Lunedì 31 ottobre si è verificato un lutto significativo per la storia politica del nostro paese. Alla soglia dei 90 anni, è scomparsa Tina Anselmi, figura che potrebbe risultare sbiadita ai più giovani (compreso l’autore di questo articolo). Il motivo? A voler essere maliziosi, potremmo trovarlo in una scelta del soggetto in questione, avvenuta nei primi anni Novanta. Inusuale per il panorama politico italiano. La decisione volontaria di abbandonare la politica (e i relativi teatrini pubblici), in un paese dove è quasi raro vedere politici navigati abbandonare di propria volontà lo scranno del potere. Molti di essi, gradiscono “combattere per la sopravvivenza” finché non risulteranno sconfitti definitivamente da altri (è il caso di D’Alema e la sua polemica antirenziana?).

Tina Anselmi, attraverso la sua attività politica, ha dimostrato che cosa significa servire lo Stato senza abusare di esso per meri interessi personali o contrari all’interesse pubblico. Quest’ultima parola, nell’Italia del 2016 (anche se è una tendenza da svariati anni, va detto), pare aver perso qualsiasi significato. Chi dichiara di interessarsi alla cosa pubblica e alla valorizzazione dell’interesse collettivo, rischia di risultare un povero illuso. O un marziano, appena sbarcato sul pianeta Terra. Ecco, in tempi come questi, ricordare la figura politica da poco deceduta, potrebbe essere d’aiuto.

Tina Anselmi nacque a Castelfranco Veneto il 25 marzo del 1927, da una famiglia cattolica. Fin dalla sua adolescenza, fu perseguitata dal regime fascista, per alcune simpatie socialiste. Nella sua vita, non mancherà l’adesione al movimento resistenziale, sviluppatosi considerevolmente dopo l’8 settembre ’43 in tutta la penisola. Un evento peserà su questa scelta. 26 settembre 1944. Ci troviamo a Bassano del Grappa. La diciassettenne Tina, insieme ai suoi compagni dell’istituto magistrale, è costretta ad assistere all’impiccagione di trentuno prigionieri.

L’avvenimento spingerà la giovane studentessa ad entrare nelle file della Resistenza, con il nome di battaglia di “Gabriella”. Nel dicembre dello stesso anno, aderirà alla Democrazia Cristiana, allora guidata dal futuro presidente del consiglio Alcide De Gasperi. L’eredità dei valori resistenziali rimarrà una costante per tutti la sua vita. Tina Anselmi, negli anni successivi, racconterà la sua esperienza di partigiana in un libro e in numerosi incontri con gli studenti delle scuole. Quegli anni, rappresentarono un vero e proprio “percorso formativo”.

Spiegano il perché della sua militanza politica. Anselmi riteneva che la grande mobilitazione verificatasi nel biennio ’43 – 45 non dovesse terminare con la conclusione del conflitto. Riteneva importante (e inevitabile) che molte delle persone coinvolte dai terribili eventi della seconda guerra mondiale, contribuissero alla ricostruzione attiva del paese. A tal fine, iniziò una lunga carriera all’interno della DC, prima come membro del Comitato nazionale e vice delegato del movimento femminile, successivamente all’interno delle istituzioni.

La politica defunta, avviò un vero e proprio cursus honorum di tutto rispetto: deputata (1968), sottosegretaria al Lavoro e alla Presidenza sociale (1974) e ministro del Lavoro e della Previdenza sociale. Sarà la prima donna nella storia repubblicana ad essere titolare di un dicastero. La nomina, avvenne il 29 luglio 1976, all’interno del terzo governo guidato da Giulio Andreotti. In successivi governi presieduti sempre da Andreotti, ricoprirà la carica di ministro della Sanità. Nelle diverse vesti istituzionali ricoperte, la Anselmi riuscì ad apportare sostanziali modifiche, realizzabili quando la politica decide di concretizzare i propri obiettivi.

Due sono le innovazioni normative che portano la sua firma: la legge sulle pari opportunità (1977) e l’istituzione del sistema sanitario nazionale (1978). La lunga carriera politica, condita dai sopracitati ruoli pubblici conseguiti, pose l’esponente democristiana in una posizione di elevata credibilità agli occhi di molti. Arrivò quindi l’incarico più delicato per lei.

10 novembre 1981. Altra data cruciale. Tina Anselmi viene incaricata dall’allora presidente della Camera Nilde Iotti di presiedere la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2. La terza carica dello Stato fa affidamento su di lei per ricoprire un ruolo in cui moralità e trasparenza sono le parole d’ordine. Durante l’incarico, riceverà minacce e intimidazioni. Ciò non fermeranno il suo lavoro, foriero di risultati indubbi.

Nel 1983, la Commissione depositerà le proprie relazioni finali. Il materiale è tuttora consultabile liberamente. Ecco, il modo migliore per ricordarla, a nostro parere, è quello di dare un’occhiata a queste pagine, istantanee amare della nostra storia. Spesso tendiamo a nascondere i lati più oscuri e conflittuali del nostro passato. Riflettere su eventi che ci appaiono lontani, potrebbe farci comprendere meglio alcune problematiche che ci portiamo appresso da tantissimi anni (corruzione e “malapolitica”,ad esempio), frutto di determinate azioni e processi (mutabili, ovviamente). Oltre a rendere piena giustizia alla figura di Tina Anselmi, servitrice dello Stato, senza servirsi di esso.

Riccardo Pieroni

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