La crisi di Rachmaninov

“Nel mezzo delle difficoltà, nascono le opportunità”, così affermava Einstein circa un secolo fa e chiunque di noi, chi più chi meno può verificare la veridicità delle sue parole. Ma c’è stato un signore che poteva farlo meglio di tutti noi, quel signore è stato uno dei più famosi compositori, pianisti, nonché direttori d’orchestra russi del secolo scorso o forse dell’intera storia musicale russa; il quale, dopo un periodo della vita in cui la sua creatività compositiva sembrava ormai svanita, in seguito ad un singolare incontro vide il suo estro creativo sbocciare nella musica che poi andrà a formare il suo secondo Concerto per pianoforte e orchestra. Quel signore rispondeva al nome di Sergej Rachmaninov e questa è la curiosa storia che lo vide protagonista.

Era la sera del 27 marzo del lontano 1897 e il pubblico sedeva comodo nella Sala grande del Conservatorio di Mosca, discuteva allegramente di fatti di poca importanza mentre attendeva con trepidazione di ascoltare la musica della prima sinfonia del giovane Rachmaninov, all’epoca appena ventiduenne. Ad essere in attesa era anche lo stesso compositore, infatti la rappresentazione dell’opera non fu affidata a Rachmaninov stesso, ma ad un altro noto compositore dell’epoca, il maestro Glazunov. Nonostante il maestro in altre occasioni eseguì il suo lavoro di direzione orchestrale a pieni voti, basti pensare alla direzione della prima sinfonia di Balakirev, in questa occasione, per motivi che non ci è dato sapere (alcune voci di corridoio affermavano che il maestro avesse alzato un po’ troppo il gomito prima dell’esibizione), l’orchestra fu come una nave senza timoniere, portando l’esibizione verso il fallimento completo. Le critiche non tardarono ad arrivare e severi giudizi si fecero sentire da ogni angolo del panorama musicale dell’epoca. Lo stesso Rachmaninov ebbe da offrire pesanti accuse al maestro Glazunov, “Sono sorpreso che un uomo di così grande talento possa dirigere così male” tuonò in tutti i suoi due metri di altezza.

La crisi.

Sebbene Rachmaninov non ebbe responsabilità dirette con l’accaduto, questo fatto ebbe ripercussioni enormi sulla sua attività compositiva. Alcune fonti riportano che abbia avuto un vero e proprio esaurimento nervoso a causa delle aspre critiche, soprattutto da parte di Korsakov, maestro di Glazunov, nonché autore del celeberrimo “Volo del calabrone”, che come il protagonista dell’appena citata composizione non perse l’occasione per pungere l’animo di Rachmaninov.
Non mancarono neanche le critiche di uno dei suoi maestri, Sergej Taneev, e nemmeno quelle di Cesar Cui, un importante membro del “gruppo dei cinque”. Rachmaninov si vide così attaccato da molti fronti e questo creò in lui un senso di profondo smarrimento e inquietudine. Tutto ciò determinò un pesante blocco creativo che lo seguì per tre lunghi anni e lo sconforto fu tale che fece persino sparire gli spartiti della prima sinfonia, i quali furono ritrovati soltanto un anno dopo la sua morte, ovvero nel ‘44. Si può intuire il suo stato d’animo in una frase di una lettera che inviò ad un collega, “Ero come un uomo che avesse subìto un colpo e che per lungo tempo avesse perduto l’uso della testa e delle mani”. Oltre a tutti questi tristi avvenimenti che pesavano sulla sua sfera artistica, come se non bastasse se ne aggiunse un altro che gravò sulla sua sfera sentimentale. Rachmaninov era profondamente innamorato di una sua cugina e desiderava con forza di averla come moglie, ma la chiesa ortodossa dell’epoca non consentì il loro matrimonio, facendo così sprofondare il compositore in una crisi interiore ancora più intensa.
Anche se la sua attività compositiva non diede frutti per diverso tempo, la sua attività di direttore d’orchestra non conobbe particolari ostacoli o interruzioni. Divenne direttore d’orchestra al teatro Bolscioij di Mosca, eseguendo opere di Čajkovskij, Gluck, Bizet ed altri. Inoltre diresse opere anche a Londra. Nonostante quindi la sua attività di direzione orchestrale non presentò difficoltà, i suoi colleghi e amici più vicini, insistevano sul fatto che avrebbe dovuto ricominciare a comporre, ma lui come un ragazzino testardo non ne aveva la minima intenzione; anche se come lui stesso affermava, “comporre è una parte essenziale del mio essere, come respirare o mangiare”. Neanche l’incontro con la lunga barba ispiratrice di Tolstoj riuscì a fargli macchiare il pentagramma con qualche nota.

La rinascita.

La sua vita procedette relativamente tranquilla, senza grandi eventi degni di nota, finché un giorno non si decise ad incontrare un noto ipnoterapeuta, un certo Dahl. Alcuni asserirono che fu sottoposto a varie sedute di ipnosi, altri che andasse da lui solo per discutere diffusamente di arte e musica, dato che il dottore era un musicofilo e un violoncellista amatoriale. Sta di fatto che l’entrata in scena di Dahl cancellò le preoccupazioni e i disagi che affliggevano il compositore ormai da anni e diede linfa vitale alla sua creatività. Inoltre, grazie all’intervento di un sacerdote dell’esercito, riuscì a sposarsi con sua cugina, ridando al compositore rinnovata serenità. Così Rachmaninov si mise presto a lavoro e dopo breve tempo concluse quello che sarebbe stato, non solo uno dei suoi più famosi Concerti per pianoforte e orchestra, ma una delle più apprezzate e riproposte opere nel panorama concertistico mondiale. Il concerto integrale (integrale perché inizialmente, un anno prima, furono presentati solo il secondo e terzo movimento) fu presentato al pubblico il 9 novembre 1901 alla Società Filarmonica di Mosca con l’autore al pianoforte. Chiaramente questa volta la direzione non fu affidata al maestro Glazunov il quale poteva alzare il gomito senza troppe preoccupazioni, ma al cugino di Rachmaninov stesso, un certo Alexandr Ziloti. Come si può facilmente immaginare il compositore di Onega dedicò questo concerto a colui che indirettamente lo fece nascere, ovvero al dottor Dahl. È grazie a quel dottore che oggi siamo in grado di ascoltare un’opera forse tra le più mature del compositore russo, ricca di espressività, in grado di emozionare e stupire.

Chissà come sarebbero andate le cose se non fosse successo tutto questo, se non fosse stato travolto dalle critiche, e non avesse passato quel periodo di aridità compositiva. Chissà se il nostro compositore russo sarebbe giunto allo stesso risultato; non lo sapremo mai. Forse ha ragione Terence Fletcher nel film “whiplash”: non c’è nulla di più pericoloso delle parole, “buon lavoro”.

 

Filippo Argentati
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