Già definire cosa sia la sinistra è un’impresa ardua, capire cosa possa essere un centro-sinistra di governo è un lavoraccio che lasciamo volentieri ai più fini politologi. È curioso, in ogni caso, notare come la maggiore forza di opposizione di massa del Novecento sia riuscita a piazzare i propri uomini, alle soglie del Terzo millennio, nei maggiori scranni di potere, dando vita a quello che è l’odierno Partito socialista europeo (Pse).

Ricapitolando: il centro-sinistra governa in Italia, Francia, Grecia, Portogallo, Austria, Svezia, oltre a Germania, Belgio e Irlanda (in coalizioni). Un risultato notevole, nell’Europa capitalistica, per i partiti nati in funzione anticapitalistica. Senza considerare che il Pse ha conquistato per quattro volte la Presidenza della Commissione europea, il governo dei governi, il Cupolone di Bruxelles. Siccome non risulta che il socialismo abbia trionfato in Europa, se ne deduce che è la sinistra ad essere cambiata, e anche di molto.

La sinistra francese, di nobile e prolifica tradizione, quella del Maggio ’68, di Jean-Paul Sartre, Gilles Deleuze e Albert Camus, la Francia di The dreamers, ha partorito i Francois Hollande. La sinistra italiana, di altrettanto nobile tradizione, quella di Gramsci e Pasolini, di Eco e Guttuso, domata da un partito figlioccio dell’Unione sovietica (almeno fino a Berlinguer), ha generato i Veltroni e i Renzi. Anche la sinistra tedesca non è da meno, se l’astro rosso dell’Spd è Martin Schulz. È evidente che qualcosa di molto brutto è accaduto nel passaggio da una generazione a un’altra, e non può essere semplicemente un difetto genetico generalizzato.

Ci deve essere qualche ragione profonda, qualche mutamento sostanziale, se i tutori dei lavoratori hanno finito per preferire le cene con i super-manager alle visite nelle fabbriche. Il primo strappo fondamentale è ovviamente la caduta dell’Unione sovietica. Quanto questo mutamento abbia inciso nella vita interna dei partiti di sinistra europei è facilmente intuibile: crollata l’URSS non c’è più motivo di temere, sul fronte interno, che la vittoria delle sinistre possa comportare un’alterazione degli equilibri geopolitici che sposti il baricentro dell’Europa verso l’Est oltre Cortina.

Fiutando quest’opportunità, è stata la sinistra a spostare il proprio baricentro verso il centro dell’offerta politica, così da proporsi come forza di governo senza quelle pesanti controindicazioni che un mondo diviso in due blocchi comporta. In Italia sarebbe scoppiata una guerra civile se il Pci avesse ottenuto le chiavi del governo: l’establishment occidentale non avrebbe mai permesso che governasse in un paese NATO la quinta colonna del nemico russo. Mai il Pci avrebbe potuto disporre della politica industriale e monetaria, dell’esercito, del seggio nei tavoli internazionali, rimanendo la propagazione della forza sovietica in territorio capitalistico.

Sussisteva una differenza antropologica tra la sinistra e le forze popolari e di destra che garantiva incomunicabilità e immunità reciproche. Diciamo la verità: il mondo in blocchi faceva comodo sia alle destre che alle sinistre. Le prime potevano invocare il pericolo sovietico per rimanere salde in sella (il caso italiano su tutti: cinquant’anni di democrazia cristiana), le seconde potevano fare opposizione senza alcuna riserva perché sapevano che non sarebbero mai state chiamate ad assumersi la responsabilità di governo.

Allora, cadute le dittature europee (Grecia, Spagna e Portogallo), sciolta l’Unione sovietica, portata a compimento l’integrazione europea, la liberaldemocrazia trionfa pressoché ovunque: per la sinistra continuare a fare la sinistra anticapitalistica e operaista diventa impossibile. Non resta che scendere a compromessi col nuovo corso storico e riporre in cantina le bandiere rosse, così da piazzarsi nei posti alti del potere, il che giustamente non dispiace a nessuno.

Se questo ragionamento è calzante per i paesi a forte popolarità comunista come Italia, Francia e, in misura minore, Germania (che era plasticamente divisa tra democrazia e socialismo reale), lo è meno per quei paesi come il Regno Unito e il trio scandinavo, dove l’ideologia comunista non ha mai attecchito. Questo fatto è dovuto in primis alla presenza di forti partiti laburisti e socialdemocratici che hanno dato l’impressione, alle masse lavoratrici, di avere un ruolo politico tutt’altro che marginale, decisivo per la costruzione di apparati di stato sociale (caposcuola il welfare state britannico).

In un contesto del genere appellarsi alla rivoluzione proletaria non sarebbe stato di alcuna utilità. Nel mutamento storico che si è descritto, però, anche in questi paesi il rimpasto dei posizionamenti politici ha prodotto uno sfaldamento interno alla sinistra. Sfaldamento dovuto anche alle sorpresine riservate dalla Thatcher e dai parametri europei, che hanno lasciato intuire a politici ed elettori di aver evidentemente sbagliato qualcosa.

