Sing Street: meravigliosamente ottanta!

Quando i contenuti cinematografici possono diventare delle piccole gemme di autenticità narrativa, la magia che il soggetto riesce a comunicare al pubblico riveste un ruolo di forte impatto, sia nei contenuti che nella riuscita caratterizzazione dei protagonisti. Con Sing Street, il regista John Carney ha saputo amalgamare alla perfezione tutti gli ingredienti, partendo da una storia che ci parla con un linguaggio sospeso tra due epoche; il presente e un passato, tra i più nostalgici e caratteristici che si possano definire. Ma il pregio migliore del film è quella sottile surrealità degli eventi, trasposti in quell’acerbità che non vuole appesantirsi dei problemi degli adulti e che parla magicamente con il proprio linguaggio, innocente e puro. Nel 2007, Jason Reitman ha saputo raccontare le problematiche analoghe di un’età immersa nelle proprie difficoltà quotidiane, regalandoci quel cammeo di Juno, presentato analogamente al Festival del cinema di Roma e che ha affascinato i più scettici della critica, conquistando il premio Marco Aurelio come miglior film. Tutto riversato sulla spontaneità recitativa di Ellen Page e Michael Cera, laddove una maternità indesiderata può riuscire a colorarsi ugualmente di rosa e risultare piacevolmente credibile.

La nostra storia inizia a Dublino, tra le mura domestiche di una famiglia popolare, forse con qualche litigio di troppo, sulle spalle di tre fratelli dai caratteri delineati e decisi: Conor (Ferdia Walsh-Peelo), Brendan (Jack Reynor) e Ann (Kelly Thorton). Hanno tutti una cosa in comune, ovvero quell’amore per l’arte che ognuno riesce a esternare con misurata determinazione, nell’unico ostacolo rappresentato da due genitori accomodanti ma troppo presi dalle loro incompatibilità, senza però addossarle sulle spalle dei figli, mantenendo quell’attaccamento morboso che continua a farli sentire protetti, ma consapevolmente ansiosi di realizzarsi. Partendo dal fratellone maggiore Brendan, amante del rock e fervido sostenitore dei tumultuosi cambiamenti di un panorama pop in costante crescita, tra le note di Rio dei Duran Duran e la romanticità degli Spandau. L’unico cruccio è quell’amore materno che gli ha impedito di staccarsi dal nido domestico, obbligato da una madre apprensiva (l’attrice Maria Doyle Kennedy, già vista giovanissima nel The Commitments di Alan Parker), forse consapevole che certi distacchi possono portare più delusioni che conferme. Poi c’è Ann, dolce e aspirante architetto, che non accetta la remissività del fratello ma che ne condivide le potenziali conseguenze di troppe rinunce. Quella che si vede costretto il quindicenne Conor, passando ad una nuova scuola cattolica per una crisi economica che vede piegare non solo i propri genitori, ma il popolo irlandese del periodo, sognando Londra come terra delle felici opportunità.

Sing Street 2L’impatto con il nuovo ambiente scolastico è un cliché di irrilevante peso per il giovane, immerso nelle sue “scarpe marroni” e con la testa nella sua musica, annotando parole di canzoni che aspettano solo di poter prendere forma concreta. E l’occasione arriva quando conosce Raphina (Lucy Boynton), giovane aspirante modella in cerca di un agente, innamorandosene al punto di formare quel tanto agognato gruppo musicale, ingaggiando compagni di scuola che si piegano alla sua vena in continuo mutamento, proclamandosi un futurista che deve al fratello le dritte giuste per rinvigorire le sue abilità di chitarrista e cantante di una band. La capacità del regista John Carney, con Sing Street, è proprio quella di amalgamare la sua adolescenza adattandola ad una storia fresca e intelligente, in un periodo in cui la musica commerciale dava più peso all’immagine a scapito di quella qualità che solo i gruppi più originali riuscivano a mantenere. Ed è per questo che la colonna sonora attinge dal sound delle band più prestigiose del periodo, passando dai Cure ai Jam, dai Motorhead ai Duran di Simon Le Bon, mentre la magia di quell’amore inseguito si lascia cullare da una rinata Take on Me (del gruppo norvegese degli a-ha) su di un tappeto di note soft suonate al pianoforte.

Sing Street 3Il risultato è, dunque, apprezzabile, laddove i riferimenti stilistici del periodo si miscelano abilmente tra cinema e musica, senza appesantire un ritmo che trae vigore proprio dalla giusta dimensione lasciata al buon gusto dell’immagine, in quei video girati “sulla strada”, con metodo e intelligenza, proprio come gli originali degli ’80, quando il new romantic era quasi un ritrovato stile di pensiero e il grunge sapeva adattarsi alle nuove leggi del mercato discografico. Alan Parker c’era riuscito agli inizi del novanta, girando un analogo The Commitments, sulle spalle di quei ragazzi di periferia che volevano riportare il sound del corposo Soul tra i locali di Dublino, tra i brani di Mack Rice e Wilson Pickett, trovando la stessa Maria Doyle Kennedy nel ruolo di una delle affascinanti giovani coriste del gruppo. Questo significa che, infondo, la morale dei giovani è sempre alimentata dalla stessa scintilla emotiva, anche se le mode possono segnare nuove tendenze e la musica cerca di alimentare nuove correnti di stile. John Carney ha saputo regalarci un momento di romanticismo che noi tutti sappiamo apprezzare, non solo per quei quarantenni a cui il film è implicitamente dedicato, lasciandoli cullare in quel ricordo inciso in quei vinile che hanno decisamente tracciato la storia della musica pop.

Paolo Arfelli

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