La domanda più diffusa all’indomani della vittoria elettorale di Donald Trump è stata: “Com’ha fatto a vincere?”. Con una meccanica analoga alla Brexit di giugno, il treno in viaggio sulle solide rotaie dirette verso un apparentemente naturale successo democratico ha improvvisamente deragliato, generando una rara forma di incredulità popolare.

Come per il referendum britannico, media e politica hanno da subito iniziato ad arrabattarsi nella ricerca delle ragioni, e questa volta l’impatto è stato talmente forte da aver portato in dote persino una serie di inedite ammissioni di colpa da parte dello stesso circo mediatico. Traditi dalla tecnologia, dagli infallibili algoritmi sulle previsioni di voto e da sondaggi che, salvo per qualche giorno a cavallo della nuova inchiesta FBI sulle mail di Hillary, non avevano mai svelato possibilità di risultati ambigui, “I media non si sono accorti di quello che accadeva intorno a loro”, come ha scritto chiaramente Jim Rutemberg del NYT.

Il fallito storytelling pro-Clinton, attentamente evidenziato qui su Versus nei giorni scorsi, si è rapidamente riadattato a nuove forme di narrazione altrettanto limitate, che individuano le ragioni del successo di Trump nell’inadeguatezza della candidata democratica (eletta dal voto popolare delle primarie), nella miopia giornalistica e politica verso il crescente malessere dell’elettorato operaio e nell’aiuto dei social network, rei di non aver ostacolato la circolazione di bufale xenofobe e razziste filo-trumpiane. Ma la vittoria di Donald Trump è una questione un po’ più complessa, direbbe qualcuno, e nessuna di queste ragioni basta da sola a individuarne le radici, né ad ottenere le risposte che si attendono dagli establishment (repubblicani compresi) sconfitti di nuovo e su nuove latitudini.

c_2_fotogallery_3006395_0_imageMa non sono solo le determinanti politiche ad assimilare l’exploit di Trump al sì alla Brexit. Il grande minimo comun denominatore è la reiterata reazione di stupore. Lo stupore della gente, oltre che dei media e delle forze politiche. Lo stesso stupore che io provavo ai tempi del berlusconismo, quando sembrava che gli elettori di Berlusconi si materializzassero soltanto dentro i seggi elettorali. Perché se la maggioranza va in una direzione ci sembra che tutti si chiedano “com’è potuto succedere?”. Una possibile risposta sta nell’influenza dei media digitali sulla nostra rete relazionale.

Nel libro Tweets and the Streets, il sociologo Paolo Gerbaudo scrive che i media digitali inducono gli utenti a creare dei like-minded social circles, ossia una rete di relazioni che rispecchia i propri interessi, i propri gusti e più in generale la propria visione del mondo, amplificando quelle che definisce le nostre “elective affinities”. Il concetto di affinità elettive, da un punto di vista sociologico, nasce in realtà negli anni ’70 con gli studi sul consumo culturale di Bourdieu. Secondo lo studioso francese, ognuno è portatore di un habitus, un sistema di schemi percettivi automatici che sta alla base della riproduzione sociale. L’habitus è ciò che incorpora il capitale culturale ed economico di ogni persona e lo rende visibile (attraverso abbigliamento, consumi culturali, linguaggio, etc.), ponendosi alla base di amicizie e relazioni sociali. Queste, infatti, spesso non si baserebbero su un’unione di intenti, gusti o interessi (appunto, le affinità elettive), quanto sulla decifrazione inconscia di un portato espressivo simile, che è il simbolo della propria appartenenza di classe.

Il pensiero di Bourdieu è legato ad una realtà molto diversa dalla nostra. Quella odierna è una società figlia della globalizzazione, una società liquida in cui consumi culturali e classi sociali si confondono, una società in cui le classi meno abbienti frequentano il teatro tanto quanto quelle più agiate guardano X-Factor. Ma in riferimento al rapporto fra reti sociali e social media il suo discorso acquisisce nuova linfa.

1014_mark-zuckerberg-e1413303739290-1940x1091Piccola appendice. La potenza dei media digitali sta nella costruzione di algoritmi di indicizzazione sempre più precisi. Gli algoritmi sono gli strumenti che servono ai grandi attori del web (Facebook, Google, Amazon) per indirizzare gli utenti verso proposte e scelte sempre più precise. Con precise si intende il più possibile in linea con i nostri gusti e interessi, a loro volta specchio dello storico delle nostre esperienze e delle ricerche digitali che operiamo quotidianamente. Tanto è, che si tratti di consigliare un libro da acquistare, una notizia da leggere, un’amicizia da stringere, o una pagina da seguire.

Oltre che luoghi di incontro e di condivisione, anzi, proprio in quanto tali, i social media sono diventati ormai da anni una grande vetrina di comunicazione politica. Una leva cruciale con nuove regole e linguaggi, talmente critica da incrinare la voce di chi ne ha sottovalutato il potenziale (uno a caso, Berlusconi) e da amplificare quella di chi invece l’ha ben interpretata (uno a caso, Renzi). Sui social scorrono fiumi di parole con contenuti politici e di informazione sia dalle pagine delle testate giornalistiche che attraverso quelle di politici, istituzioni e personaggi noti. Specie fra i giovani c’è chi percepisce i social network come vere e proprie fonti di informazione, ma in generale sono a tutti gli effetti spazi di diffusione di informazione e di creazione di opinione pubblica. Una grande edicola continuamente costruita e rimodellata in base ai nostri gusti.

Basterebbe chiedersi quanti (pochi) personaggi di orientamento politico diverso dal nostro fanno parte dei nostri seguiti su Facebook o su Twitter per capire il senso del discorso. Un algoritmo non fa distinzione tra un’azienda, una pagina con fini commerciali e un politico, ma tratta un’inserzione al pari di una merce e la recapita laddove c’è più probabilità che quella merce venga acquistata, ossia dove è più probabile che quell’idea venga condivisa. E ovviamente, oltre alle pagine ufficiali, ci siamo noi, “normali” utenti con le nostre cerchie di amici che molto spesso tendono ad assomigliarci per gusti, linguaggio e pratiche socioculturali. Più ci somigliamo, più ci apprezziamo, più siamo presenti sulle rispettive bacheche, fungendo da cassa di risonanza delle idee a cui aderiamo, senza accorgerci che frequentiamo quasi sempre le stesse: le nostre, semplicemente rimodulate.

Il risultato è che il nostro mondo finisce per ridursi per dimensione e per complessità sulla base di una stringente dicotomia che si regge sull’adesione o meno alle nostre stesse opinioni, dalla quale il contraddittorio viene quasi sempre oscurato. Un mondo iper-semplificato e corrotto da lenti che raramente ci mostrano chi non la pensa come noi. Un mondo che ci lascia convincere di far parte di una maggioranza che dovrebbe formarsi intorno alla nostra visione del mondo e che ci lascia increduli quando scopriamo un “altro” così grande col quale dialoghiamo così poco. Un “altro” quasi invisibile e per questo difficile da conoscere. Ed è anche per questo che, fra le altre cose, siamo ancora in tanti a chiederci: “ma com’ha fatto a vincere Donald Trump?”.

Francesco Bonifacio

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Nasce a Pescara nell'aprile del 1993. Frequenta le scuole nella sua città e l'università a Bologna, dove si laurea in Marketing nel 2015. Appassionato di economia e delle scienze sociali, ama leggere, scrivere e viaggiare. Crede religiosamente in Fabrizio De Andrè, odia i bicchieri di plastica e il volume dispari dell'autoradio.