Bologna Modern, raccontare la musica classica del futuro

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Quando si parla di musica classica non si sbaglia mai nel riconoscere i nomi dei grandi maestri che ne hanno fatto la storia. Anche i meno appassionati e poco frequentatori dei teatri e sale da concerto, avranno, almeno per sentito dire, orecchiato un “Mozart”, un “Beethoven” o un “Rossini” (personaggi che con la prepotenza della cultura di massa hanno subìto tutti gli sfruttamenti immaginabili). Ma se per esempio, chiedessimo – oggi – se la musica cosiddetta “classica” esista ancora, se si scriva ancora musica “classica”, otterremmo probabilmente delle risposte piuttosto vaghe e confuse, se non addirittura delle negazioni perentorie.

Cosa sia diventata – oggi – la musica classica storica (quella che evolvendosi è sopravvissuta fino a noi, cambiando nome in “contemporanea”) non è probabilmente cosa chiara a molti giovani musicisti. Se chiedessimo a loro qualche nome di compositori contemporanei (viventi), saremo fortunati se ne conoscono più di qualcuno. Sembra, in effetti, che ci si preoccupi di più a formare esperti interpreti del passato, che a fornire alle nuove generazioni di musicisti e ascoltatori gli strumenti adeguati per conoscere la musica coscienti del tempo in cui vivono. Ma non si può ovviamente pretendere troppo da chi, per mancanza di tempo o di volontà, poco si preoccupa di istruire ed educare ai nuovi tipi di musiche, diversi dalla “classica” musica da concerto, costringendo a delegare il tutto all’iniziativa personale. Alla fine sono solo problemi di definizioni: “musica contemporanea” non è altro che una categoria del genere “musica”, come vale lo stesso per il genere “classica”: esiste musica scritta nel lontano passato, nel passato più recente, musica scritta ieri e musica che viene scritta oggi. Le definizioni variano e possono slittare al piacere di chi le usa per altri scopi; si può chiamare musica tutto quello che si ascolta con l’intenzione di ascoltare musica.

La tendenza generale degli enti spettacolari nell’ultimo secolo, almeno in Italia, è stata quella di trasformarsi da enti di produzione teatrale a enti di conservazione museale. I titoli originali e le novità proposte in un calendario stagionale qualsiasi si contano sulle dita di una mano. O non si contano affatto! Si preferisce continuare a imbonire un pubblico con nomi e titoli di collaudata efficacia, per assicurarsi la serata con le spese e almeno rimanere a galla. Già, perché – purtroppo è così – in Italia i piccoli teatri non hanno speranza (e il loro numero si sta abbassando progressivamente), mentre quelli che ricevono sovvenzioni dal governo sono sempre costretti a tirare le cinghie…

bolognamodern800Per fortuna qualche esempio illuminante c’è: è il caso del Bologna Modern, Festival per le musiche contemporanee, un progetto (iniziato il 14 Ottobre) che ha rinnovato l’attenzione per i repertori dei giorni nostri. Le proposte dell’ente Teatro Comunale di Bologna, si sono sempre dimostrate sensibili alle estetiche della contemporaneità, commissionando e ospitando già l’anno scorso la prima dell’opera Il suono giallo di Alessandro Solbiati (opera in un atto, ispirato agli scritti drammaturgici del visionario Kandinskij) e vincitore di uno dei tre premi Abbiati come migliore novità italiana. Quest’anno ha rilanciato organizzando un un intero festival per la musica contemporanea (è indicativo l’uso della preposizione, suggerendo il senso di servizio e di attualità cui richiama l’iniziativa):

“Il festival Bologna Modern vuole esplorare e proporre i diversi linguaggi sonori del nostro tempo – illustra il sovrintendente del Teatro, Nicola Sani – ed in particolare vuole coprire una grave mancanza nella programmazione odierna delle Fondazioni Liriche e cioè il tema della scrittura sinfonica contemporanea. Con questa iniziativa, il Teatro Comunale apre un nuovo perimetro di intervento sull’attualità dei nuovi linguaggi sonori, portando a Bologna alcuni dei principali protagonisti della musica contemporanea, osservata dalle più diverse prospettive (dalla ricerca sui nuovi territori dell’avanguardia al rapporto con le diverse declinazioni della musica popolare, al jazz, alla multimedialità). Il programma di Bologna Modern – che include anche due concerti realizzati in collaborazione con la Fondazione Musica Insieme – non si limita alle proposte di ascolto ma è anche occasione per discutere su temi del presente che riguardano cultura, economia e società, divenendo un think-tank di riflessione sul rapporto musica cultura e sulle trasformazioni in atto nella nostra società.”

