Chi ha votato Donald Trump

Intorno alle 7 di mattina, quando ormai gli occhi cominciavano a scivolarmi lentamente fuori dalle orbite e anche Mentana iniziava a dare i primi segni di défaillance, confondendo l’opinionista di Fox News con Megan Fox, continuo a ripetermi lo stesso mantra. Clinton non sarà l’alternativa convincente, ma dall’altra parte c’è pur sempre Trump. Trump. Donald Trump. Quello che spara a zero su messicani, afroamericani, donne e LGTB, senza risparmiare disabili, musulmani e ragazzini freddati dalla polizia. Uno che una volta ha atterrato con un cazzotto la star del wrestling Vince McMahon. Un biondissimo sceriffo egocentrico ed erotomane, a cui Silvio può giusto invidiare la gittata delle testate nucleari.

Tuttavia, la grandezza degli Stati Uniti sta anche in questo: nella volontà di scegliersi l’ending più assurdo e pirotecnico, non necessariamente happy. L’8 novembre 2016 verrà ricordato come il giorno in cui, contro ad ogni previsione o statistica, si è riaffermato il principio di cui si nutrono le democrazie e che sta anche alla base del Sogno Americano. Chiunque, con la legittimazione del popolo sovrano, può diventare Presidente. E il problema del popolo sovrano non è il suffragio universale, ma la mancanza di strumenti e di stimoli che lo convincano a farsi la levataccia ed aspettare, pazientemente e al freddo, in coda per ore davanti a un seggio.

Non a caso, il Paese che si picca di essere il maggior esortatore di democrazia al mondo ha un sistema elettorale tutt’altro che democratico. Basti pensare che, in un’abbondante fetta di stati americani, è obbligatorio presentare, il giorno del voto, una serie di moduli identificativi specifici che devono essere ritirati in apposite agenzie statali, a pagamento e in orari lavorativi. Inoltre, per tradizione, l’Election Day cade sempre il martedì del secondo lunedì di novembre. Per queste ragioni, unite al fatto che l’affluenza tende ad essere sempre più alta nei quartieri a componente etnica omogenea e a maggioranza bianca, non è difficile intuire come andrà a finire. Nei quartieri più poveri, dove le code alle urne sono più lunghe e gli aventi diritto al voto per lo più afroamericani e latini, spesso pagati a ore, andare a votare diventa un’impresa scoraggiante, che comporta la perdita di una giornata lavorativa.

Per non parlare del paradosso del sistema elettorale maggioritario, secondo cui il candidato che ha ottenuto più voti popolari (circa 170 000 in più nel caso di Clinton) può perdere le elezioni, per colpa della distribuzione dei collegi elettorali. Allora non possiamo stupirci che l’affluenza sia stata così bassa. Come ricorda Michael Moore nel suo profetico articolo sui cinque motivi per cui Trump avrebbe vinto, se le persone potessero votare dal loro divano, con le loro X-box o Playstation, la vittoria di Hillary sarebbe stata schiacciante.

Mentre Clinton era la candidatissima dell’establishment, che si è tuttavia trovata a fare i conti coi voti dati controvoglia dalle vedove tristi di Sanders e dai millenials, Trump ha potuto godere di un bacino elettorale meno variegato, ma sicuramente più agguerrito. Senza il sostegno del suo stesso partito, pur avendo i mercati contro e con il quasi totale biasimo della comunità internazionale (escludendo l’endorsement di Vladimir Putin e una manciata di personaggi non esattamente democratici, tra cui Viktor Orban, Kim Jong Un e Nigel Farage) è riuscito a portarsi a casa il consenso degli stati industriali e della classe media in declino, che si è sentita tradita dai democratici. Citando sempre Moore, Trump rappresenta l’ultimo baluardo del furioso uomo bianco, che sale prepotentemente al potere dopo due mandati di un Presidente nero, contro una candidata donna, in un’America che si stava aprendo alle rivoluzioni liberali, come unioni civili, maggior controllo sulla diffusione delle armi e l’applicazione norme ambientali più severe.

Non ha comunque senso prendersela con l’irresponsabilità degli elettori americani, visto che in ogni caso non sarebbe la prima volta che esercitano il loro diritto di voto in maniera pericolosa o quantomeno naif. In una delle fasi più delicate della Guerra Fredda, hanno rieletto Ronald Reagan, uno che ha armato i mujaheddin contro i russi in Afghanistan e i guerriglieri Contras per combattere il regime filocomunista del Nicaragua. E che dire dei due mandati di George W. Bush? Uno che dall’invasione dell’Iraq al rifiuto di sottoscrivere il protocollo di Kyoto, passando per i vari scivoloni interni in materia di diritti civili, si fa prima a tacere che ad elencarli tutti. Non mi sento di accusare la democrazia, perché è lo stesso sacrosanto, rischioso principio che ha legittimato Berlusconi per quattro legislature.

Ad ogni modo, l’elezione di Donald Trump è la dimostrazione lampante che le masse sono conservatrici per definizione. Che è lo stesso motivo per cui io stessa, stamattina, avrei preferito svegliarmi con la consapevolezza di essere seduta su una bomba intelligente come la Clinton, piuttosto che sono una mina antiuomo come Trump, sapendo che la prima esploderà, come ha già fatto in Libia e in Iraq (uno dei motivi per cui la candidata democratica non è particolarmente amata), ma almeno non in maniera indistinta e imprevedibile.

Se non altro, questo salto nel vuoto servirà a noi europei per uscire dalla logica che ci accompagna dai tempi del Piano Marshall e che vincola la nostra sicurezza a quella degli Stati Uniti. Dovremo abituarci a contare su noi stessi e vedere se sarà un successo, dal momento che la logica isolazionista del neo-eletto presidente sembra essere quella del marchese del Grillo: “Io so’ io e voi non siete un cazzo”.

Lucia Botti

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