Consumata la frattura, i partiti si apprestano a cambiare volto e leader, presentandosi pronti a governare. In questo mutamento la sinistra si vede costretta a rivolgersi a tutti i cittadini senza distinzione di classe, se vuole trovare legittimità. È la necessità concettualizzata da Walter Veltroni come «vocazione maggioritaria». Basta operai, basta ideologie: se si vuole governare bisogna parlare chiaro e bene, parlare a tutti e a nome di tutti. Non è concesso essere settari, se si vuole governare: bisogna scendere a compromessi, rinnovarsi. Ecco che inizia il nuovo corso della sinistra che, decidendo autonomamente di rinnegare sé stessa, si condanna a una lenta e dolce eutanasia, lasciando orfana quella parte di società di cui era rappresentante.

o-leader-socialisti-europei-facebookMolto intelligentemente Fulvio Abbate ha definito Renzi e i nuovi quadri del Partito democratico i «neomelodici veltroniani». Sono il frutto maturo della vocazione maggioritaria: palare a tutti in un paese moderato e cattolico vuol dire diventare moderati e cattolici. È la negazione della sinistra, chiaramente, ma dopotutto, cosa non si fa per governare. Che il partito erede del Pci sia finito in mano a un democristiano è una di quelle cesure che finirà sui libri di storia: significativa più per il suo carico simbolico che per l’effettiva portata politica.

Se anche la sinistra che, va detto, ha una sfiga immensa, avesse deciso, nel corso di questo strappo, di continuare a fare la sinistra, un altro impedimento le avrebbe ostacolato il cammino: l’Unione europea. Con un organismo sovranazionale burocratico e complesso che raccoglie a sé ventotto stati, facilmente permeabile dalle risorse finanziarie e lobbistiche dei grandi gruppi industriali, diventa impossibile che il rappresentante politico di classi subalterne riesca a ritagliarsi uno spazio d’azione.

Oltretutto l’azione tangibile e sociale della sinistra si esprime a livello nazionale, livello non sufficiente per far valere le proprie istanze. Supponendo pure che ci riesca, sarebbe uno sforzo vano, dovendo poi attenersi al “vincolo esterno”, cioè al dovere per ciascun governo di tener conto della convergenza delle politiche dei singoli stati europei. Laddove, per trasformare in realtà un proprio progetto politico, si devono attendere i pareri della Bce, della Commissione, dei principali partner; bisogna adeguarsi ai parametri economici, ai trattati, ai regolamenti, alle direttive, neppure il più popolare dei partiti riuscirebbe a fare alcunché. Questo è un problema che riguarda ovviamente tutti, non solo un’ipotetica sinistra.

Di fronte a questa impasse giustamente i partiti socialisti e laburisti europei si sono adeguati alle necessità, ma non gli è consentito per loro stessa natura. Dal loro punto di vista hanno fatto bene, e ci mancherebbe; gli elettori però si sono visti traditi. Ecco che si spiega il discredito pressoché totale di questi partiti in Europa (l’Italia come sempre fa eccezione) e la teorizzazione di una pretesa “mutazione antropologica” all’interno della sinistra. La verità è che non si è vista alcuna mutazione: i figli hanno le stesse facce dei genitori, solamente più mediocri. Mentre i genitori dovevano darsi legittimità sociale e culturale perché impossibilitati a governare, i figli non ne hanno bisogno. Governano perché tra loro e i vecchi nemici non c’è più quel muro di incomunicabilità.

Si spiega così anche la nascita dei movimenti cosiddetti populisti in tutti i paesi europei. Chiaramente il cittadino comune, sbattuto ai margini della società nel giro di pochi anni, preso atto che i vecchi tutori si sono girati dall’altra parte, si è rivolto a chi è in grado di dare qualche speranza. Non è un caso se in Francia parecchi elettori del Front national sono ex comunisti: cosa importa passare da sinistra a destra, se in ballo c’è la propria sussistenza? L’unica frattura politica oggi degna di considerazione è la lotta tra l’establishment tecnocratico, quel mondo industrial-finanziario internazionale e i relativi referenti politici, e il cittadino comune. Ciascuno si difende come può.

La verità è che oggi i partiti socialisti, che non rappresentano alcuna idea di socialismo, sono inutili se non dannosi. Altro non sono che il residuo di partiti di massa che avevano un senso quando le masse operaie da cui erano nati esistevano ancora. Oggi la loro esistenza politica è dovuta al fascino che ancora esercita l’idea di sinistra e all’aura di superiorità morale che a quell’idea molti cittadini e intellettuali hanno associato nel corso dei decenni.

Il terreno di scontro è tra i cosiddetti movimenti populisti e l’establishment tutto (nel quale rientrano anche i partiti socialisti), e con ogni probabilità le prossime elezioni vedranno aumentare il peso elettorale dei primi. Dove lo scontro si fa acceso e totale non c’è spazio per vie di mezzo: i partiti dichiaratamente pro-establishment, cioè i conservatori e i liberali, vedranno garantita la loro posizione; i movimenti populisti gli si piazzeranno dinnanzi per il duello.

Per i socialisti non ci sarà partita: si troveranno schiacciati tra i due poli e riusciranno a ritagliarsi un angolo solo grazie ad alcune idee che saranno in grado di rispolverare e sbandierare in campagna elettorale, per rosicchiare qualche voto alle liste più radicali. A meno che non cerchino di riappropriarsi del loro antico ruolo storico e si ripropongano come nuovo collante sociale: il che però è da escludere. Quando un coma è irreversibile, lo è per sempre.

Alessio Trabucco

© riproduzione riservata

CONDIVIDI
Articolo precedenteTrump, ovvero il tempo della disobbedienza
Prossimo articoloLe ragioni del Red Bull Lipsia
Nato a Pescara, vive a Bologna e ha soggiornato a Budapest. Scrive sulle pagine culturali e politiche di Versus e de L'intellettuale dissidente. Studia Economia, legge, scrive, ama il buon cibo, il vino e i sigari brentani. In compenso odia il conformismo culturale, il politicamente corretto e le ideologie politiche.