Un festival, insomma, che ha tutta l’ambizione e le carte in regola per confrontarsi alla pari
con altri eventi significativi come la Biennale Musica di Venezia (quest’anno alla 60a edizione), o il Maggio musicale fiorentino (al suo 80° anno). Basta dare una scorsa al cartellone per rendersi conto dell’avanguardia e della vastità della scelta. Un’esplorazione dei linguaggi proposta che ha permesso un’ampia panoramica sugli universi molteplici e diversissimi: dalla Nuova Semplicità (Neue Einfachheit) di Wolfgang Rihm all’evanescenza sonora di Salvatore Sciarrino, dalla tradizione elettronica di Karlheinz Stockhausen allo spettralismo di matrice ligetiana di G. Friedrich Haas (uno degli alunni dell’austriaco Friedrich Cerha). Un festival inoltre ricchissimo di novità assolute o di prime esecuzioni italiane: il Concerto n°2 per pianoforte e orchestra del compositore e pianista Carlos Roqué Alsina, commissionato dalla Regia Accademia Filarmonica di Bologna; Hommage a Takacs Jeno 100 prima italiana di György Kurtág; Ode alla luce di Alberto Caprioli; prima italiana per L’ideale lucente e le pagine rubate di Sciarrino – sempre il Comunale di Bologna a Giugno ha visto ri-rappresentare la sua opera del 1998 Luci mie traditrici; Images di Martino Traversa; Pieghe, dilatazioni ed altre dismisure dell’Aperto di Paolo Perezzani. Novità che inevitabilmente attirano l’attenzione su una città che, del resto, non smentisce l’onorificenza concessa dall’UNESCO di “Città creativa della Musica”.

Gyorgy Kurtag, uno dei "pezzi grossi" della musica odierna
Gyorgy Kurtag, uno dei “pezzi grossi” della musica odierna

Tanti artisti, tanta musica e tanta innovazione… ma anche tante poltrone vuote. Diventa frustrante far caso anche a questi dettagli, ma è la più evidente manifestazione della non-ricezione di interesse. A chi altri è destinata questa musica se non ad un pubblico. Quando però lo spettatore diventa un fantasma, il rischio è che la musica si trasformi di conseguenza in un sofferto soliloquio, un canto del cigno che celebra il suo stesso funerale.
Ma non è così! Sono finiti ormai i tempi in cui i compositori scrivevano la loro musica per far sentire ad altri compositori le loro invenzioni e le loro scoperte. Stanno finendo le auto-celebrazioni delle varie scuole, le sperimentazioni dimostrative, i seminari scientifici autoreferenziali. La musica sta tornando ad uscire dai laboratori e dalle officine, cercando, nelle mani dei buoni musicisti, di recuperare credibilità e fiducia nell’ormai generale scetticismo che serpeggia nel pubblico. Certo, bisogna riconoscere che ne ha fatta di strada nel frattempo, e che i suoi linguaggi non sono così immediati e aperti alla comprensione come ad una primo ascolto. Le nuove tecniche, però, se non sono viste come un ostacolo, offrono possibilità inedite e più ampie disposizioni di mezzi espressivi. Ci vuole curiosità, ovviamente, e tanta pazienza. Non si può pretendere che certi tipi di musica debbano piacere a tutti i costi: nessuno può obbligare ad ascoltare ciò che non si vuole, ma senza il desiderio di conoscere, senza il rischio di delusioni o di fallimenti, si rischia di perdere l’occasione di arricchirsi e di crescere anche interiormente.

In fondo, le musiche dell’attualità hanno un significato oggi, legato ad un contesto irripetibile. Non c’è motivo di rimandare esperienze che ci parlano ora, che ci vogliono rispecchiare e comunicare qualcosa della nostra cultura e società. C’è soltanto da guadagnare, basta avere il coraggio di assaggiare.

Alessandro Panozzo
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