire i giovani nei propri discorsi pubblici, ma poi si taglia di un terzo il budget dello “Youth Guarantee Investment Plan” che aiuta i giovani ad inserirsi nel mondo del lavoro. Servono misure concrete, sostegno economico vero. Investire su di noi per investire sull’Europa.

Il coraggio per uscire dal pantano legale e politico serve anche riguardo alla politica di immigrazione. La Commissione non può irrigidirsi di fronte alle spese che l’Italia, la Grecia, la Bulgaria sostengono nei programmi di prima accoglienza. È come il capomastro di una bottega di vasi che rimprovera l’artigiano che non lavora bene, seppur non fornendogli la ceramica necessaria. Un’Europa che resta impotente di fronte al veto di un cinquantesimo della sua popolazione è un’Europa non democratica e poco credibile. Serve più coraggio: non possiamo accettare che gli stati che traggono beneficio dall’UE non accettino di dare, ospitare e aiutare nel momento del bisogno.

Ma al di là del pensiero c’è l’azione, ed essa non può manifestarsi in accordi come quello con Turchia e Afghanistan, in cui l’Unione ha contraddetto i principi alla base della sua esistenza. Le soluzioni spesso risiedono nelle proposte già presentate dalla Commissione. In primo luogo, imporre ai paesi che non vogliono ospitare il pagamento di una somma ai paesi che sorreggono il peso dell’accoglienza; utilizzare il Fondo di Sviluppo Regionale Europeo, che da sempre aiuta le regioni europee meno sviluppate, per supportare le regioni che ricevono i richiedenti asilo. Seppur sia evidente che la solidarietà resta una delle perdite più gravi a seguito della crisi finanziaria, è inaccettabile che i confini esterni rimangano nazionali. Se questi ultimi fossero Europei, infatti, il Trattato di Dublino assumerebbe totalmente un altro connotato. Ma quest’ultimo spesso viene violato a causa dell’assurdità dei suoi vincoli, i muri costruiti dai paesi balcanici contraddicono su tutti i Principi Generali dell’Unione, i principi fondamentali di cooperazione del Trattato sull’Unione Europea e la Convenzione di Ginevra del 1951. Su tale base, aprire procedure di infrazione è sicuramente una misura da considerare.

Il ponte tra democrazia e dittatura e l’incompiuta demos europea

Gli eventi degli ultimi giorni rappresentano emblematicamente le difficoltà europee. Prendendo l’accordo CETA con il Canada, per esempio, seppur dovesse essere firmato e ratificato, resterà la perdita di credibilità di un attore internazionale composto da mezzo miliardo di persone, fatto tacere da 4 milioni tra i suoi abitanti. Indipendenza legale significa indipendenza politica e reputazione internazionale come forme di soft power. Senza queste l’Europa non può sperare di riformarsi. Dall’altra parte, le barricate di Goro e Gorino di qualche giorno fa rappresentano la sfumatura non solo culturale, ma anche amministrativa della crisi migratoria. È facile, forse troppo, sostenere che i cittadini delle due provincie siano lontani da ogni valore umano possibile e condivisibile. Oltre a questo c’è altro, c’è la difficoltà di uno Stato sordo, che non sa gestire un sistema di accoglienza, che oltre a lasciare la gran parte del peso sulle spalle dei volontari, non comunica con le realtà locali. Le strutture imprenditoriali vitali per piccole cittadine, devono essere parte dei progetti che li coinvolgono, prevedendo un indennizzo per il servizio prestato e delle facilitazioni per svolgere al meglio la propria parte. Non si è  mai vista una cooperazione che non preveda il sostegno di tutte le parti in gioco, una cooperazione unilaterale. E questa sordità attraversa tutta la scala delle realtà politiche: comuni, provincie, regioni, Stati, Unione Europea. Se i momenti di difficoltà vengono gestiti con pragmatismo solidale, se ne esce più forti. E non crediamo che la crisi odierna non abbia precedenti: per esempio, a seguito della dissoluzione della Jugoslavia, l’Unione ricevette 400 mila rifugiati, che tornarono nei loro paesi una volta conclusa la guerra.

da (www.etnomediterranea.org)

L’Europa deve ripartire da qui, sfruttando tutte le possibilità legali che i trattati le offrono per imporre i valori di solidarietà e cooperazione senza i quali non c’è benessere. Invitato ad una conferenza organizzata dall’Istituto Jacques Delors, il Presidente della Commissione Juncker ha affermato che: “Non è tempo per gli Stati Uniti d’Europa, la gente non vuole gli stati uniti d’Europa”. Di fronte ad una considerazione difficilmente confutabile, non è però giustificabile fermarsi. I cittadini non vogliono gli Stati Uniti d’Europa perché l’Europa non è ancora riuscita a manifestare il suo potenziale, a comunicare con i suoi cittadini, ad investire sui loro bisogni concreti. Un’Unione più forte passa per la creazione di una demos Europea che ora non c’è. Ma è necessario dimostrare che è un bene crearla, se vogliamo che la fortezza regga e torni a prosperare. In momenti di crisi come questo, in cui il pessimismo rispetto alle prospettive europee mi assale, penso alle Memorie di Jean Monnet del 1976 quando disse che “L’Europa si costruirà nelle crisi, e dalle soluzioni che apporterà a queste crisi”.

Adriano Bolchini

© riproduzione riservata

CONDIVIDI
Articolo precedenteCosa è successo nel gp della Malesia, Sepang
Prossimo articoloLa crisi di Rachmaninov
Nato il 12 gennaio 1996 a Varese, studia Scienze Politiche a Siena. Poco affascinato dalla politica interna, molto dalla politica internazionale e dalla diplomazia. Affamato, oltre che di qualunque cosa abbia a che fare con il buon cibo, di esperienze e conoscenza, per arrivare un giorno ad essere capace di cambiare qualcosa in meglio. Ha propensioni per tematiche tanto importanti quanto poco trattate dai giornali, per suscitare spunti di riflessione e stimolare il valzer delle idee.